Ma poi quando ti vedo, ho i carri armati nello stomaco: è questo il verso con cui Mr.Rain riassume lo stato d’animo che racconta nel suo nuovo singolo, “Lunedì nero”, uscito venerdì 22 maggio a completare una tripletta di brani che ne segnano il ritorno dopo un periodo di silenzio discografico. Un tempo, quello che Mattia Balardi – vero nome all’anagrafe –, non ha mai avuto troppa paura di prendersi in un mondo che corre veloce.
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Con “Supereroi” e “Due Altalene”, infatti, la sua carriera ha subito un’accelerazione che forse, dopo un percorso fatto di piccoli passi macinati uno dopo l’altro, ha sentito il bisogno di essere metabolizzata, decompressa. Perché prima occorre vivere davvero, a luci spente, e solo dopo si può avere qualcosa di autentico da scrivere. Il tempo e la vita è ciò che l’artista bresciano si è concesso per un anno, dividendosi tra l’Italia e la Spagna dove sta costruendo il suo percorso internazionale e sta coltivando collaborazioni capaci di dare nuova linfa alla sua musica.
Così, i primi assaggi che ci regala sono “Effetto Michelangelo”, “Casa in fiamme” e, ora, “Lunedì nero”, brano scritto con Lorenzo Vizzini che lo ha anche co-prodotto insieme allo spagnolo Liam Garner. La penna di Mr.Rain conferma la sensibilità e la profondità con cui il grande pubblico l’ha conosciuta, ma si aggiunge una pulizia dalle sovrastrutture che è la direzione in cui l’artista vuole ora camminare nel segno di una sempre maggiore autenticità.
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Che spaccato di vita raccontano questi tre nuovi singoli e, in particolare, “Lunedì nero”?
«Raccontano una mia fase di vita in cui voglio dare priorità alla mia persona e raccontare le cose nel modo più trasparente possibile. Dal modo in cui scrivo, al modo in cui produco, fino a come giro i video. Infatti, il videoclip di questo nuovo brano racconta molto semplicemente una giornata tipo della mia vita, insieme a Tokyo e Sushi, che sono i miei cani. È nato circa un anno fa durante una sessione con Lorenzo Vizzini. In realtà all’inizio c’era solo l’incipit del ritornello, poi ho finito il pezzo e scritto le strofe tra febbraio e marzo».
Da quale immagine, o metafora, sei partito?
«”Lunedì nero” è una citazione al crollo della Borsa dell’87, anno in cui non ancora nato ma che ho scoperto dopo, e la canzone parla di quella persona che ti manda completamente fuori di testa ma di cui, allo stesso tempo, non puoi fare a meno, perché rappresenta la cosa più importante che hai. Tutti noi abbiamo un “lunedì nero”. Per quanto riguarda la produzione, l’ho coprodotta insieme a tantissimi musicisti e anche con un producer con cui sto collaborando in Spagna, Liam Garner. Sono felice perché questa canzone mi sta traghettando verso il nuovo disco, che sarà una nuova versione di me».
A che punto sei con il nuovo album?
«Non posso dire molto se non che sono a buon punto. Ovviamente non l’ho ancora chiuso, perché ho tantissima roba, tantissime canzoni. Devo ancora scegliere e produrre molte cose, però sì, sono a buon punto. Ci sarà tanta musica e questi tre singoli, appunto, sono già orientati verso quello che sarà il progetto in arrivo».
Nella tua musica, oggi, quanto c’è dell’Italia e quanto c’è della Spagna?
«Intanto, sto lavorando sia a un disco in spagnolo sia a uno in italiano, però i due mondi si stanno contaminando a vicenda. Anche il disco italiano avrà tante sfumature che non avevo mai sperimentato prima. Mi sto divertendo tantissimo in studio a fare cose nuove, senza pensare troppo. Entro, scrivo perché ne sento il bisogno, perché mi fa stare bene, e basta. Sto vivendo le giornate in studio con lo stesso entusiasmo di quando ho iniziato a fare musica».
