In un sistema musicale ormai affollatissimo, risulta spesso difficile per un artista non solo acquisire una propria identità specifica ma anche raggiungere quella riconoscibilità tale per cui l’ascoltatore sia in grado di intercettare una voce, uno stile, una personalità in mezzo ad altre mille. Ecco, Samurai Jay ha centrato esattamente questo obiettivo: è matematicamente impossibile confonderlo. Anche il pubblico meno attento, per esempio, ormai canticchia “Ossessione” o ha riscoperto la sua precedente hit, “Halo”, sapendo bene a chi attribuirne la paternità.
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Un goal che lo stesso artista racconta con orgoglio, e a tratti stupore, presentando il suo nuovo album Amatore, disponibile dal 22 maggio accompagnato dalla focus track Flamenco Paranoia. Fedele alla voglia di regalare divertimento e leggerezza portata anche sul palco del Festival di Sanremo 2026, il giovane artista ci fa dimenticare ciò che ci circonda con una spensieratezza di cui essergli grati.
E lo fa in maniera sana, pulita, luminosa: dalla prima traccia “La legge del Karma” al duetto finale con Belén Rodriguez sulle note di un classico intramontabile come Baila Morena. Nel mezzo, un racconto che si muove nel segno di un cognome – Amatore – a cui Samurai Jay rende omaggio. Nomen omen, verrebbe da dire: cuore delle tracce è, infatti, quella passione che muove ogni cosa ed è il motore del sentimento.
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Il disco si apre con una traccia dal titolo “La Legge del Karma”: perché questa scelta?
«Ho deciso di mettere quel brano come intro, perché secondo me racchiude proprio il senso del disco, ti porta già dentro il viaggio. Più per il senso che per il suono, perché quello era un brano che stava quasi rimanendo fuori dalla tracklist. L’abbiamo messo praticamente all’ultimo e ci sembrava perfetto: è nato a novembre 2025d ed è stato il primo brano nato durante la rush milanese in studio. Poi è rimasto da parte perché ritenevamo che fosse distante, a livello di suono, rispetto al resto del disco. Ma ascoltando tutto, aveva senso inserirlo.
È un pezzo che ricorda molto gli inizi della mia carriera: la cassa dritta, una dimensione molto più elettronica. Quindi è un po’ come se aprisse e si chiudesse un cerchio, portandoti poi dentro il disco, che è l’evoluzione di quello che è Samurai Jay in questo momento».
Ascoltando Amatore si percepisce tutto il divertimento con cui fai musica e che vuoi regalare a chi ti ascolta. È questo il tuo approccio?
«Sono sempre una serie di fattori che si incrociano e, sì, il nostro segreto – mio e dei ragazzi che lavorano con me, Vito Salamanca e Luca Stocco, è stato semplicemente divertirci. Da quando ci siamo conosciuti non c’è stato un giorno in cui abbiamo pensato: “Facciamo il pezzo giusto”, “Facciamo la hit”, “Facciamo il brano che deve funzionare”. Noi giochiamo quando facciamo musica, senza stare troppo a ragionare. Anzi, nel momento in cui iniziamo a pensarci troppo, cambiamo subito direzione e cambiamo pezzo perché non vogliamo forzare nulla.
Quindi penso che il segreto sia quello. Non è una questione di genere o di forma che dai alla canzone. È proprio una questione di energia, di quanta energia c’è in quello che stai facendo in quel momento. E quella cosa arriva. I bambini, per esempio, ascoltano “Ossessione” e impazziscono. Parliamo di bambini di otto o nove mesi che ancora non parlano e già ballano, si muovono. E lì non c’entrano il mercato, il business, il genere o le vendite. Un bambino è la fonte di energia più pura che esiste. Se si diverte ascoltando qualcosa che gli trasmette energia positiva, allora vuol dire che quella cosa arriva davvero».
A proposito proprio di questo aspetto giocoso che porti anche sul palco nelle tue performance: come riesci a calibrarlo?
