Avete presente quel murales, la foto gira spesso sui social, dove, sotto la fase «Protect your daughter» barrata in rosso, si legge invece «Educate your son»? Ecco, continua, anno dopo anno, a centrare il punto ogni volta che si parla di violenza di genere. Che fanno i genitori quando i figli vengono accusati di molestie o stupri? Ne abbiamo diversi esempi freschi di cronaca: Beppe Grillo che giustifica suo figlio accusato di violenza sessuale mettendo in dubbio il comportamento della ragazza coinvolta, Ignazio La Russa che sostiene che suo figlio sia innocente, di fatto implicando che la ragazza che lo accusa di averla stuprata stia mentendo e ora i genitori dei 7 ragazzi accusati di violenza di gruppo ai danni di una diciannovenne a Palermo. Il primo istinto è quello di giustificare.
Sembra che la madre di uno degli accusati abbia spinto i ragazzi a tenere nascosti i telefoni che potrebbero contenere prove incriminanti. La donna in alcune intercettazioni ha consigliato loro di descrivere la ragazza come una «poco di buono», perché «utile per la loro posizione», ha fatto sapere la Procura. Il punto qui non è colpevolizzare altre donne. Sappiamo che, come scrive Jude Ellison Sady Doyle «per il patriarcato la madre cattiva è l’asso nella manica, l’ultimo appiglio a cui aggrapparsi: spostando la responsabilità della violenza maschile indietro di una generazione, fa delle donne, che sono sue vittime, le vere colpevoli». C'è, però, da riflettere sul ruolo dei genitori, della famiglia e della società tutta.
Quando in ambienti femministi si dice «Lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato» è a questo che ci si riferisce. Dipingere i ragazzi colpevoli di questa violenza agghiacciante come mostri, come animali, come pervertiti è controproducente, deresponsabilizza tutte le persone e i contesti sociali che stanno attorno a questa vicenda. L'attenzione va spostata sulla cultura che normalizza lo stupro, che insegna che una donna "facile" va punita, che spinge i ragazzi a vantarsi delle loro conquiste sessuali al grido «La carne è carne». I genitori, madri e soprattutto padri in quanto modelli di riferimento maschili, sono responsabili nella misura in cui dobbiamo tutti iniziare a costruire il maschile in modo diverso.
Gli stereotipi che alimentano la cultura dello stupro sono ovunque: sia che abbiamo dei figli sia che non li abbiamo, non ne siamo esenti: quando critichiamo una donna perché non chiede scusa della sua sessualità, quando non diamo credito alle voci delle survivor, quando liquidiamo il problema delle violenze sessuali a mera "perversione" ignorando lo squilibrio di potere tra i generi nella società patriarcale. Forse ora ci fa comodo cercare una risposta univoca: la colpa è delle madri? La colpa è dei genitori? Della scuola? Ma la risposta è più complessa e, che ci piaccia o no, coinvolge tutti: se non contribuiamo a cambiare le cose, partendo innanzitutto dall'educare noi stessi, diventiamo parte del problema.












