Raccontare qualcuno, rappresentarlo attraverso il linguaggio o attraverso l'immagine su uno schermo, è il modo più potente di legittimare la sua esistenza. Per questo BCG ha deciso di chiamare Cosmopolitan e gli sceneggiatori e attori di Skam Italia per parlare di questo argomento nel mese del Pride.
Da un lato ha voluto coinvolgere l'informazione, che sul nostro giornale dà spazio alle storie di tutte e tutti, dall'altro lato chi ha scritto e interpretato uno dei più grandi successi della serialità degli ultimi anni, e che ha saputo rappresentare la comunità LGBTQIA+ con le storie dei suoi protagonisti. "Breaking Bias” è il titolo che BCG ha dato all'incontro che il 19 giugno ha riunito a Milano Anita Rivaroli (sceneggiatrice di Skam Italia) e Nicole Rossi (Asia in Skam 6), mentre a Roma ha visto la nostra partecipazione insieme a Marco Borromei (sceneggiatore di Skam Italia) e Pietro Turano (Filippo in Skam Italia 2) .
Quindi, quale ruolo hanno i media nella rappresentazione della comunità LGBTQIA+? Esiste un momento preciso in cui una storia smette di essere soltanto intrattenimento e diventa un punto di svolta culturale?
Ogni epoca decide chi merita di essere visto, chi merita di poter occupare il centro dell'inquadratura e chi resta ai margini, o peggio, caratterizzato secondo i pregiudizi del nostro secolo. Ogni racconto è anche una gerarchia dello sguardo.
Per questo trovo particolarmente significativa la scelta di BCG di mettere in dialogo il mondo della serialità e quello dell'informazione. A prima vista sembrano universi lontani. Uno costruisce storie di finzione, l'altro racconta fatti reali. Eppure condividono una responsabilità profonda: contribuiscono a costruire l'immaginario collettivo.
La serialità lo fa attraverso la narrazione. Anche quando parla di draghi, di mondi fantastici o di futuri distopici, continua a interrogare il presente. Ogni storia nasce all'interno di un tempo storico preciso e porta con sé le domande, le paure, i desideri e le contraddizioni della società che l'ha prodotta. La finzione, spesso, è soltanto un modo più libero per parlare della realtà.
L'informazione opera in modo diverso ma complementare.
Il primo livello è quello dei contenuti. Raccontare ciò che accade significa decidere quali storie meritano attenzione, quali esperienze diventano patrimonio condiviso e quali restano invisibili. In Cosmopolitan utilizziamo spesso le testimonianze dirette delle persone. Non perché rappresentino una verità assoluta, ma perché ci ricordano che la realtà è una costellazione di esperienze vissute. E ascoltare quelle esperienze significa avvicinarsi alla complessità del presente.
C'è poi un secondo livello, il linguaggio, che nomina, classifica, include, esclude. Stabilisce cosa può essere pensato e cosa resta ai margini del dicibile. Ogni parola apre uno spazio oppure lo restringe. Ogni definizione illumina qualcosa e lascia qualcos'altro in ombra.
Per questo la storia dell'informazione LGBTQIA+ in Italia racconta molto più di un'evoluzione lessicale. Racconta un cambiamento di prospettiva. Per lungo tempo le persone omosessuali hanno abitato le pagine dei giornali quasi esclusivamente come oggetto di cronaca, scandalo o giudizio morale. Erano presenti, ma raramente soggetti del proprio racconto. Venivano osservate, interpretate, descritte.
Poi, all'inizio degli anni Settanta, nasce il FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) e con esso l'omonima rivista, considerata la prima testata italiana di liberazione gay. È un passaggio storico che va oltre il giornalismo. Per la prima volta una comunità non viene semplicemente raccontata: prende la parola e cambia la distribuzione stessa del potere simbolico.
Forse è questa la trasformazione più importante dell'editoria contemporanea: il passaggio da un'informazione che parla di qualcuno a un'informazione che prova a costruire uno spazio di conversazione con qualcuno. Non significa rinunciare alla mediazione giornalistica. Significa riconoscere che nessuna rappresentazione è davvero completa se alcune voci restano sistematicamente fuori campo.
In questo senso la questione della rappresentazione non riguarda soltanto la comunità LGBTQIA+. Riguarda chi una società considera parte del racconto comune e chi continua a percepire come periferia.
È una riflessione che appartiene profondamente anche alla storia di Cosmopolitan.
Quando nasce negli Stati Uniti negli anni Sessanta, il magazine accompagna una delle grandi trasformazioni culturali del Novecento: l'emancipazione femminile. Parlava alle donne quando ancora non erano considerate protagoniste a pieno titolo della vita pubblica. Raccontava il lavoro, l'indipendenza economica, la sessualità, il divorzio, la possibilità di immaginare un'esistenza diversa da quella che sembrava già assegnata.
Offriva immaginazione perché ogni forma di emancipazione comincia dalla possibilità di immaginarsi altrove rispetto al ruolo che ci è stato attribuito. Nei decenni sono cambiate le parole, ma il principio è restato lo stesso: rendere visibile ciò che per troppo tempo è stato considerato marginale.
Abbiamo imparato che l'empowerment non riguarda una sola categoria. Riguarda la qualità democratica di una società. Perché una società diventa più libera quando aumenta il numero di persone che possono riconoscersi nelle storie che racconta. Per questo il nostro lavoro continua a essere quello di dare spazio a chi cerca riconoscimento, libertà, possibilità.
Serialità e informazione allargano il campo del possibile. Permettono a qualcuno di riconoscersi, di sentirsi meno solo, di intuire una strada che prima sembrava non esistere.
Ogni volta che allarghiamo una storia, allarghiamo anche il mondo che siamo in grado di immaginare. E ogni mondo che riusciamo a immaginare diventa, almeno un po', più vicino a poter essere abitato.