«Secondo me non diventa mai macchietta perché non qualcosa è forzato, è spontaneo. Poi magari arriverà pure il momento in cui la gente dirà: “Fratè, va bene tutto, questa positività ci ha scocciato”. Però io sono così e i ragazzi che stanno con me sono così. Penso che, se sei te stesso e questa cosa funziona, non puoi sbagliare perché arriva l’autenticità dell’atteggiamento. Non è neanche calibrata perché non è costruita. Non stiamo interpretando dei personaggi che fanno: “Eh che bello, facciamo la musica divertente”. No, siamo davvero così. E poi, da napoletani, amiamo la vita, amiamo le cose semplici, le cose belle. Cantiamo l’amore, la positività, suoniamo le chitarre e ci divertiamo».
E questo aspetto fa anche rima con una forma di ironia e autoironia che spesso nella musica manca. Quanto ti appartiene? E quanto ti ha salvato nella vita?
«Tantissimo. L’esempio più lampante è in “Halo”, quando canto è tutto sbagliato. È diventato praticamente il claim del 2025, però io lì stavo raccontando un problema vero sopra una base movimentata. La gente balla, ride, però il testo dice Sta andando tutto al contrario. L’autoironia serve perché le persone si sentono connesse a te. Sentono che stai dicendo una cosa reale, una cosa da persona normale che ha problemi comuni. Anche tutta la questione del “cantante famoso”… io ci gioco tantissimo. Sì, sono un cantante famoso, ma resto bloccato nel traffico e mi arrabbio come chiunque altro. E allora, sì è tutto sbagliato.
A me piace essere quella roba lì: essere della gente, stare con la gente. Dopo Sanremo ci sono molte più persone che mi vogliono bene e spero aumentino sempre di più. Il mio desiderio è proprio questo: abbracciare quante più persone possibili».
Per molti sei il vincitore morale del Festival 2026. Ti senti così?
«Ah, il vincitore è Sal Da Vinci, ed è giustissimo così! Però noi ci siamo divertiti e la gente l’ha percepito. Tra l’altro Sal se l’è cavata benissimo coi balletti quest’anno! L’ho sentito dopo l’Eurovision in videochiamata per fargli i complimenti, secondo me ha spaccato. Noi, semplicemente, ci siamo divertiti e la gente ha apprezzato. Ed è la cosa più bella. Ciò che mi porto a casa dal Festival è il fatto che tante persone hanno capito che siamo ragazzi che si divertono davvero, che io faccio musica perché la mia passione è reale, non è moda. Perché c’era questo pregiudizio.
Magari molti mi avevano visto su TikTok, avevano sentito qualche pezzo virale, ma senza collegarlo davvero a me. Molta gente ha scoperto solo adesso che Halo fosse mia, dopo che è diventata Disco di Platino. “Ah ma quindi eri tu?”, commentava. Sì, ero proprio io, signori”. Il Festival è servito anche a questo: associare finalmente la persona alle canzoni e far capire che sono un ragazzo semplice, che si diverte a fare musica col cuore».
Come è stato tornare al tuo paese a casa dopo il Festival?
«In una parola, epico! (sorride, ndr) Ho messo una storia mentre stavo tornando a Mugnano di Napoli e ho scritto soltanto: “Ragazzi, vi mando l’indirizzo di casa di mia madre, ci vediamo lì”. Quando siamo arrivati c’erano migliaia di persone sotto al palazzo. Ci siamo messi sul muretto a cantare e suonare per tutti. Il ritorno in paese è stato assurdo. La risposta della gente è stata caldissima.
Adesso nel mio paese sono diventato una specie di eroe. Ed è bellissimo, perché in posti così magari non ci sono tante persone che fanno qualcosa di non convenzionale. Quindi quando uno arriva a certi traguardi il paese lo sente tanto. Da Mugnano comunque sono usciti talenti importanti: per esempio Raffaele Palladino nel calcio, oppure Antonio Spinelli, che è un mio fratello storico e ha ballato tre volte al Coachella, ha fatto show con Bad Bunny. Nel suo piccolo Mugnano ha dato tanto. E io adoro il mio paese».
