Le istituzioni culturali hanno due possibilità: conservare il passato o metterlo in discussione per farlo sopravvivere. Piano City Milano ha scelto la seconda strada. Dal 2011 la manifestazione anima i luoghi più belli della città con concerti gratuiti e performance dei più grandi pianisti internazionali, ma oggi sente la necessità di parlare anche a una nuova generazione, cresciuta senza confini tra classica, rap, elettronica e pop.
Per questo l’apertura dell’edizione 2026 ha un valore profondamente simbolico: il board ha scelto Sofiane Pamart, pianista francese classe 1990 che sta riscrivendo l’immaginario della musica classica contemporanea attraverso una commistione di generi che va dal rap al pop fino al reggaeton. Una scelta che racconta bene la direzione intrapresa dal festival negli ultimi anni: costruire ponti tra tradizione e contemporaneità, avvicinare nuovi pubblici al pianoforte e dimostrare che la musica classica può dialogare con l’estetica, i linguaggi e le sensibilità del presente senza perdere profondità o valore culturale.
Il 15 maggio, nei giardini della Galleria d’Arte Moderna di Milano, Sofiane Pamart darà il via a Piano City con un concerto intimo e raccolto, quasi agli antipodi rispetto all’appuntamento del 17 aprile 2027 allo Stade de France di Parigi, che lo renderà il primo pianista a esibirsi nella venue da 90mila posti. A Milano l’artista presenterà per la prima volta in Italia Movie, il suo nuovo album: un progetto ambizioso e profondamente contemporaneo che riunisce 14 artisti del panorama musicale internazionale, da Sia a Nelly Furtado, passando per Melody Gardot, J Balvin, Celeste e Rema.
Raggiungo Sofiane su Teams e lui mi riceve dalla sua camera d'albergo di Montreal, in Canada. È appena stato a New York a trovare sua sorella, per conoscere il suo primo nipote. È ancora emozionato, «sto processando. Non sono padre, ma quando ho visto una persona così vicina di me fare una cosa così grande mi sono impressionato. una delle emozioni più grandi della mia vita».
Scriverai una canzone su questo?
«Sai, spesso quando riesco a elaborare le emozioni le metto sul pianoforte. È per questo che ho sempre un pianoforte nella mia stanza.
Chiedi agli hotel di procurarti un pianoforte, ovunque tu vada?
«Non sai mai davvero cosa succederà quando sei in viaggio e un pianoforte è fondamentale, è così che compongo. A volte non riesco proprio a dormire la notte e mi sento sopraffatto dalle emozioni. Grazie al pianoforte metto tutte le emozioni dentro il piano e poi mi sento meglio».
Ora capisco perché il tuo primo album si intitola Planet.
«È così che l’ho composto. Viaggiavo, avevo un pianoforte ovunque e scrivevo una canzone, poi un’altra, poi un’altra ancora. Per questo il mio primo album è composto da brani che hanno nomi di città ha nomi di città: perché catturavo l’emozione che provavo in ogni città che visitavo».
Quante notti dormi a casa tua a Los Angeles, in un anno?
«Poche, non lo so… un paio di mesi in tutto direi. Mi piace anche questo stile di vita, perché mi costringe a capire che tutto scompare. Appena scopro qualcosa, appena provo una nuova emozione o una nuova sensazione per una città, devo già andare via. E se voglio conservare qualcosa di quello che provo, devo trasformarlo in una canzone. Per questo sento che è un riflesso della vita: la vita è così, solo che pensiamo di avere molto più tempo, ma in realtà non ne abbiamo così tanto. Dobbiamo catturare le emozioni che stiamo vivendo, alla fine è questo il senso della vita».
Qual è il luogo del mondo in cui ti piace di più esibirti?
«Mi è successo tante volte. Una è stata alla Philharmonie di Berlino, che rappresenta molto per me perché è l’eredità della musica classica. Quando mi esibisco lì sento qualcosa di speciale. Ho provato la stessa sensazione all’Opéra Garnier di Parigi. Anche quando ho suonato in cima a Mont Saint-Michel, per celebrare i mille anni del luogo. Mi sento legato alla storia, a qualcosa di molto più grande della mia vita. Mi piace perché in quei momenti mi sento quasi sovrumano. Sono stato formato con la musica classica, suonando pezzi scritti da persone che avevano le nostre stesse emozioni, ma due o tre secoli fa. Quando mi esibisco in un luogo carico di storia, sento di essere nel posto giusto al momento giusto».
Quanto è importante l’empatia quando si suona musica classica?
«Credo sia fondamentale per provare a sentire quello che provava il compositore, come se fosse vivo oggi. Quando capisci questa connessione, ti rendi conto che tutto cambia attorno a noi — la tecnologia, il modo di vestirsi, di parlare — ma c’è una cosa che resta identica dall’inizio dell’umanità: le emozioni. La tristezza, la malinconia, la gentilezza… quelle sono sempre le stesse».
