Era un sabato e avevo un’ora e mezza di pausa al lavoro. Sono arrivata in Piazza Duca d'Aosta: migliaia di persone si erano radunate davanti alla Stazione Centrale di Milano, pronte a marciare verso Corso Buenos Aires. Poi è successo qualcosa di inaspettato: tuttə le persone si sono sedutə in mezzo alla strada. Il traffico si è fermato. Una persona ha preso il microfono e ha cominciato a leggere dei nomi. Uno ad uno, un elenco incessante. Erano i nomi delle persone trans e non binarie che avevano subito violenza, abusi, che erano state uccise o avevano deciso di togliersi la vita . E io me ne stavo lì, durante la mia pausa pranzo, senza sapere cosa fare. E, da qualche parte tra un nome e l’altro, ho smesso di sentire un elenco e ho cominciato a sentire la mia vita. Ho iniziato a pensare che ogni momento della mia vita sarebbe potuto andare diversamente. Ogni istante, ogni ricordo vissuto. Mi è sembrato un miracolo essere ancora qui e poter vivere quel momento.

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© Arthur Buoso [@film.by.arthur]

Mi sono resa conto che quella paura e quel senso di smarrimento e inadeguatezza non appartenevano solamente a me o alle persone che erano con lì in quel momento. Era qualcosa che continuava a esistere anche al di fuori di quella piazza e dalle vie che avremo percorso, perché si tratta di qualcosa dentro al presente che stiamo vivendo. Istintivamente, ho iniziato a pensare a quello che stiamo vivendo oggi: siamo nel 2026, ci sono guerre in corso, i Paesi si trovano ad affrontare problemi economici e geopolitici che incidono sulla vita delle persone in ogni continente. Eppure, in un mondo attraversato da crisi enormi, perché la politica si concentrata sull'introduzione di leggi e provvedimenti anti-trans? La conversazione, spesso, torna sempre su di noi. Una piccola percentuale della popolazione mondiale. Una mia amica in America — trans, non binaria, in transizione da oltre cinque anni — si è vista revocare di recente il passaporto, che è stato poi riemesso con il genere assegnatole alla nascita. Non perché sia cambiata lei, ma perché è cambiato un governo. La sua identità non è cambiata. Sono cambiati.

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Il giorno prima del Trans Day of Visibility, il 31 marzo, l’India — il mio Paese — ha rimosso la clausola di autocertificazione che permetteva alle persone trans di autodichiarare la propria identità. Adesso sono necessarie una sorveglianza medica intensiva e un’approvazione esterna. È lo Stato che decide, di nuovo, chi ha il diritto di essere ciò che è. Non vi darò statistiche perché quelle le potete trovare da soli. Quello che voglio condividervi e trasmettervi è ciò che ho visto, ciò che ho sentito e che le persone mi hanno raccontato durante la marcia. Questo non è il Pride di giugno. Non ci sono sponsor e non si vedono bandiere arcobaleno sugli edifici delle banche e nemmeno carri aziendali.

Questa parata è nata l'anno scorso, il 4 maggio — anniversario della Legge 164, la legge italiana del 1982 che per la prima volta ha riconosciuto alle persone trans l'accesso legale alla transizione medica. Una data che la maggior parte delle persone trans non conosceva nemmeno. Nel 2025 speravano di essere in duecento persone e ne sono venute più di mille. Il collettivo Trans* Pride Milano che organizza la parata — orizzontale, senza gerarchia, con decisioni prese per sintesi e non a maggioranza — ha scelto il tema di quest'anno: Vita Precaria. Lotta Non Binaria.

«Non vogliamo concentrarci solo sul discorso astratto», mi hanno raccontato, settimane prima della marcia, in un garage vicino a Chinatown dove stavano costruendo cartelli a mano con i materiali che avevano trovato. «Il genere è un costrutto sociale, lo sappiamo. Ma nella vita concreta, abbiamo molte difficoltà. Avere accesso a una casa, la possibilità di lavorare, l'accesso alle cure mediche». E poi hanno detto una frase che mi ha particolarmente colpita: «Se una persona cisgender ha difficoltà a pagare l'affitto — immagina quali potrebbero essere le difficoltà di una persona trans». Io non l'ho dovuto immaginare, perché quelle difficoltà le conosco bene.

