Sul treno, una signora parla al suo bambino: «Guarda Sirio, la neve! Laggiù, guarda, la neve bianca sulle montagne». Il bambino, seduto di fronte a lei, ha alzato il viso per guardare fuori dal finestrino. Ha socchiuso appena le labbra e ha detto pieno di stupore: “wow, in qualche parte del mondo è caduta la neve”».
Mi sono appuntato nelle note questa scena qualche settimana fa. Mi aveva lasciato di sasso, giuro. Mi ha ricordato quando ero molto giovane. Avrò avuto 14 anni o giù di lì, e fino a quel momento pensavo che il fulcro dell’amore fossero i grandi gesti. Dirsi sempre ti amo, baciarsi con pathos sotto la pioggia, promettersi l’eternità e via discorrendo. Sono un ragazzo transgender, ma a quel tempo la mia identità di genere era ancora femminile. A 14 anni non avevo neanche realizzato che mi piacessero le ragazze, figuriamoci saperne qualcosa di chi fossi io. Perciò ero uscito con qualche ragazzo; mi sembrava che la vita dovesse funzionare in quel modo, d’altronde tutti mi avevano tramandato l’unica equazione secondo loro possibile: ragazza-con-ragazzo. Avevo dato qualche bacio, in quanto ragazza con ragazzo, e mi chiedevo quando sarebbe arrivata l’urgenza, per me, di promettere a uno di loro l’eternità. Poi ho conosciuto una ragazza, la mia prima ragazza, e oltre all’eternità ho desiderato donare tutto ciò che mi piaceva. Le dicevo di continuo: leggi questa poesia, ascolta questa canzone, guarda questo paesaggio. A modo mio, le indicavo la neve sulle montagne.
Oggi sono un uomo adulto e ho capito che amore è anche la generosità, e il bisogno tutto egoista di condurre la persona che amo in mezzo al bello, e tenerla lì insieme a me. Dire: guarda. Guarda che il mondo è meraviglioso e può ancora sorprenderci. Soprattutto: guarda che io voglio essere insieme a te, mentre succede.














