È cominciato tutto quanto dal principio… Impossibile ormai leggere queste parole senza canticchiarne la melodia, che, da febbraio a oggi, ha conquistato il pubblico italiano e internazionale. I numeri di “Per sempre sì” sono, infatti, da record: oltre 36 milioni di stream e più di 25 milioni di views che rendono Sal Da Vinci orgoglioso di questo successo ma allo stesso tempo ancora sorpreso per tutto quello che sta vivendo.



    E il principio di quest’onda tutta da surfare fa rima con Rossetto e caffè, il brano che si è fatto strada negli ascolti dei più giovani ponendo le basi per il progetto sanremese che ha portato l’artista napoletano dritto dritto sul palco dell’Eurovision Song Contest di Vienna, dove ha sfiorato il podio.

    Oggi, Per sempre sì è anche un album (Atlantic Records Italy / Warner Music Italy / Cose Production), con quattordici tracce prodotte dal maestro Adriano Pennino, che dal 29 maggio sono disponibili su tutte le piattaforme digitali e in formato fisico.

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    Reduce da una trasferta intercontinentale in Canada che ha gli ha causato qualche problema di voce, Sal Da Vinci non perde un briciolo di entusiasmo, raccontandoci con generosità la genesi del disco e il momento d’oro che lo vede protagonista.

    Che cosa rappresenta per te questo nuovo album nel tuo percorso artistico?

    «In questo album io non ho fatto altro che raccontare me stesso, la mia famiglia, il mio modo di vedere e raccontare l’amore, il mio modo di fare musica. E, mi fa piacere –mi sorprende anche – leggere tra le prime reazioni il fatto che questo lavoro stia arrivano come qualcosa di vero, di onesto e sincero. Era esattamente questo il messaggio che volevo arrivasse. Naturalmente questo disco appartiene a una precisa fase temporale della mia vita e, per quanto non si possa prevedere cosa accadrà domani, è un album che racconta anche gli “anticorpi” che negli ultimi tempi ho cercato di costruire nella mia mente e nel mio cuore.

    Ed è un album che parla di famiglia, di sentimenti buoni, di quelle dinamiche umane che in qualche modo vogliono appartenerci sempre: l’amore perduto, l’amore ritrovato, l’amore promesso per l’eternità. Racconta il dolore, ma anche il rapporto tra un padre e un figlio, e quello che magari un padre desidererebbe sentirsi dire. Spesso ci parliamo poco, siamo presi da mille cose, distratti, poco ricettivi, perché la vita ci trascina dentro una quotidianità a volte nevrotica, a volte sfuggente.

    Io però ho sempre cercato di impegnarmi per essere felice. Ho sempre lavorato sul mestiere dell’amore, che non è affatto semplice. È come quando si parla di promesse o di fedeltà: la fedeltà è una costruzione. Non basta pensare di esserlo, bisogna lavorare per diventarlo davvero. E non parlo soltanto della fedeltà tra un uomo e una donna, ma della fedeltà verso sé stessi, verso il proprio cammino, verso quello che si è e verso le promesse che ci si fa. Perché le promesse fatte agli altri puoi anche rinnegarle, puoi tornare indietro. Ma quando tradisci una promessa fatta a te stesso è come tradirti due volte».

    In che modo i successi recenti hanno determinato una svolta nella tua carriera, anche nella percezione da parte del pubblico?

    «Da anni si usa la parola “neomelodico” però bisogna anche identificare bene che cosa vuol dire perché a volte sembra indicare quasi una musica a parte, un genere musicale che non ha niente a che fare con il resto del Paese, o magari una piccola sfaccettatura. È una parola che spesso viene usata per ghettizzare.

    In realtà questa parola vuol dire “nuova melodia” e, in tal senso, credo di poter dire di far parte di quella genialità della musica italiana. Faccio musica pop da sempre e faccio musica che arriva al cuore della gente, che racconta i sentimenti. Ho fatto anche musica più colta: quella di Roberto De Simone, di Claudio Mattone, di Gennaro Esposito e quella della canzone napoletana, intesa come tessitura culturale che ha cambiato marcia alla musica italiana. E questo non lo dico io da napoletano: lo hanno detto grandi poeti ed autori e grandi cantanti».

    E poi è arrivata Rossetto e caffè

    «Rossetto e caffè è partita nel 2024, una melodia come tante altre che avevo scritto insieme a quelle che oggi ascoltate nel disco. Poi abbiamo deciso di pubblicarla, praticamente autoproducendocela, e l’abbiamo distribuita con una società che nemmeno era italiana, ma che era quella più interessata al progetto. E poi è successo tutto quello che è successo, neanche mi spiego perché! Però credo che, spiritualmente o metaforicamente, sia stata una ricompensa per tutti questi anni di lavoro.

    So solo che in questo momento la vita mi sta donando qualcosa di talmente forte, con un impatto emotivo così grande, che certe volte mi sento quasi ubriaco da tutto questo affetto. E allora ho timore perché quando ti arrivano cose così grandi pensi: “Ma non è che hanno sbagliato? Non è che forse stanno esagerando?”. Ma questo succede perché io sono sempre stato uno che si è conquistato tutto poco alla volta, con fatica e passo dopo passo. Per questo, tutto quello che mi arriva oggi lo vivo come un dono. E questo, ripeto, è un disco di cuore, ma anche di pancia, di resistenza e di resilienza».

    Quanto è stato importante, nel racconto dei sentimenti, il confronto con le nuove generazioni, a partire da tuo figlio?