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Kay Kamakhya
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Quando mi sono trasferita a Milano per la prima volta, avevo bisogno di una casa. Ero trans. Ero indiana. Cercavo annunci su Idealista e chiamavo le agenzie immobiliari. Non c'è voluto molto per capire com'ero considerata dal mercato immobiliare degli affitti in questa città. Alcuni annunci dicevano esplicitamente: “solo per studentesse”. Non sapevo dove collocarmi dentro quella frase. Avevo paura di chiederlo. Chiamavo gli annunci dei vari immobili ma le persone che affittavo la casa non erano interessate a me. Alla fine sono riuscita a trovare un posto dove stare grazie alla mia coinquilina. Lei è svedese e i suoi genitori riuscivano fornire la garanzia che il proprietario richiedeva. Senza di lei, senza la sua nazionalità, non avrei ottenuto quell’appartamento. Non è una cosa piccola e banale. È tutto. La mia casa in questa città dipendeva dal passaporto di qualcun altrə. E una volta ottenuta, avevo il terrore di perderla. Ogni volta che la mia coinquilina accennava all’idea di tornare in Svezia— anche solo casualmente — sentivo un vuoto nel petto. Perché sapevo già cosa voleva dire ricominciare la ricerca di una casa a Milano. Non volevo rifarlo. C’è stato un momento in cui abbiamo dovuto cercare unə nuovə coinquilinə e lì mi sono sorpresa a sperare che la persona fosse bianca. Non perché lo volessi davvero, ma perché sapevo cosa avrebbe significato per la mia stabilità se non lo fosse stata. Quel pensiero — quel calcolo — non è qualcosa di cui vado fiera. È qualcosa a cui continuo a pensare. Perché il razzismo non è sempre un insulto o una porta sbattuta in faccia. A volte è una speranza che proietti sull’incarnato di una persona sconosciuta, perché la tua sopravvivenza dipende anche da quello. Ecco cosa fa la discriminazione istituzionalizzata: entra dentro di te e comincia a prendere decisioni al posto tuo.

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© Arthur Buoso [@film.by.arthur]
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Ho incontrato Zohar alla parata di Milano. È una ragazza trans, studentessa in un’Università di Milano, ed è stata molto chiara quando mi ha parlato di cosa significasse per lei: «Ogni giorno in aula, tutti gli occhi sono su di te. Sostieni gli esami con il pregiudizio dei docenti già presente. Hai bisogno di molta più forza per raggiungere gli stessi obiettivi». Le ho chiesto di raccontarmi un momento che per le altre persone è scontato ma per lei no. Ha parlato del semplice atto di entrare in un’aula. Della resistenza che richiede vivere in un sistema che ti costringe a giustificare la tua esistenza prima ancora di aprire un libro. Dello stigma che segue, in modo specifico, le donne trans: il presupposto, ancora oggi, che se sei trans allora sei necessariamente una sex worker. Non lo diceva come un insulto al lavoro sessuale. Lo diceva come un’osservazione su come uno stereotipo possa ridurre una persona intera a un’unica assunzione, e su come quell’assunzione chiuda le porte prima ancora che tu possa bussare. Poi le ho chiesto di parlarmi di cosa significa per lei la parola gioia. Chiedo sempre alle persone che cosa significhi per loro questa parola perchè penso che sia una parte di vita che spesso ci dimentichiamo di raccontare e condividere. Lei ha sorriso e mi ha risposto: «Per me gioia è Milano. Il fatto che qui riesca a incontrare persone trans da tutta Italia mi rende felice. Milano è conosciuta per avere una delle comunità trans più solide del paese».

