In quest'intervista emergono molti spunti interessanti per chi si interroga su come viviamo oggi le relazioni, soprattutto noi trentenni, sospesi tra i legami profondi dell'infanzia e le inevitabili trasformazioni dell'età adulta. Ma è anche una conversazione che può parlare a chi cerca nella letteratura uno spazio in cui riconoscersi, dare un nome alle proprie emozioni e trovare, se non delle risposte, almeno delle domande condivise.
Anita Bozzo è l'autrice di Quel che resta di un'isola, l'ultimo romanzo pubblicato da Montag, la casa editrice indipendente nata nel 2007 con l'obiettivo di dare voce a scrittrici e scrittori esordienti. In poco più di centoquaranta pagine, Bozzo affronta un argomento tanto universale quanto poco raccontato: cosa accade quando un'amicizia finisce. Perché siamo abituati a parlare di amori che volgono al termine, molto più raramente ci soffermiamo sul dolore che può lasciare un'amicizia che si esaurisce.
La protagonista del romanzo cresce accanto ad Agnese, compagna di estati infinite trascorse su un'isola greca, tra bagni, esplorazioni e quella sensazione di libertà assoluta che appartiene solo all'infanzia. Anni dopo, però, le due ragazze si ritrovano adulte, cambiate, distanti, in un appartamento a Milano dove Agnese si trasferisce per studiare. Non c'è un litigio che segna la rottura, né un evento traumatico che renda tutto improvvisamente irreparabile. Ci sono piuttosto le parole non dette, i bisogni che non trovano voce, i percorsi personali che prendono direzioni diverse, nella forma dell' allontanamento silenzioso che spesso accompagna le amicizie più importanti e che proprio per questo è così difficile da accettare.
Ma cosa significa salutare per sempre una persona che ha condiviso una parte fondamentale della nostra vita? Come si convive con il dubbio che forse qualcosa si sarebbe potuto salvare? E come si attraversa quel vuoto che resta quando un legame si spezza senza un vero colpevole? A queste domande Anita Bozzo ha trovato una risposta tanto semplice quanto potente: «Scrivendo».
Partiamo dal titolo, che è l'ultima cosa che si decide di solito quando si scrive un libro.
«In realtà io avevo deciso un titolo diverso già all'inizio, perché sapevo già quale volevo che fosse il tema. Doveva essere Quelli che restano. Però esiste già un romanzo molto importante con quel titolo, quindi alla fine ho deciso di chiamarlo Quel che resta di un'isola, perché l'isola rappresenta tutto quello che è stato e tutto quello che rimane di questa relazione che si esplora nel libro. Mi interessava raccontare cosa rimane dei rapporti che finiscono».
È un rapporto che finisce lontano dall'isola. Che cosa rappresenta la città?
«C'è un divario molto grande tra l'isola e la città. L'isola rappresenta l'infanzia, la spensieratezza e le possibilità infinite che l'infanzia prevede. Da bambini, soprattutto durante le vacanze estive, si pensa che il tempo non finisca mai. La città invece rappresenta la vita adulta, la routine, il lavoro, gli impegni. Mi piaceva esplorare questa contrapposizione tra la vita libera a cui possiamo aspirare da bambini e la vita più strutturata e piena di obblighi che arriva crescendo».
Quindi l'isola è anche un luogo puro, dove il giudizio e le dinamiche più tossiche restano fuori?
«Sì, è un luogo puro. È un luogo dove anche gli adulti non sono molto presenti, perché volevo che i bambini fossero i protagonisti assoluti. I giudizi esistono, perché i genitori fanno comunque parte della vita dei bambini, ma sull'isola le possibilità sembrano infinite. È anche un luogo mentale in cui rifugiarsi quando le cose vanno male o sfuggono al controllo, un posto dove ritrovare le cose perdute».
Hai un'isola del cuore? Quanto c'è di autobiografico in questa storia?
