Il pubblico lo ha voluto e la televisione ha risposto. A vent'anni dal primo ciak, una delle famiglie più amate d'Italia - quella dei Cesaroni - è tornata a riaccendere le luci di casa e, insieme a loro, ritorniamo a guardare quei personaggi che hanno segnato una stagione televisiva indimenticabile. Tra i grandi protagonisti di questo grande ritorno c'è Ludovico Fremont, cresciuto davanti alle telecamere e oggi uomo e professionista maturo, capace di guardare al successo di ieri con una consapevolezza tutta nuova.
- Federico Russo, oltre i Cesaroni: «Ho smussato i lati più tossici in terapia, ma resto un bel rompiscatole»
- Melissa Monti, la fidanzata di Cristian Totti è nel cast de I Cesaroni 7
- I Cesaroni: il cast ieri e oggi
Tra il set de I Cesaroni, una grande passione forse inaspettata per la poesia, e le sfide quotidiane dell'essere padre oggi, l'attore si racconta a cuore aperto, senza filtri e con una grande lucidità sul presente.
Lo abbiamo incontrato a margine della conferenza stampa del Social Tour, un progetto che per lui è ormai un appuntamento del cuore (dal 22 al 24 maggio a Guidonia Montecelio con musica, sport, arti performative, inclusione e partecipazione sociale), per fare il punto sulla sua carriera e non solo.
Come è tornare al Social Tour per il secondo anno consecutivo?
«Sono felice, dirlo potrebbe sembrare un'ovvietà, ma per me non lo è affatto. Con Mattia (Del Forno, cantante del gruppo La Scelta e tra gli organizzatori della manifestazione, ndr), siamo diventati molto amici. Abbiamo condiviso diverse esperienze e ho partecipato a un paio di manifestazioni in cui mi lascia la libertà e l'opportunità di esprimermi, dato che mi occupo anche di scrittura. Oltre a fare l'attore ho sempre coltivato questa passione: ho scritto un libro di poesie e sto aspettando la persona giusta che sappia curarlo come desidero. La poesia è un genere talmente intimo e profondo che voglio essere assolutamente convinto prima di affidarlo a un editore che ne comprenda il reale valore».
Quali sono le tematiche di queste poesie?
«Quest'anno al Social Tour porterò un testo di cui non voglio ancora svelare il titolo, incentrato sul modo in cui giudichiamo il prossimo. In questa poesia il concetto si ribalta: un giudizio negativo si trasforma in una forza. Invece di incassare il colpo, si cambia segno a quel giudizio per metterne in luce la parte migliore. È un modo per difendersi ma anche per valutare le cose da un'altra prospettiva. Riuscire a cogliere il lato ironico di un giudizio, o persino di un insulto, ti dà il potere di rigirarlo a tuo favore, prendendoti il merito di quella trasformazione senza rispondere con altra negatività».
E dove trovi l'ispirazione per scrivere?
«Ci sono giorni in cui devo sforzarmi di più, ma la verità è che tutto nasce da cose molto semplici, da piccole scintille quotidiane. Questo vale per la poesia, così come per le canzoni o per i libri. La creazione parte sempre da un piccolo stimolo, poi subentra la disciplina necessaria a strutturare l'opera e a renderla fruibile per il pubblico. Alla base, comunque, ci sono sempre le mie esperienze personali. Credo che l'arte e la poesia abbiano proprio il compito di prendere ciò che per molti è brutto o insolito, scioglierlo e mutarlo, per restituirne la versione migliore possibile».
Hai mai pensato di musicare queste poesie, quindi farle diventare una canzone?
«Sì, ci ho pensato spesso. A volte è solo una questione di tempismo, ma sono convinto che quando i tempi saranno maturi il progetto prenderà forma da sé. A me piacerebbe moltissimo».
Ti vedremo solo in versione autore o anche cantante?
«Su questo aspetto mi lascerò consigliare. Non ho la pretesa di fare tutto da solo. Io amo le parole, che sono anche gli strumenti del mio lavoro da attore, ma bisogna saperle servire senza diventarne schiavi. Avendo la fortuna di essere metà italiano e metà francese, provengo da un contesto culturale importante a livello europeo. Credo che l'italiano e il francese siano le lingue che meglio sanno valorizzare la parola, e cerco di unire queste due anime in quello che faccio».
In questo periodo sei tornato in tv con I Cesaroni. Come hai vissuto la naturale - ma non scontata - evoluzione del tuo personaggio Walter?
«Quando è arrivata la chiamata ero felicissimo. Spesso nel nostro ambiente si tende a non ascoltare il pubblico, invece credo sia fondamentale farlo. Il ritorno de I Cesaroni non è stato imposto dall'alto, ma è stato fortemente voluto dalla gente. Dietro c'è un lavoro immenso di scrittura, regia e recitazione che forse da fuori non tutti percepiscono, specialmente leggendo i vari commenti in Rete».
Anche per la produzione e per voi attori è una bella sfida dopo così tanto tempo, no?
«La Rete stessa si è rimessa in gioco ed è stato un grandissimo atto di coraggio. Tendiamo a dimenticare che sono passati vent' anni. È un periodo lungo, in cui il modo di fruire i prodotti televisivi è completamente cambiato, così come la fascia d'età che ricoprivamo allora. I risultati che stiamo ottenendo non vanno sottovalutati, ma analizzati proprio alla luce di questo cambiamento. Personalmente sono felice della maturazione del mio personaggio e sono convinto che il pubblico apprezzerà molte delle novità in arrivo. È un lavoro corale, in cui ogni attore porta il proprio colore e la propria centralità. Per questo ringrazio la casa di produzione Publispei e il regista Claudio Amendola, che sul set è stato una figura paterna nel senso più alto del termine».
