Per molto tempo, nelle serie TV e nel cinema, i personaggi femminili con un seno prosperoso sono stati spesso raccontati attraverso stereotipi, battute o inquadrature che ne enfatizzavano il corpo. L'esempio degli ultimi tempi? Sydney Sweeney! Ne sanno qualcosa i passaggi della telecamera in Euphoria, ma anche le inquadrature di Anyone But You o gli sketch del Saturday Night Live. Ecco perché fa tirare un sospiro di sollievo notare come la serie Off Campus scelga di fare l'esatto contrario, non facendo alcun tipo di riferimento o focus sul seno abbondante della sua protagonista. Una rappresentazione meno stereotipata che, finalmente, sposta l'attenzione dove serve davvero.



sydney sweeney
Getty Images

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Perché Off Campus sta facendo parlare della rappresentazione del corpo femminile

La presentatrice Sakara Bell ha confessato di aver vissuto un momento di svolta personale grazie alla serie: «Hannah Wells (interpretata dall'attrice Ella Bright, ndr) è uno dei pochissimi personaggi femminili con un seno importante a non subire la solita ipersessualizzazione in TV». Un dettaglio non da poco, che rompe una volta per tutte un vecchio tabù dello schermo.

Dietro questo cambio di rotta, ovviamente, c'è un'importante firma femminile. Non è un caso infatti che lo show porti la firma della creatrice Louisa Levy e che sia l'adattamento dei romanzi di un'altra autrice di successo, Elle Kennedy. Un dettaglio fondamentale che sposta l'asse della narrazione, come spiega bene la regista Zaida Carmona, sottolineando quanto sia cruciale che a raccontare i corpi formosi non siano sempre e solo uomini etero cisgender: «Nel corso della storia del cinema e della TV, abbiamo consumato una rappresentazione talmente limitata del corpo femminile (soprattutto quando si parla di erotismo) da averla trasformata in uno stereotipo fisso. Questa prospettiva ha finito per sembrare l'unica reale, quando in verità è solo un cliché che risponde a un punto di vista ben preciso, spesso lontanissimo dalla realtà di tutti i giorni».

hannah wells (ella bright) in off campusphoto credit: jeff weddell / prime© amazon content services llc
Jeff Weddell

Quando la sessualizzazione diventa uno stereotipo

A confermare quanto questo cliché sia pesante nella vita reale è Mónica Chang, esperta di benessere sessuale, che spiega come per molte donne avere un seno abbondante si traduca spesso in un profondo disagio a causa di sguardi e attenzioni non richieste: «Esistono ancora standard di bellezza superati e fuorvianti che alimentano insicurezze. Dover fare i conti costantemente con gli stessi identici giudizi e stereotipi basati solo sul proprio aspetto può avere un impatto davvero negativo sulla salute mentale». Ecco perché vedere sullo schermo una protagonista che non viene trattata come un oggetto sessuale diventa un momento di autentico empowerment. Secondo l'esperta, questo tipo di narrazione regala alle donne la speranza di essere finalmente considerate come persone nella loro totalità: «Loro che possono sentirsi sicure e radiose e non sono certo definite dalla taglia del reggiseno. È un riconoscimento che fa benissimo al benessere emotivo». Proprio Sydney Sweeney ha raccontato al The Sun di essersi sentita profondamente emarginata al liceo a causa di uno sviluppo precoce rispetto alle sue coetanee. Una situazione che è peggiorata con il successo: le sue scene di nudo in Euphoria sono state catturate e diffuse online da milioni di utenti, trasformandola nel bersaglio di una pesante ondata di molestie digitali. «Si è arrivati al punto di taggare la mia famiglia nei fermo immagine. I miei cugini non meritano questo. È assolutamente disgustoso e ingiusto», ha confidato l'attrice.

A rincarare la dose è Bárbara Montes, specialista in sessuologia clinica e terapia di coppia, che considera ormai vitale spezzare una volta per tutte il binomio automatico tra scollatura generosa e sesso: «Moltissime donne con un seno importante crescono con la sensazione che il loro corpo venga costantemente interpretato in chiave sessuale, anche quando non stanno cercando di comunicare assolutamente nulla. Quando la società (e di riflesso la TV) insistono nel dire che un seno prosperoso sia un sinonimo inequivocabile di invito al sesso, le donne finiscono per interiorizzare questo meccanismo imparando a guardarsi solo attraverso una prospettiva esterna».

