Si parla, ancora una volta, di scambio di materiale pedopornografico e pornografico su Telegram. La piattaforma di messaggistica, già citata in passato per scambio di materiale classificato come reveng porn, torna a essere protagonista di una narrazione tossica e machista che colpisce ancora la nostra società. Due fatti importanti della cronaca dei giorni nostri si uniscono. Quello della violenza in rete e quello più specifico dello stupro di gruppo a Palermo avvenuto la sera dello scorso 7 luglio.
Durante quello stesso atto di violenza, uno dei componenti del gruppo avrebbe ripreso l’intero accaduto, video che ora, secondo quanto riportato da La Repubblica, sembra essere richiesto su due chat di Telegram che contano rispettivamente 12mila e 14mila persone. C’è chi chiede il video in cambio di materiale pedopornografico. C’è chi mette in vendita materiale dove vengono ritratte sorelle minorili, madri inconsapevoli al mare, donne che si spogliano mentre credono di essere sicure tra le mura della propria casa. È caccia al video della notte di Palermo tra i due gruppi all’interno dei quali i membri si definisco “Dipreisti”, citando Andrea Dipré, prima avvocato, poi YouTuber, infine attore pornografico.
Chi si è infiltrato all’interno di queste due chat racconta che gli amministratori cancellano i messaggi ogni 24 ore così da non lasciare nessuna traccia. All’interno, quello che si trova, ha una matrice che deriva da una cultura dello stupro di cui la nostra società è pregna, complici concreti anche i fatti che si sono registrati, legati sempre alla stessa vicenda. Nelle chat su Telegram si richiede il video, in cambio di altro materiale.
Sui gruppi dove è partita la ricerca del video, si cerca anche di scoprire l’identità della giovane abusata. Si tratta di chat nate per lo scambio di porno “deep fake”. Di cosa si tratta? L’ennesima violenza nata nell’era della tecnologia attraverso cui delle semplici foto che rappresentano persone, donne o bambini o personaggi del mondo dello spettacolo, vengono trasformate in materiale pornografico.
Così, mentre ci sono alcune famiglie degli accusati che colpevolizzano la giovane donna, trasformandola da vittima a carnefice di sé stesse, parte del web rimane inerme ai fatti cercando di sfruttarne il lato più scabroso. Colpa di un’educazione inesistente, colpa di una cultura tossica dilagante, la molestia non finisce su un marciapiede dopo essere state abusate o in un ospedale a contare i lividi e i segni di uno stupro senza precedenti. La molestia continua. Silente. Tra chat che sopravvivono alle parole. Sopravvivono alle denunce. Sopravvivono a una parte di società che si schiera contro il male e il dolore.