Leggi le critiche o i commenti il giorno dopo la messa in onda?
«Sì, li leggo. Ma quest'anno, per la prima volta e con grande entusiasmo, ho voluto seguire la messa in onda. In passato non lo facevo, forse per una punta di scaramanzia legata alla giovinezza. Oggi, con una maturità diversa, riesco a guardarmi da spettatore, distaccandomi dal mio ruolo, e mi sono lasciato coinvolgere per primo. Trovo incredibile il valore che questo progetto conserva a livello nazionale. Lo abbiamo percepito chiaramente tutti noi del cast».
Qual è la tua percezione del mondo dei social oggi rispetto a queste dinamiche?
«Per mia inclinazione preferisco concentrarmi su critiche costruttive e su riflessioni ragionate. Sui social oggi c'è la tendenza diffusa a commentare qualsiasi cosa, spesso senza filtri o motivi reali, e a volte si sente la mancanza di un po' di calore umano».
Quando hai avuto successo con I Cesaroni eri molto giovane e l'impatto con questo mondo è stato bello forte. Tornando indietro, che consiglio daresti al Ludovico di allora o magari un consiglio che vuoi dare a un giovane attore che potrebbe affrontare le stesse problematiche?
«Rispetto a quando ho iniziato io, il mercato è profondamente cambiato e le variabili in gioco sono diverse. Il consiglio che darei oggi, e che rivolgerei anche al me stesso del passato, è di non smettere mai di studiare e di formarsi. Nella vita di un attore non si può mai prevedere quale percorso prenderà la carriera o quale ruolo si sarà chiamati a interpretare».
Pensi che la formazione continua aiuti ad arricchire anche il proprio bagaglio personale sul set?
«Certamente. Imparare a suonare uno strumento, affinare la tecnica o praticare uno sport sono competenze che tornano sempre utili. Questo mestiere ti offre l'opportunità di calarti nei panni di persone lontanissime da te, interpretando ruoli di diverse nazionalità o con abilità fisiche e motorie specifiche. Più abilità si consolidano, più si è completi. Molti pensano che recitare significhi solo pronunciare una battuta, ma non è così: parliamo di una forma d'arte. Un'arte che, come dicevano i fratelli Lumière alle sue origini, sembrava destinata a spegnersi e che invece resiste con le unghie e con i denti al passare degli anni».
C'è qualcosa in particolare che ti preme trasmettere, soprattutto pensando alle nuove generazioni?
«Da padre, sento il bisogno di spiegare ai ragazzi che c'è una netta differenza tra la realtà e la narrazione dei social. Su questo fronte istituzioni e governi dovrebbero intervenire per tutelare i giovani, perché capita di leggere dinamiche molto tristi. Mia figlia, ad esempio, non utilizza le piattaforme digitali e trovo che sia giusto così. Come un tempo si aspettavano i quattordici anni per il motorino, oggi l'accesso ai social andrebbe posticipato a un'età più matura. Questo è il mio modo di proteggerla. Noi genitori abbiamo il dovere di tutelare i nostri figli e di aiutarli a esprimere il meglio di sé, affinché possano trovare con fiducia il proprio posto nel mondo».
Il tuo essere padre ha cambiato il modo di vivere le emozioni anche nel tuo lavoro?
«Sono diventato estremamente sensibile, mi commuovo persino guardando i cartoni animati. È un'esperienza potente e bellissima rivedere i propri riflessi in un altro essere umano che cresce e cammina nel mondo. Questa spiccata sensibilità si riflette inevitabilmente sulla professione: oggi recepisco gli stimoli emotivi in modo molto più diretto e profondo. Al tempo stesso, trovo positivo che mia figlia sia del tutto disinteressata al mio lavoro sullo schermo. Per lei sono semplicemente il papà. Ha intuito qualcosa della mia professione, ma preferisco mantenere le cose come stanno».
Credi che sia importante mantenere questa netta separazione tra la famiglia e il lavoro?
«Sì, penso che un figlio debba vedere nei genitori un punto di riferimento privato, non il personaggio pubblico. Preservare l'intimità del nucleo familiare è essenziale. Questo distacco protegge i ragazzi dal rischio di emulazione legata alla notorietà del padre o della madre. Ognuno deve poter scoprire la propria strada in autonomia, comprendendo ciò che desidera davvero per il proprio futuro».
Un lato di te che nella recitazione ancora non è venuto fuori? Magari un personaggio che ti piacerebbe interpretare?
«Nel corso degli anni ho avuto la possibilità di interpretare ruoli molto diversi: da un soldato della Seconda Guerra Mondiale a un personaggio complesso tratto da un'opera di Puškin. In futuro mi piacerebbe confrontarmi con storie vere di riscatto sociale e personale. Figure complesse che, nonostante le difficoltà di partenza, sono riuscite a trasformare la propria esistenza. Apprezzo molto i biopic proprio per questa ragione».
E se invece guardiamo al mondo della finzione pura, c'è un genere che ti affascina particolarmente?
«In parallelo, sono un grande appassionato di fantasy e mi piacerebbe recitare in produzioni epiche sullo stile del Signore degli Anelli. Ho un debole per l'immaginario cavalleresco. Fin da piccolo leggevo i testi di Chrétien de Troyes, le storie di Cyrano de Bergerac e tutta la letteratura legata a quel mondo. Trovo affascinante quel modo di raccontare l'onore e l'amore. Sotto il profilo tecnico saprei già come muovermi, dato che so andare a cavallo e usare la spada, quindi sarei pronto».












