Ryan Murphy è riuscito ancora una volta a scuotere le coscienze e a trasformare la sua nuova serie true crime, parte del progetto antologico Monsters, in un vero e proprio caso d'attualità. Anche se, a conti fatti, La storia di Lyle ed Erik Menéndez cui questo nuovo show di Netflix si ispira, risale a ben 35 anni fa. Un cast sensazionale (Nicholas Chavez e Cooper Koch interpretano magistralmente i fratelli Menendez, condannati all'ergastolo per l'omicidio dei loro genitori José e Kitty del 1989: questi ultimi hanno come alter-ego un terrificante Javier Bardem e una altrettanto inquietante Chloë Sevigny) e una storia disturbante sono gli ingredienti principali di questa serie in nove episodi che discende in modo meticoloso nella psiche dei protagonisti per restituirci le eventuali motivazioni dell'omicidio. Un intento controverso dato che Murphy, cantore dei grandi casi di cronaca americana, ha scavato nel profondo e forse con troppa licenza poetica: la storia dei fratelli Menéndez, anche per questi motivi, è tornata a far parlare a distanza di 28 anni dalla condanna all'ergastolo di entrambi, pronunciata dopo un lungo processo nel 1996.
Anche le celeb sono ossessionate dai Menéndez
Il caso sembrerebbe aver attirato l'attenzione anche di Kim Kardashian, che nelle scorse ore è volata a San Diego per incontrare alcuni detenuti del penitenziario Richard J. Donovan: nel pubblico c'erano anche i veri Lyle ed Erik. L'arrivo di Kim nel carcere a pochi giorni dall'uscita della serie può in effetti sembrare casuale: ha presenziato a un incontro con sua madre Kris Jenner e l'attore della serie Cooper Koch per parlare di riforma della giustizia e del sistema carcerario, tema su cui, anche da avvocato, si impegna da anni.
Ma le connessioni di Kardashian sia con Murphy che con i grandi casi di cronaca americana sono ormai notissime: nel 2023, infatti, Kim ha preso parte alla saga antologica American Horror Story: Delicate, creatura di Murphy, come attrice; chi segue la sua famiglia da tempo avrà immediatamente ricordato il caso in cui fu coinvolto suo padre Robert, che da avvocato difese in tribunale l'amico O.J. Simpson, campione di football accusato nel 1994 dell'omicidio della moglie Nicole Brown. Su quale piano si muove l'interesse di Kim, si stanno chiedendo i media americani? Davvero la sua priorità è la riforma della giustizia o il caso dei fratelli Menéndez, recentemente tornato alla ribalta, è stato per lei un richiamo irresistibile?
Emily Ratajkowski è andata oltre: sulle sue storie Instagram ha messo in parallelo il caso dei Menéndez con quello di strettissima attualità che vede coinvolto il produttore Sean Diddy Combs, accusato di violenza sessuale e fisica oltre che di aver attuato un vero e proprio sistema criminale per lo sfruttamento della prostituzione.
«Con tutto quello che sta venendo fuori su Diddy e guardando lo show Monsters penso che sia necessario aprire un dibattito sulle violenze sugli uomini», ha scritto la modella. «Diddy è riuscito a nascondere il suo sistema criminale a lungo perché molte delle sue vittime sono uomini e la nostra cultura vede ancora lo stupro e la violenza sugli uomini come estremamente demascolinizzante». Sulla vicenda dei Menéndez e sugli abusi subiti da bambini, EmRata ha aggiunto: «Queste vittime di violenza sin dall'infanzia finiscono con l'avere comportamenti orribili quando sono adulti perché non riescono o non possono parlare di ciò che hanno vissuto in modo sano per evitare di ferire altre persone. Non scuso gli abusers in nessun modo, sto solo dicendo che deve esistere un modo per bloccare questo ciclo».
«Ho visto uomini così tutta la mia vita, persone con comportamenti sessuali e tendenze disturbanti dire: 'Hey, siamo fatti così, siamo maschi!'. Questa è una scusa. E poi scopri magari che hanno subito violenze e abusi da bambini. Spero davvero che potremo aprire il dibattito su questo tema così che i ragazzi possano sentirti più al sicuro nel parlare».