Dopo il doppio successo a Sanremo, hai dedicato il 2025 soprattutto alla scrittura. Avevi bisogno di spegnere i riflettori?
«Sì, avevo bisogno di dedicarmi alla scrittura ma anche di vivere la mia vita. Ho fatto tanti viaggi, ho conosciuto molte persone, sono stato spesso in Spagna. È stato un anno molto produttivo a livello umano e personale. Come artista e come persona mi ha lasciato davvero tanti bei ricordi».
Hai temuto che quel tempo dedicato a te stesso fosse sottratto alla carriera?
«All’inizio sì, perché viviamo in un mondo che va a centomila all’ora. Non solo nella musica, ma anche nel cinema e in qualsiasi altro lavoro: siamo tutti proiettati costantemente verso il domani, verso il futuro. Abbiamo addosso sessantamila input superficiali che ci fanno perdere tempo, perdere il focus e dimenticare di goderci davvero quello che abbiamo. E questa cosa è orribile. Dovremmo imparare tutti a rallentare. Ogni tanto ci penso: quando avevo dieci anni le giornate sembravano infinite. Mi ricordo le estati che non finivano mai e pensavo: “Che bello, non devo andare a scuola per mesi”.
Adesso chiudo gli occhi e passano sei mesi in un attimo, perché siamo bombardati da pressioni continue, spesso anche inutili. Dovremmo imparare davvero a rallentare il tempo e a concentrarci sulle cose che stiamo vivendo oggi. Perché io non voglio arrivare tra cinquant’anni pensando: “Ho fatto milioni di dischi di platino”, ma senza ricordarmi davvero i momenti vissuti, le feste, le persone, le emozioni. Io voglio godermi la mia vita con i miei tempi. Voglio più tempo».
Per non parlare del “sistema musica”, che rischia di fagocitare l’artista….
«Assolutamente sì, ma è tutta superficialità che non c’entra niente con la musica e con il bisogno reale di fare musica. Per me contano solo le canzoni, i messaggi e le emozioni. Nel 2025 ho imparato a non dare più peso a tutto ciò che è secondario. Tutto il resto non conta più niente… è forse qualcosa di anacronistico, ma sono sempre andato controcorrente, sia nei generi musicali sia in quello che dico. E fortunatamente trovo tante persone che la pensano come me. Ed è questa la cosa più preziosa».
A fine 2024 c’è stato anche il secondo Forum. Qual è la sensazione quando si scende dal palco e finisce un tour?
«Tristissimo! Quel secondo Forum arrivava dopo una serie di palazzetti, però il mio primo Forum un anno prima non volevo più finirlo. In teoria avrei dovuto chiudere il live con “Supereroi”, poi dovevo scendere dal palco, fare un giro e poi andare in camerino. Fine. E invece continuavo a salire e scendere dal palco, perché non volevo che finisse mai. È una sensazione troppo bella: sei lì, canti con un sacco di persone che si riconoscono nelle tue canzoni, nelle tue frasi, nelle tue parole. È stata una delle sensazioni più belle della mia vita. Per questo quando finisce un live è sempre un pugno nello stomaco, un carro armato nello stomaco».
In autunno riparti invece nei teatri.
«E meno male! È una dimensione che ho sempre sognato: ci pensavo già anni fa, però forse non era ancora il momento giusto. Dopo il tour nei palazzetti ho sentito il bisogno di cercare una dimensione ancora più intima, sia per farmi conoscere meglio sia per conoscere meglio le persone che mi seguono. E il teatro – anche perché sono un super fan dei teatri e della musica orchestrale – mi sembrava la veste più adatta e più coerente con quello che è oggi il mio progetto. Porterò anche una mini orchestra. Sto già scrivendo tutte le musiche… sarà una bella sfida».