C’è un compositore a cui ti senti più legato? Uno che ami ascoltare e uno che ami suonare?
«Sono molto diversi. Amo ascoltare Brahms, soprattutto le sue sinfonie. Ma amo suonare Chopin. È il compositore che preferisco eseguire. Amo anche Ravel. Credo che bisogni combinare compositori diversi per capire chi sei davvero. In Ravel c’è qualcosa che mi parla profondamente, così come in Chopin o Schumann. Mi hanno insegnato tantissimo per diventare l'essere umano che sono oggi. Da bambino ho scoperto molte emozioni attraverso gli spartiti, prima ancora di viverle davvero».
La musica classica oggi sta cambiando molto e tu rappresenti la musica classica contemporanea. In Italia c’è ancora un dibattito tra chi difende la tradizione e chi apprezza artisti moderni. Con Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi nacque il dibattito tra i conservatori e chi, invece, era più aperto a contaminazioni. Tu cosa ne pensi?
«Per me questo dibattito non ha senso. Se preferisci ascoltare Tchaikovsky, ascolta Tchaikovsky. Se preferisci altro, ascolta altro. Nessuno può decidere per qualcun altro cosa dovrebbe ascoltare. Alla fine entrambe le persone stanno vivendo emozioni attraverso la musica. Credo che questo dibattito sia solo uno spreco di energia. E poi stiamo portando sempre più persone verso il pianoforte: più gente ascolta piano, più persone vogliono imparare a suonarlo. È importante creare opportunità per scoprire la musica, soprattutto per chi non le ha avute da bambino».
Piano City sembra voler andare proprio in questa direzione. Cosa significa per te aprire il festival?
«Voglio dedicare la mia vita a diffondere amore e speranza attraverso il pianoforte. Credo che il mondo abbia bisogno di cose positive, di spazi in cui sentirsi al sicuro nel provare emozioni. Voglio farlo in modo contemporaneo: amo la storia, ma non voglio comportarmi come se vivessi nel passato. Voglio costruire un ponte tra le epoche e le generazioni».
Come spieghi l’importanza crescente del pianoforte nel rap?
«Il rap è un luogo in cui si fondono tantissimi elementi musicali. Fin dall’inizio il rap ha preso in prestito da altri generi, anche dalla musica classica, spesso attraverso i sample. Oggi ci sono artisti che conoscono entrambe le culture e possono creare quel ponte direttamente».
Ascolti ancora rap?
«Un po’ meno. Il rap è stato tutta la mia vita da ragazzo. Uscivo dal conservatorio e ascoltavo rap, vivevo in due mondi diversi. Ora sento il bisogno di esplorare altre musiche, perché il rap ormai è nel mio sangue».
Parlami dell’album Movie. Il titolo è legato all’idea che la tua vita sembri un film?
«Sì, ha molti significati. Da dove vengo io, se penso alle mie origini, vivere tutto questo grazie al pianoforte sembra davvero la trama di un film. Ma soprattutto Movie è un film emotivo: l’album inizia con un’alba e finisce con un tramonto. In un solo giorno attraversi tutte le emozioni della vita — speranza, paura, amore, dubbio, perdita — e alla fine arriva il tramonto, come la fine della vita».
C’è un posto dei tuoi sogni dove vorresti suonare questo album?
«Mi piacerebbe suonare sott’acqua. Non so se sia possibile, ma sarebbe incredibile. Amo anche gli elementi intensi, come il fuoco: magari vicino a un vulcano».
A questo punto Sofiane mi fa una domanda, che credo sia importante inserire nell'intervista.
Sofiane: «Posso farti io una domanda? Tu invece cosa pensi sulla musica classica che si rinnova?»
Martina: «Sono cresciuta ascoltando molto Einaudi e, proprio grazie a lui, ho poi scoperto anche la musica classica del passato, che in casa mia non era particolarmente presente. Per questo trovo sterile il dibattito tra classica “tradizionale” e nuova classica: le nuove generazioni non lo vivono davvero come un conflitto. Anzi, credo che oggi sia fondamentale mescolare i generi. La tua storia, dal conservatorio al rap, fino al ritorno al pianoforte, dimostra che la musica non appartiene mai a un solo linguaggio. I generi dialogano continuamente tra loro e, quando succede, nasce sempre qualcosa di nuovo. Unire mondi diversi non è mai una perdita, ma un arricchimento».
Sofiane: «È esattamente quello che ho cercato di fare in Movie. Ci sono artisti afrobeat, reggaeton, rap, pop… tutti insieme nello stesso film musicale, ma con un solo elemento comune: il pianoforte».
Martina: «Ti ho lasciato in chat il profilo di Charlie Charles, un produttore italiano con una storia simile alla tua. Dovresti ascoltarlo».
Sofiane:«Grazie mille, andrò a scoprirlo».













