Quando si parla di Pride in Italia, la mente va quasi automaticamente alle grandi manifestazioni di Milano, Roma, Bologna: decine di migliaia di persone, carri sponsorizzati da multinazionali, loghi arcobaleno ovunque. Sono eventi che ogni anno attirano folle enormi e che, proprio per questo, da tempo si portano dietro un dibattito ricorrente sulla commercializzazione di una manifestazione che nasce come atto di protesta politica. Anche per questo, in varie città sono spuntate alternative più radicali – come la Marciona di Milano o il Priot di Roma – organizzate da chi non si riconosce più nei Pride ufficiali.
Lontano dai riflettori, dai centri più grandi e spesso anche dai patrocini istituzionali, tuttavia, da qualche anno in giro per l’Italia si sta affermando anche un altro fenomeno capillare: quello dei Pride di provincia, che vogliono rendere visibili le rivendicazioni LGBTQIA+ anche nei piccoli centri da cui, storicamente, molti sono scappati alla ricerca di una comunità. Nel 2025 oltre 80 città italiane hanno ospitato un Pride, e il numero cresce ogni anno. Sondrio, unica provincia lombarda a non averne mai avuto uno, ha sfilato per la prima volta a settembre con millecinquecento persone. Villa Castelli, novemila abitanti in provincia di Brindisi, è alla sua seconda edizione. Ma la lista è lunga, e passa per Forlì, Dolo, Favignana, Monterotondo, Giulianova, Comacchio, Irpinia. Sono Pride che nascono quasi sempre dal basso, spesso senza un euro di finanziamento pubblico, costruiti da associazioni piccole e da volontari che si ritrovano a dover giustificare la propria esistenza prima ancora di poter parlare di diritti.
«Abbiamo sempre avuto le amministrazioni comunali contro», racconta per esempio Oscar Alfonso Innaurato, presidente dell’associazione che dal 2017 organizza il Brianza Pride. La loro manifestazione, che nel 2026 si terrà sabato 12 settembre tra Cologno Monzese e Brugherio, «nasce dal basso: non abbiamo mai avuto sponsor e mai li avremo. È stata realizzata sempre e solo con il passaparola, con persone di buona volontà che ci hanno finanziato, come locali e associazioni del territorio». Brianza Pride si tiene ogni anno in un comune diverso: è una scelta nata dalla constatazione che «la maggior parte delle persone che chiedeva il nostro aiuto non abitava nel capoluogo», e che quindi era meglio portare il Pride «dove era più necessario». L’anno scorso si è tenuto ad Arcore, dopo essere passato per Seregno, sotto casa di un’adolescente trans che aveva chiesto aiuto all’associazione.
A Terni, cittadina dell’Umbria dove il Pride esiste dal 2024 e si concentra soprattutto sulla visibilità della comunità trans locale, la situazione non è molto diversa. «Noi abbiamo deciso di non chiedere patrocini né alla Regione né al Comune», spiega Giulia Grani, vicepresidente dell’associazione Esedomani, che organizza la manifestazione. La scelta è stata dettata anche dalla volontà di evitare strumentalizzazioni: «Alcune forze politiche puntano a creare scontro per delegittimarci. Noi volevamo in assoluto evitare questa cosa». Il risultato, però, è stato comunque un successo: «È stata una cosa mai vista nella città. Siamo riusciti a raccattare tre carri molto dignitosi – non da Pride di Roma o Milano, però considerata la proporzione è andata benissimo».
Gli ostacoli, però, non sono necessariamente ovunque. A Villa Castelli, novemila abitanti in provincia di Brindisi, l’amministrazione comunale ha concesso il patrocinio fin dalla prima edizione. «Non è stato un atto scontato, ma il frutto di un dialogo costruttivo», spiega Carmela Biondi, presidente di Villa Castelli Online, l’associazione che organizza l’evento insieme al Salento Pride. «A differenza di altri contesti, qui abbiamo trovato un interlocutore disposto all’ascolto. È stato un processo di maturazione condivisa». La reazione della comunità locale è stata diversa da quella che ci si potrebbe aspettare in un piccolo centro del Sud: «Il Pride ha assunto i tratti di un dialogo intimo e comunitario. Molti ragazzi sono arrivati con i pullman o accompagnati dai genitori: un segnale potente di come il dialogo sui diritti stia coinvolgendo attivamente le famiglie». Quello che accomuna queste esperienze è la sensazione che i Pride di provincia siano, in qualche modo, più vicini allo spirito originario della manifestazione.
A Belluno, dove il Pride esiste dal 2023, è stata una scelta esplicita. «Abbiamo deciso di renderlo più una manifestazione e meno uno show», dice Valentina Reolon, una delle organizzatrici. Belluno è un luogo periferico, montano, con enormi difficoltà di trasporto: per molti partecipare al Pride locale è l’unica possibilità di manifestare la propria appartenenza, o vicinanza, alla comunità. «Abbiamo pensato che nelle nostre terre alte, dove già è difficile raggiungere Belluno, figurarsi Bologna, dovevamo portare rappresentanza. Avere un punto di riferimento più vicino alle persone, che altrimenti non potrebbero esserci».
Molte di queste manifestazioni si tengono non nel mese dedicato al Pride, ma verso settembre. È una scelta che permette di evitare la sovrapposizione con i Pride più grandi, ma che spesso ha a che fare principalmente con fattori puramente logistici: più a Sud si va, più il caldo a giugno diventa intollerabile.
Anche a Nord, però, è un problema: «Qui l’aria a giugno è già irrespirabile, talvolta si arriva a 40 gradi», dice Innaurato. «Non riuscivamo a tutelare le persone che partecipavano». A Belluno si sono invece organizzati con spruzzatori d’acqua simili a quelli che si usano per irrigare i prati, «per far rimanere in piedi le persone. Tantissime hanno deciso di non fare il corteo».
Quello che emerge con più forza è la differenza che un Pride può fare in un territorio dove prima non esisteva nulla. Per anni la narrazione dominante è stata che per vivere liberamente la propria identità bisognasse andarsene: lasciare il paese, trasferirsi in città, cercare altrove una comunità.
A Terni, per esempio, l’associazione Esedomani ha aperto sportelli d’ascolto e gruppi di supporto psicologico, nel più totale volontariato, pur riconoscendo che «la risposta del territorio rimane assolutamente insufficiente: se le persone queer qui hanno un problema devono rivolgersi a Roma o a Perugia, ad almeno un’ora di distanza». In questo contesto, i Pride di provincia lavorano anche per rovesciare queste logiche.
A Villa Castelli, racconta Biondi, «l’effetto più concreto è stata l’apertura di conversazioni che prima restavano sommerse, portando nuove persone ad avvicinarsi all’attivismo».
A Belluno, «le persone si sentono più libere anche solamente di frequentare la città in maniera più esplicita. Da quando c’è il Pride, chi ha alcuni bisogni ha capito che c’è una realtà con cui può confrontarsi, chiedere aiuto».
In Brianza il Pride è diventato un volano per tutto il territorio: «Proprio grazie al Pride i comitati civici si sono ritrovati per la prima volta a parlare tra di loro e a costituire un comitato più grande». Perché non tutti possono permettersi di andarsene, e non tutti vogliono farlo.


























