Già a 6 anni vengono in possesso di un cellulare, tra gli 11 e i 13 utilizzano lo smartphone e navigano su internet tutti i giorni per oltre 5 ore. Le fasi più critiche arrivano tra i 13 e i 15 anni, quando l'uso massivo dei social network diventa un modo per aggirare le emozioni negative e coprire i sentimenti spiacevoli. E sono soprattutto le ragazze, secondo l'Atlante dell’infanzia a rischio in Italia dal titolo Tempi digitali di Save The Children pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia (20 novembre), a sfruttare le piattaforme digitali come rete di salvataggio dalle brutture della vita.
Secondo l'indagine, in Italia dopo la pandemia l'età media in cui i bambini ottengono uno smartphone si è abbassata notevolmente. In adolescenza, quando ormai l'uso del telefono e di internet è diventata un'azione consolidata, i social vengono usati dalle ragazze per coprire le emozioni negative; per i ragazzi, i videogiochi sono la via d'uscita per non pensare alle difficoltà dell'età che fa da ponte con la vita adulta. Il contraltare è che, pur essendo abituati a navigare, in realtà i ragazzi lo fanno con strumenti inadeguati: l'Italia è quart'ultima nella mappa europea delle competenze digitali nella fascia 16-19 anni, e questo vuol dire che, quando i ragazzi si espongono sui social o sul web, spesso lo fanno con poca consapevolezza, senza saper distinguere una fake news da un'informazione autorevole e alimentando un'ansia sociale che fiorisce proprio dal confronto con i modelli spesso irraggiungibili proposti dai social.
Secondo un'altra ricerca recente di Telefono Azzurro effettuata su un campione di 800 ragazzi tra i 12 e i 18 anni, tra le sofferenze riconosciute come tali dagli adolescenti c'è la dipendenza da internet e dai social network (52%): anche in questo caso il 31% degli intervistati ha ammesso di usarli per combattere noia e solitudine. Le indagini citate aprono un necessario dibattito sul modo in cui i social catalizzano (e spesso annientano, o almeno così inizialmente può sembrare) emozioni percepite come negative in un momento molto delicato per la crescita dell'individuo. A un certo punto della vita si impara a riconoscere sentimenti come la rabbia e la frustrazione senza reprimerli, nella migliore delle ipotesi accogliendoli e facendone tesoro: in adolescenza, così ci dice la letteratura in merito, si tende a sfuggire a certe sensazioni non accettandole e addirittura negandole. Perché fanno paura, perché sono difficili da comprendere, figuriamoci da accettare. I social entrano in questo quadro come protezione estrema, come analgesico temporaneo che copre il dolore a breve termine ma non se ne prende cura. Un meccanismo, questo, che se applicato anche alle relazioni, può scatenare ulteriore disagio e favorire il dilagare di un'ansia che sta lentamente diventano pandemica.