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Alla parata c'è anche Vic che conosco da un po'. «Sono non binario, trans, e sonə venutə alla parata per testimoniare — e per essere testimoniatə». Vic mi ha parlato di percezione, non di validazione — su questo era precisə. «Non si tratta di aver bisogno che le persone ti validino. Si tratta di esistere senza dover dare giustificazioni o spiegazioni» ha aggiunto. Mi ha raccontato dei peli sul corpo. Del fatto che, a volte, abbia la ricrescita della barba perché non ha avuto tempo — o semplicemente voglia — di rimuoverla. Del tentativo di normalizzare l’idea che una donna, trans o cis, possa apparire anche così. Che il binarismo sia una semplificazione, biologica e sociale. Che il lavoro non consista nello spingersi a un estremo per mettere a proprio agio le persone, ma nell’allargare ciò che le persone riescono a contenere. E poi mi ha parlato del primo gruppo di amicə queer che ha trovato dopo le superiori. Una cosa piccola, ha detto. Ma che le ha dato uno spazio in cui evolversi. Per diventare più pienamente se stessə.

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Mattia è un uomo trans peruviano che è cresciuto in Italia. Dal 2017 mette la faccia e lotta per i diritti delle persone trans razzializzate, perché ha passato anni senza vedere nessuno che gli somigliasse davvero. Dal microfono ha detto, in spagnolo: «Las personas no blancas, trans y no binarias existen» ovvero, «le persone non bianche, trans e non binarie esistono». Lo ha detto con semplicità. Come se ci fosse ancora bisogno di dirlo. E purtroppo, ad oggi, c'è ancora bisogno di specificarlo. Ha parlato dell’America Latina, dove la speranza di vita delle persone trans spesso non supera i 35 anni. Dove l’accesso all’istruzione e a un lavoro dignitoso viene ostacolato non solo dalla transfobia, ma anche da stati che non riconoscono nemmeno l’identità delle persone in primo luogo. E poi ha detto una frase che mi ritorna in mente costantemente da quel giorno: «Mi sento una persona fortunata ad avercela quasi fatta. A poter essere qui. Vivo». Ha chiesto a tuttə di formare una catena che lo Stato non potesse spezzare. Di aiutarsi a vicenda. Di non lasciare che nessunə si sentisse solə. Perché nessuno lo aveva fatto per lui e non voleva che qualcun altrə crescesse con quella stessa assenza.

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Zohar e Vic, separatamente, senza essersi mai confrontate, hanno detto la stessa cosa: trovare le proprie persone cambia tutto. Non risolve tutto ma cambia tutto. Devo essere onesta su una cosa: vivo in una bolla, lo so. Ho amicə, ho un ufficio in cui le persone mi accettano. Nella vita di tutti i giorni mi muovo in questa città senza problemi. E a volte — più spesso di quanto vorrei ammettere — dimentico che questa cosa non è la normalità di tutti. Ma io vengo dall’India. La mia identità, i miei documenti, sono ancora legati al mio paese d’origine. Sulla carta, oggi, non sono ancora chi sono. In qualsiasi momento — a una frontiera, davanti a un modulo, davanti a un funzionario che fa una domanda — quella versione cartacea di me può riemergere. Può scavalcare tutto quello che ho costruito. Non lo dico per fare pena. Lo dico perché penso sia importante essere onesta su cosa significhi davvero la libertà quando vivi dentro sistemi che non sono d’accordo su chi sei. La voce della prima persona a parlare riempiva la strada mentre centinaia di persone sedevano sull’asfalto ad ascoltare. A un certo punto mi rimbomba in testa: «La visibilità senza potere è un bersaglio dipinto sulla schiena». È vero, il potere non è avere una bella poltrona all'interno di un palazzo. È un lavoro dignitoso. È una casa a Milano che non dipenda dal passaporto di qualcun altrə. È un medico che ti tratta come una persona, e non come un problema da risolvere. Il 9 maggio, a Milano, si sono sedutə in strada e si sono rifiutatə di muoversi. Hanno pronunciato i nomi. Poi si sono alzatə. E la marcia è cominciata.