Il disco è dedicato agli Amatore della tua famiglia, ma non manca la mamma con cui duetti in brano. Come è nato?
«Guarda, già solo il pensiero di aver collaborato con mia madre mi rende pieno di orgoglio, mi emoziona tantissimo. Confesso, anzi, che faccio fatica ad ascoltare la canzone senza andare in uno stato emotivo molto forte perché abbiamo un rapporto molto stretto e avevo paura di strumentalizzarlo. Però lei ha sempre cantato e se io e mio fratello facciamo musica è perché è stata proprio mia madre a portarla in casa. L’idea di collaborare è nata da questo brano che ha una vena un po’ classica napoletana: lo stavo ascoltando sul letto, con quell’armonizzazione finale che svanisce nel riverbero… sembrava quasi un sogno lucido, qualcosa che ti porta in una dimensione onirica. E l’impressione, essendo anche molto breve, era che mancasse qualcosa.
Ho immaginato un momento quasi Disney, madre e figlio, e ho pensato di proporlo a mia madre per realizzare il nostro sogno di cantare insieme. Quando vivevo ancora con lei c’erano momenti in cucina, oppure dopo cena, in cui ci sedevamo e iniziavamo a cantare Tiziano Ferro, Alex Baroni, tutte quelle cose che mi faceva ascoltare lei e che io amavo tantissimo. Armonizzavamo insieme, lei cantava. L’ho immaginata su questo brano ho detto: “Wow, sarebbe incredibile”. E poi ho pensato: questo disco si chiama Ammore. È dedicato a papà, a mio fratello… almeno una canzone con mamma la dobbiamo fare!».
Parlando, invece, della tua generazione anche in confronto coi tuoi genitori, come è cambiato il modo di vivere le relazioni?
«È la vita a essere diversa, il sistema in cui viviamo è cambiato, il modo di fare le cose è diverso rispetto alla generazione dei miei genitori. Se penso a quello che hanno vissuto loro, per me è quasi un sogno. E io ci credo ancora, eh. Però concretamente ti dico che se mia madre e mio padre stanno insieme da quando avevano 14 e 17 anni e non hanno mai avuto altri compagni nella loro vita, è perché il mondo era diverso. Si viveva tutto in maniera più intensa e più lenta.
Oggi invece è tutto rapido, tutto veloce e si consuma in fretta. Lo dico anche da persona che viene da una convivenza importante con una persona che adoro ancora oggi e con cui ho un bellissimo rapporto. Però è difficile. Quando penso alla storia dei miei genitori, immagino che abbiano avuto milioni di alti e bassi, sicuramente anche prima che nascessimo noi figli. Però alla fine ci si sedeva a tavola e si cercava di risolvere i problemi come una famiglia.
Oggi questa cosa non è scontata. Ci sono troppe distrazioni, troppe tentazioni, possibilità continue. È tutto immediato: un messaggio, un’altra persona, hai sempre delle opzioni davanti. Secondo me questo rende molto più difficile mantenere quel concetto di monogamia, di rispetto, di lealtà e di famiglia che apparteneva alla vecchia scuola. Non è impossibile trovarlo, ma è complicato mantenerlo. Questo è il mio punto di vista».
Questa velocità con cui oggi viaggiano i rapporti, quanto si riflette sulla musica?
«Secondo me si riflette su tutto, non solo sulla musica o sull’amore. È tutto troppo immediato. C’è troppo ricambio, troppa offerta, troppo di tutto. E tutti vogliono fare troppo. Si è perso un po’ il gusto della lentezza, del fare le cose con i propri tempi, vivendo davvero il momento senza correre sempre. Oggi è tutto accelerato. Secondo me dovremmo rallentare un attimo. Facciamo la vita lenta, torniamo a voler bene alla vita, torniamo a toccare l’erba».
E allora, facciamolo lento, per citare “Ossessione”.











