I fatti terribili che hanno coinvolto la ragazza di 19 anni di Palermo stuprata da un gruppo di 7 ragazzi e uomini continuano a rimbalzare sui media, aggiungendo dettagli agghiaccianti su quella notte e punti di vista terribili sia della vittima che dei carnefici. Le storie di molestie e violenza scaturite anche per solidarietà alla ragazza hanno contribuito a costruire un quadro terribile di verità e patimenti che pure non può e non deve essere arginato, perché è nella denuncia e nel sostegno collettivo che si instilla la possibilità di sradicare la cultura dello stupro. Con parole simili, in un lungo racconto intimo pubblicato su Repubblica, il padre della ragazza stuprata da cinque persone a Capodanno 2020, altro fatto tristemente noto della cronaca italiana recente, ha cercato di spiegare cosa vuol dire stare accanto a chi ha subito una violenza come questa.
«Cara ragazza di Palermo», inizia la lunga lettera «hai fatto bene a reagire contro chi, sui social, ha facilmente concluso che a “una come te” è “normale” che capiti; e di suicidio – purtroppo - non hai parlato a sproposito. Ma ti scrivo anche per avvertirti: sei sola, perché gli altri non capiscono».
«Ci sono cose che pensiamo non ci toccheranno mai, come se potessero capitare solo ad altri, ma poi irrompono e devastano la vita; e ti fanno capire cosa vuol dire veramente essere violato in tutto il tuo essere. Prendo quindi la penna, sei tu che mi hai dato il coraggio. Scrivo per spiegare anche per te a tutti – a ognuno di noi quando viene sfiorato da pensieri come “Ma in fondo se l’è voluta”, “Ma era provocante”, “Ma cosa sarà mai?” – il calvario di un essere spezzato nella sua dignità».
Il padre continua il suo lungo racconto parlando del prezzo da pagare quando ci si espone in un processo come quello che è stata costretta ad affrontare sua figlia, alle prese con un disturbo post traumatico da stress che, da quella fatale notte di Capodanno 2020, le impedisce di vivere una vita normale e di godersi i suoi anni migliori senza paure e angosce.
«I nostri legali sconsigliano questa testimonianza sulla stampa perché potrebbe non essere utile al processo: non importa; noi abbiamo scelto di denunciare per mettere in guardia, non per dei vantaggi - magari economici - che sappiamo benissimo che non ci saranno mai, specie quando gli imputati dello stupro non sono attori di Hollywood; e quando comunque tutti dovrebbero capire che il prezzo da pagare a esporsi in un processo come vittima di violenza è enormemente superiore a qualsiasi vantaggio personale che ne possa derivare».
«Io e mia figlia», continua la straziante quanto lucidissima e onesta lettera aperta «per quanto sia il segreto di pulcinella dobbiamo firmarci con pseudonimi e iniziali perché è un marchio sociale indelebile essere vittime: e questa è una atroce umiliazione, il primo stupro collettivo da affrontare, e tu che ti sei esposta un po’ di più probabilmente già lo sai».
Su quello che accade dopo un'esperienza dolorosa e indicibile come quella accaduta alla ragazza di Roma e a quella di Palermo, il papà della lettera non fa sconti al lettore. È un dramma, non c'è altro modo per descriverlo.
«Arrivano le crisi di panico e l’agorafobia: mia figlia, cara ragazza, era una ragazzina normale e capisce tutto, ma non riesce a entrare in un centro commerciale; scende in strada e corre a rinchiudersi di nuovo in casa perché si sente l’oggetto di tutti gli sguardi: una sé stessa che sa benissimo come tutto questo sia irrazionale è costretta a venire a patti con una sé stessa condizionata dal trauma atroce. Comincia l’insonnia e, da padre, si va a tentoni: innumerevoli notti passate a portarla a camminare in montagna perché tanto non dorme e sotto la luna – non c’è nessuno che ti sembra intento solo a fissarti – riesce a stare fuori. È ovvio che serve un sostegno specialistico: cominciano le terapie psicanalitiche, comportamentali, farmacologiche, e le diagnosi mai certe che si alternano».
«Immaginatevi», scrive, «il dolore quando tua figlia ti chiede se sarà mai più capace di avere fiducia in un uomo, amarlo, costruire con lui un progetto o una famiglia; se potrà vivere una vita?».
«La gente», conclude «non capisce che gli stupratori – con la coerenza dei vigliacchi - non scelgono la ragazza più “provocante”, ma quella più indifesa». E infine, il papà della ragazza stuprata dal branco a Roma in quel terribile Capodanno 2020, si rivolge direttamente alla vittima di Palermo, una tra tante, purtroppo, voce affiorata in centinaia di storie che ancora non hanno trovato la forza di emergere.
«Quale messaggio riceverai tu, dopo esserti esposta sui social a nome di tutte, se invece di una decisione che riconosce il vostro coraggio di denunciare e che invia un messaggio educativo per tutti, avrete una formula che, in raffinato linguaggio giurisprudenziale, significa “facevi meglio a ingoiare tutto e stare zitta, rompicoglioni!"».