    «Sicuramente mio figlio ha avuto un ruolo centrale ma io stesso ho sempre tenuto l’orecchio attento q tutto quello che succede attorno. È anche vero che cambiano i tempi, cambiano i linguaggi, ma le forme alla fine restano quelle. Noi ci innamoriamo tutti allo stesso modo e, quando ci innamoriamo, siamo tutti un po’ rimbambiti e facciamo cose che magari nella realtà non esisterebbero nemmeno.

    Chi fa questo mestiere cerca sempre di avvicinarsi ai nuovi atteggiamenti, alle nuove abitudini, alle nuove sfumature. Però la sostanza resta la stessa. Per fortuna noi esseri umani abbiamo ancora una cosa precisa: quando arriva qualcosa di bello nella vita, ci travolge. L’amore ti prende, ti fascia, ti cambia. E fa cose che analiticamente non sai spiegarti.

    È un po’ quello che è successo a me. Io non me lo sarei mai aspettato anche perché sono sempre stato educato a non aspettarmi troppo dalla vita. Però arrivano cose inaspettate, e sono proprio quelle che ti fanno riflettere di più. Ti danno anche la forza di sostenere il tuo messaggio per chi magari un sogno non l’ha ancora realizzato, per chi si è fermato a metà, per chi ha perso fiducia o sta ancora aspettando il suo momento.

    Forse il Signore ha voluto che io fossi testimone di tutto questo. Perché io mi sono sempre sentito un ricettore. La musica l’ho sempre vista come qualcosa di spirituale, di molto più grande di noi. Il fatto che tu riesca a intrappolare una persona su una sedia mentre si emoziona per te… c’è qualcosa di altissimo in questo, qualcosa che non so spiegare bene».

    A proposito di famiglia, nel disco c’è una dedica speciale al tuo papà. Com’è nata questa canzone?

    «Beh, è una canzone nata nel dolore, un dolore insopportabile, che non sempre il tempo aiuta a guarire. All’inizio non riuscivo assolutamente a cantarla quindi la lasciammo nel cassetto. Poi, qualche anno fa, ho messo in scena con Ernesto Lama Stories e a un certo punto il regista Luca Miniero, mi propose di cantare quel brano per papà.

    Lì ho avuto il coraggio di portarla in scena e di cantarla. Però ti lascio immaginare… la voce che si rompeva, io che piangevo sul palco, la gente in prima fila che piangeva con me. Era qualcosa di fortissimo, con un impatto emotivo enorme. Poi, man mano, mi sono abituato a tal punto che ho deciso di inciderla e orchestrarla. Questa dedica, col tempo, è diventata qualcosa di diverso. Dopo il dolore è successo altro: quel dolore si è trasformato e mi ha dato la possibilità di superare la canzone.

    Ho voluto cantarla anche come testimonianza, per esorcizzare il dolore, perché tutti noi, prima o poi, passiamo da lì. È la vita. E la musica può aiutare davvero. Ecco perché quando parlo di un disco fatto col cuore, vero, sincero, senza cose costruite a tavolino, lo dico seriamente. La gente vuole quello da me. Non vuole i fronzoli, non vuole la gara a chi ha di più o chi appare meglio. Alla gente interessa emozionarsi, sentire qualcosa di autentico. La gente oggi si ferma solo davanti a qualcosa di vero. Tutto il resto non interessa».

    Ti abbiamo visto sul palco dell’Eurovision Song Contest, ma dal punto di vista umano che esperienza è stata?

    «Sicuramente c’è stato un incontro tra culture, ma prima ancora c’è stato un incontro tra esseri umani. Sono stato accolto benissimo. Abbiamo fatto gruppo: tutti i giorni eravamo insieme, tutti i giorni a cantare insieme. Mi sembrava davvero un villaggio di sentimenti. È stata un’esperienza che porterò nel cuore per sempre, perché non è una cosa che ti capita tutti gli anni, anzi forse a me non capiterà mai più… E allora me la sono vissuta davvero fino in fondo.

    Vivevo quelle giornate dalle 8:30 del mattino fino all’1:30 di notte e, quando tornavo in camera la sera, al di là del piacere di buttarmi sul letto, guardavo tutte le fotografie che avevo fatto. È stato veramente magico, bellissimo. E la cosa più bella è stata la nascita di nuovi rapporti umani. Molti dei ragazzi mi scrivono ancora, molti mi chiedono di fare collaborazioni, altri addirittura vorrebbero realizzare delle cover del brano Per semprein giro per il mondo. Ed è qualcosa di meraviglioso».

    Le date instore e i live 2026

    A partire dal 30 maggio, Sal Da Vinci incontra i fan durante un instore tour con il seguente calendario:

    • 30 maggio – Torre Annunziata (NA), Maximall Pompeii ore 17:00
    • 31 maggio – Roma, Maximo Shopping Center ore 17:00
    • 1° giugno – Molfetta (BA), Gran Shopping Mongolfiera ore 18:00
    • 2 giugno – Reggio Emilia, CC I Petali ore 17:00
    • 3 giugno – Milano, Feltrinelli Duomo ore 16:00
    • 4 giugno – Palermo, CC La Torre ore 17:30

    Quindi, dal 9 luglio, il cantautore sarà impegnato in un intenso tour in venue all’aperto con date fino a settembre a cui seguiranno gli appuntamenti nei teatri nei mesi di ottobre e novembre. Non c’è che dire: il 2026 di Sal Da Vinci continua a vele spiegate.

    I biglietti per il tour

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