La serie sui fratelli Menéndez parla di abuser e di sopravvissuti
Uno dei motivi per cui si sta discutendo tantissimo della resa finale della serie di Murphy oltre che da un punto di vista meramente televisivo è che la storia dei fratelli Menéndez intreccia al delitto in sé anche una terribile storia di violenze sessuali e psicologiche, subite a partire dai 6 anni da Erik e Lyle, com'è stato raccontato nel processo, a opera del padre José con la connivenza della madre Kitty. Stando al racconto che i due fratelli hanno fatto della loro infanzia durante le udienze, tutte trasmesse in televisione e diventate un caso pubblico senza precedenti, Menéndez sr. ha abusato in modo orribile di entrambi i figli (di Lyle fino agli 8 anni, di Erik fino a poco prima dell'omicidio); Kitty, secondo quanto raccontato da Lyle, avrebbe abusato anche di lui, decidendo allo stesso tempo di non intervenire per impedire gli abusi paterni su entrambi. La linea della difesa ha sempre spinto sugli abusi come leva dell'omicidio, anche se, data la sentenza e le circostanze successive alla morte dei genitori, questi non sono mai stati ritenuti un'attenuante.
Sempre nelle udienze, Lyle ha ammesso di aver abusato del fratello Erik seguendo una sorta di schema malato imparato dal padre. La serie racconta questi fatti con flashback e grazie all'interpretazione magistrale di Coch e Chavez, ma differisce dalla versione dei Menéndez perché insinua, seppur velatamente, che tra i due fratelli ci fosse anche una relazione sentimentale e sessuale e non un rapporto tra abuser e vittima come in effetti hanno sempre sostenuto i due protagonisti e i loro avvocati. Questa romanticizzazione del loro legame è stata immediatamente rigettata dallo stesso Erik Menendez, in carcere ormai da più di 30 anni, in uno sfogo pubblicato dalla moglie Tammi (sposata dalla prigione nel 1999) sui social.
«È triste per me sapere che il ritratto disonesto fatto da Netflix su una tragedia che riguarda il nostro crimine ha riportato una dolorosa verità indietro di parecchi passi, indietro nel tempo in un'epoca in cui l'accusa si basò su un sistema di convinzioni nel quale gli uomini non posso subire abusi o vivono il trauma dello stupro in modo diverso dalle donne». Per Menéndez, Murphy fa un ritratto disastroso e troppo glamour del legame col fratello Lyle, dimenticando che «la violenza contro un bambino crea centinaia di crimini orrendi e silenziosi».
Secondo un'opinione condivisa non solo da Menéndez ma anche da molte vittime di abusi in famiglia e da svariati critici televisivi, Murphy ha reso troppo glamour un caso che, nonostante le premesse (due fratelli giovani e belli; la vita apparentemente perfetta di una rich family americana e via discorrendo) non ha nulla di affascinante. Certo Murphy dà allo spettatore la libertà di scelta, lasciandogli l'arduo compito di decidere da che parte stare almeno da un punto di vista etico. Anche perché i Menéndez vengono raccontati in tutte le loro contraddizioni, senza sconti: passano dall'essere rich kids viziatissimi a due psycho- killer con pochi rimorsi fino allo svelamento della loro identità più intima, quella di bambini violati nel profondo da parte di chi doveva proteggerli, natura da cui, in ultima battuta, sembrano scaturire tutte le altre, anche quella omicida. Va sempre ricordato però che Monsters. La storia di Lyle ed Erik Menéndez è una serie tv che prende piede da fatti sì reali ma con tanti punti oscuri. E che Ryan Murphy è maestro nell'affidare a una storia, anche quella più crudele e cruenta, quell'estetica vintage e quella fotografia seppiata che sembrano incantare lo spettatore. Siamo sicuri di saper distinguere il bene dal male, sempre che esista una distinzione così netta, partendo da queste premesse?










