La prima stagione di Tutto chiede salvezza, adattamento del commovente romanzo biografico di Daniele Mencarelli, era riuscita a fare breccia nel cuore del pubblico grazie a un cast azzeccato (guidato dal protagonista Federico Cesari) e a una storia capace di risuonare nel cuore degli spettatori per la sua carica emotiva e l'abilità di rappresentare un'intera categoria di persone, quelle che hanno vissuto direttamente, o tramite amici o parenti, l'esperienza del ricovero in un ospedale psichiatrico.
Diretta ancora una volta da Francesco Bruni, la seconda stagione è in streaming su Netflix dal 26 settembre e riprende le fila della narrazione a due anni di distanza dal finale della prima: ritroveremo Daniele, padre di una bambina avuta con Nina (Fotinì Peluso) e aspirante infermiere in quello stesso ospedale in cui ha trascorso una settimana dopo il TSO. Con lui, oltre a nuovi amici, ritorneranno i compagni di stanza conosciuti durante il ricovero: tra loro anche Gianluca interpretato da Vincenzo Crea, astro nascente della nostra cinematografia che di questo progetto e del suo valore narrativo e sociale ha parlato anche in un panel del Paranoia Festival Outdoor Edition 2024 - Music Heals Your Mind, kermesse milanese giunta alla terza edizione che si è tenuta il 28 e 29 settembre. Il festival, intrecciando la musica e le parole dei suoi ospiti, prova a scardinare lo stigma che ancora ruota intorno al dibattito su benessere e malattia mentale, soprattutto tra i giovanissimi. Il panel con Crea ha coinvolto tra gli altri anche Daniele Mencarelli, Francesco Bruno e la psicologa Chiara Maiuri e sarà moderato da Jolanda Renga.
Intervista a Vincenzo Crea
Classe 1999, una carriera iniziata a 11 anni sul set del film Appartamento ad Atene, Vincenzo Crea è un volto molto amato dalla GenZ oltre che un attore dal percorso poliedrico: negli anni è passato in scioltezz dall'adattamento de Gli Indifferenti di Alberto Moravia firmato da Leonardo Guerra Seràgnoli a Gloria!, opera prima di Margherita Vicario. Il ruolo di Gianluca in Tutto chiede Salvezza gli ha garantito un grande affetto da parte del pubblico: in questa intervista abbiamo parlato con lui del suo ritorno sul set della serie, di vocazione artistica e potere della condivisione.
Vincenzo, ci racconti l'evoluzione di Gianluca in questa seconda stagione?
«Nel finale della prima lo abbiamo lasciato alla fine del suo periodo di TSO, oggi lo ritroviamo nel pieno del suo ritorno alla vita in un contesto un po' più grande della stanza dell'ospedale. Certo ha le spalle un po' più grosse, ma è sempre una persona molto fragile immerso in un mondo molto complicato».
Cosa ti ha lasciato questo personaggio, non solo a livello professionale ma soprattutto a livello personale?
«Il mio lavoro è la mia vita, inevitabilmente questa commistione ti tocca, a prescindere dal ruolo. Non so se ti cambia, ma senz’altro non lascia indifferente. So però che quando ho letto per la prima volta il libro di Daniele Mencarelli ho provato una grande emozione davanti alle pagine dedicate a Gianluca».
Tutto chiede salvezza ha permesso tante persone di sentirsi rappresentate e capite. Qual è il filo portante di questo secondo capitolo?
«Come la prima, credo che questa seconda stagione rimanga una bellissima storia d'amore e di amicizia».
Ho letto che hai iniziato la tua carriera da giovanissimo, che a 9 anni già avevi chiara la tua strada. Come hai capito di voler entrare in questo mondo?
«Alcuni lavori hanno a che fare con un materiale emotivo sensibile e cosi poco in luce durante la vita di tutti i giorni che è impossibile, per una persona sensibile, non lasciarsi sopraffare e conquistare. Io ho capito sin da piccolo che questo sarebbe stato il gioco più bello del mondo. Ho provato come un brivido, e non è mai passato».
Se dovessi pensare a un attore di cui ammiri ogni film, ogni ruolo in carriera, chi sarebbe?
«Ti direi Dirk Bogarde perché recentemente ho riguardato Il portiere di notte ed è incredibile. E poi Jean-Louis Trintignant»
Il Paranoia Festival Outdoor ti vedrà tra i suoi relatori. Ci racconti qualcosa di più?
«Sono molto contento di essere stato coinvolto in questo evento perché attirerà molti ragazzi: per chi come me lavora davanti alla telecamera e poi consegna il suo lavoro al pubblico spesso senza punti di contatto è un modo bellissimo per incontrare gli spettatori».
Rispetto a quelle passate, la GenZ è molto più aperta nel parlare di fragilità ed emozioni, anche negative. A cosa è dovuto secondo te?
«Non so se la pandemia sia stata il centro del cambiamento, ma sono molto contento che da qualche parte questo moto sia nato, che si sia sviluppato questo senso profondo di comunità e di amicizia che alimenta il bisogno tutto umano di condividere. Non so a cosa sia dovuto, ma so che questo cambiamento di passo era necessario».