Tutto questo, spiega l'esperta, finisce per imporre un peso psicologico immenso che si traduce nel fenomeno dell'auto-oggettivazione. Le donne interiorizzano questo sguardo giudicante e iniziano a monitorare e a preoccuparsi costantemente del proprio aspetto. «Si attiva un controllo ipervigile sui vestiti, ci si incurva per nascondersi o si prova un ingiustificato senso di colpa semplicemente per il fatto di abitare il proprio corpo. Il fatto che una serie come Off Campus mostri una protagonista prosperosa senza che nessuno la commenti è un balsamo di normalizzazione. Dice allo spettatore: 'Il tuo corpo è un corpo, non un messaggio sessuale che ti rende disponibile a tutti'. Questo approccio riduce i livelli di ansia sociale e dismorfofobia, permettendo a una donna di vestirsi come vuole. Il seno non è un accessorio erotico attivo 24 ore su 24, ma semplicemente una parte della diversità corporea». Del resto, se la cultura pop ci bombarda con l'idea che le curve siano sempre legate a promiscuità o provocazione, lo sguardo del pubblico si adatta di conseguenza.

«Si crea un pregiudizio cognitivo. Gli altri smettono di vedere la persona e vedono solo un archetipo erotico», conclude Montes. «E questo ha conseguenze reali nella vita di tutti i giorni. Quando si associa un attributo fisico alla disponibilità sessuale, si finisce per legittimare sguardi, commenti indesiderati e catcalling. Ecco perché cambiare la narrativa nella finzione diventa, a tutti gli effetti, un atto di educazione sociale".

Dallo sfruttamento alla rappresentazione: perché cambiare narrativa conta

Un altro nome che viene in mente quando si parla di curve da capogiro e sessualizzazione è, ovviamente, Emily Ratajkowski. Proprio come Sweeney, non ha solo un fisico esplosivo, ma non ha mai fatto nulla per nasconderlo. Eppure, la questione è molto più complessa di una semplice esibizione del corpo, come ha spiegato la stessa modella tra le pagine del suo libro-manifesto My Body: «Tutte le donne vengono sessualizzate in una certa misura, quindi ho pensato di poterlo fare a modo mio. Mi ha avvicinato alla ricchezza e al potere, mi ha dato una certa autonomia, ma non si è tradotto in una vera emancipazione». Una riflessione lucida che scardina uno dei più grandi miti del femminismo pop contemporaneo. Quale? Vendere l'idea che mostrare il proprio corpo sia, di per sé, l'atto di emancipazione. In realtà però può rivelarsi un'illusione ingannevole. Se le regole del gioco e lo sguardo della società rimangono gli stessi, anche la scelta più libera rischia di muoversi dentro i confini dei soliti, vecchi cliché.

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Taylor Hill//Getty Images

Il vero nodo della questione, però, resta sempre lo stesso: non dobbiamo permettere che lo sguardo altrui si appropri di quella bellezza, continuando a nutrire l'idea che le curve siano un invito automatico al sesso.

A chiudere il cerchio è ancora una volta la regista Zaida Carmona, che evidenzia come storicamente i corpi formosi siano stati ridotti a semplici oggetti del desiderio:

«Ecco perché è necessario passare dallo sfruttamento alla rappresentazione. Per farlo, dobbiamo ampliare la prospettiva da cui nascono queste storie, includendo la narrazione in prima persona. Questo non significa che solo una donna formosa possa raccontarne un'altra, ma che è fondamentale includere sguardi diversi (specialmente quelli di donne che non occupano una posizione di privilegio rispetto ai soggetti che descrivono). Più punti di vista partecipano alla creazione di queste immagini, più la rappresentazione sarà ricca e vicina alla realtà».

DaCosmopolitan ES
Traduzione e adattamento a cura di Luca Guarneri