«Non è una storia completamente autobiografica, ma nasce dal bisogno di elaborare la fine di un'amicizia che è nata su un'isola greca. Le ambientazioni, le vicende e i personaggi sono diversi, ma il nucleo emotivo viene da lì. Ho scritto questo libro per mettere ordine in un cuore spezzato. Quando finisce un'amicizia la vita va avanti, ma dentro di noi resta qualcosa da elaborare, e io avevo bisogno di farlo attraverso dei personaggi inventati».
Questa amicizia è finita per un motivo preciso o semplicemente perché siete cresciute e avete preso strade diverse?
«È finita per cause naturali della vita. Anche nel libro non c'è un evento scatenante o un litigio che cambia tutto. Credo che le amicizie vere e profonde raramente finiscano per un litigio, a meno che non accada qualcosa di molto grave. Più spesso finiscono perché la vita va avanti, le persone crescono e cambiano. Mi interessava raccontare proprio questo: la realtà di molte amicizie che si perdono senza una ragione precisa, semplicemente perché succede».
La cosa più difficile è fare pace con questa perdita? Fa parte del crescere?
«Sicuramente ci sono scelte che facciamo e che lasciano indietro delle persone. Questo significa sentirsi in colpa e allo stesso tempo imparare a convivere con quel senso di colpa. A volte ci sentiamo egoisti nel scegliere ciò che è giusto per noi, ma bisogna ricordarsi che anche l'altra persona sta facendo il proprio percorso. Porto tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita nel cuore, ma le scelte che facciamo hanno sempre una ragione. Non stiamo facendo del male a qualcuno scegliendo ciò che è giusto per noi».
Cosa ti manca di quelle estati?
«Sicuramente la sensazione di avventura, scoperta e libertà. Mi manca quel mondo così naturale e selvaggio, poco controllato, dove sembrava possibile vivere infinite avventure. E mi manca anche la semplicità dell'amicizia nell'infanzia: andavi da qualcuno e chiedevi "posso essere tua amica?" e iniziavi a giocare. Da adulti ci sono mille dinamiche e mille tempi da gestire. Le amicizie richiedono organizzazione. Da piccoli bastava chiedere "vuoi venire a giocare a casa mia?"».
Ci sei mai tornata sull'isola?
«Non ci torno dal 2017».
Per scelta o perché non te la senti?
«All'inizio perché non c'era stata l'occasione. Adesso per scelta, perché potrebbe farmi soffrire molto».
La foto di copertina è una tua foto?
«È una foto che ha scattato mia mamma quando eravamo in Croazia da piccoli».
L'isola del libro è greca? E quella a cui ti ispiri?
«Sì, entrambe».
Che isola è?
«Non posso dirlo».
Come mai siete finiti proprio lì?
«L'ha scoperta mia mamma quando eravamo piccolissimi. Mio fratello aveva due anni e io sei. Era un posto sconosciuto, dove non andava praticamente nessuno. Ci siamo tornati per sette anni consecutivi, poi è diventato più turistico e abbiamo smesso di andarci».
Quando hai iniziato a scrivere il libro? Come è nata l'idea?
«Nel marzo del 2023 è finita questa amicizia. Stavo molto male. Poi ci siamo risentite a maggio e abbiamo messo un punto definitivo. A giugno facevo la babysitter a una bambina molto piccola e, durante i suoi sonnellini, ho iniziato a scrivere su Google Docs dal cellulare. All'inizio era solo uno sfogo. Ho scritto una decina di pagine e poi ho continuato ogni volta che andavo da lei. A un certo punto avevo accumulato parecchio materiale. L'ho fatto leggere alla mia migliore amica e anche lei lo ha trovato bello. Così ho iniziato a pensare che potesse diventare davvero un libro».
L'amicizia è un tema poco raccontato in letteratura?
«Assolutamente sì. Non solo nella narrativa, ma anche nei film e nelle canzoni, tutto ruota attorno all'amore romantico. Eppure le amicizie sono il pilastro della nostra vita. Senza relazioni amicali saremmo soli. Soprattutto per la Gen Z questa consapevolezza è molto forte. Mi sembrava strano che se ne parlasse così poco, considerando quanto possa fare male la fine di un'amicizia».














