C'è un cassetto di un comò nella mia camera da letto a casa dei miei genitori che straborda. In pratica, è complesso aprirlo quanto chiuderlo; ogni millimetro cubo di aria è occupato da incastri di fogli e cartoncini, pianificati come pezzi di puzzle, studiati minuziosamente per stare insieme con grazia solo se indisturbati. Mia sorella ne ha uno uguale a questo dal suo lato della cameretta: entrambi contengono l'ampissima collezione di diari, incicciottiti da adesivi, glitter e pastelli, strati neon di evidenziatore ricalcato, foto tagliuzzate e incollate male, che abbiamo scritto senza sosta quando eravamo solo adolescenti. Ce n'è uno nelle stanza di ogni ragazza, a meno che le prove della propria girlhood fanciullesca, tanto sincera quanto vulnerabile, non siano state distrutte da impeti di protezione o di vergogna: un destino tragico ma comune, comunque sempre molto onesto.



Anche a me, negli anni, è capitato di distruggere alcune pagine dei miei diari segreti, più per il secondo motivo che per il primo: non l'ho fatto perché avevo paura che qualcuno potesse scoprire cosa fosse davvero a occuparmi i pensieri o che mia madre me li leggesse di nascosto – vuole starne talmente fuori dai miei cazzi che quasi non mi legge neanche ora, che ho 30 anni e scrivo per lavoro – ma perché non potevo sopportare di riguardare quelle confessioni intime scarabocchiate, ritrovandomi faccia a faccia con cose che mi avevano insegnato essere stupide, infantili, ma che ero stata proprio io, una versione di me di cui non mi fidavo più, a mettere per sempre nero su bianco.

Sono del capricorno e forse è anche per quello: il mio approccio maniacale agli eventi ha spesso vinto sulla custodia gelosa della memoria, attribuibile invece al mio ascendente in acquario: la priorità era quella di cancellare ogni forma rintracciabile di imprecisione permanente, di scrittura traballante, imbarazzante. Crescendo, credevo inoltre che se avessi eliminato la ragazza che ero stata in precedenza, e che avevo superato, che in qualche modo non mi piaceva più, avrei potuto ricominciare da capo: la promessa di una nuova vita, della rinascita, che solo pagine di carta immacolate sono in grado di offrire alle giovani donne. Ma è un ciclo senza fine: ancora oggi, come ieri, mi trovo a incominciare diari su diari senza mai finirne uno. Un diario nuovo, penso, mi salverà dagli stessi errori di sempre, ma mi ritrovo ad accumulare instancabilmente quaderni, ad ammassarli uno sopra l'altro: di questi, solo gli inizi sono stati abusati – da pasticci, pianti, stropicciamenti, strappi. Certo, il cassetto a casa dei miei è ancora pieno, ma rappresenta probabilmente solo il 10% di quello che ho scritto diventando grande. Il resto è di Dio.

I diari segreti delle ragazze come spazio sacro e sicuro

Come spiega Bonnie J. Morris, nel suo saggio Before Harriet Blogged. Notes on Girls with Notebooks, contenuto all'interno di Frontiers: A Journal of Women Studies e pubblicato dalla University of Nebraska Press nel 2017, tenere un diario è per molte ragazze un rito di passaggio, un modo di affermare la propria identità e il proprio valore, la propria importanza; spesso, è anche un atto trasgressivo di raccontare la verità, quella più intima, che non si può svelare ovviamente ai genitori, ma nemmeno ai propri amici. Secondo la professoressa, le ragazze coi diari usano la scrittura come strumento di espressione del sé per navigare il percorso verso una femminilità adulta, in alcuni casi una vita da scrittrici.

La storia dei diari segreti delle ragazze

Ma come osa una donna mettere per iscritto la propria vita? Come inizia questo processo? Come diventa segreto? Sono queste le domande che si chiede la studiosa statunitense nel testo e a cui si da questa risposta: «Scrivere, infondo, è una relazione. Se tenere un diario etichetta una persona come un'anomalia asociale, succede molto più spesso quando a farlo è una femmina, da cui ci si aspetta che sia sempre disponibile per e orientata agli altri, che condivida tutto, che non tenga nulla per sé. Pensare, è sempre stato schernito troppo come poco femminile: ne sono testimonianza i secoli di crudeli battute che ritraggono le ragazze intelligenti come brutte, improbabili da sposare. Pensare è maschile; prendersi cura degli altri, femminile». Sono pochi, in effetti, i libri di storia che riconoscono l'esistenza di scritti personali e riflessivi, i diari lasciati dalle donne. Ci hanno insegnato a conoscere i nomi di tutti i grandi uomini e le loro idee, fino a pensare che solo siano stati gli unici artefici della storia e del progresso.

A partire dai greci e dai latini, dai testi sacri delle religioni monoteiste, riconoscere che anche le donne potessero avere visioni simili, potessero nutrire pensiero critico e sostenere discussioni articolate, ha turbato gli uomini in posizioni di potere e autorità, tanto da portare ai divieti patriarcali sull'apprendimento femminile, ma anche alla violenza contro le donne istruite, che continuano ancora al giorno d'oggi. «La soppressione dell'intelletto pubblico delle donne ha incluso la svalutazione del discorso femminile, riducendolo a mero pettegolezzo, a parole "cattive" prive di retorica significativa – riflette Morris – Le parole delle donne dovrebbero mai essere ripetute, registrate o ricordate dagli uomini? Trascritte, per i posteri? I primi filosofi greci, ebrei e cristiani pensavano di no. La storia della scrittura segreta delle donne inizia con questi divieti».

Le ragazze e le donne hanno sempre avuto molto da dire, anche agli inizi della scrittura moderna (prima sulle pergamene, con l'inchiostro e le piume, poi con la stampa, infine i libri); molte di loro, però, non avevano alcuna possibilità o speranza di istruirsi, né a scuola né con un tutore. Alla fine, Virginia Woolf avrebbe espresso la sua famosa opinione secondo cui, per produrre scritti, una donna deve avere un reddito indipendente e una stanza tutta per sé (A Room of One's Own, 1929), ma per molto tempo le sono rimaste povere e illetterate: «Erano (e sono tuttora) escluse dalle scuole, stigmatizzate per aver espresso un'opinione pubblica, preoccupate dagli insegnamenti religiosi che imponevano alle donne di rimanere in silenzio o di non dedicarsi allo studio. Poche donne avevano il tempo di tenere un diario, anche se osavano dare forma alle proprie lettere o dire la verità agli uomini. Ciò che la maggior parte delle donne trovava il tempo di scrivere erano liste: merci da vendere, merci da acquistare, generi alimentari, ricette, conti domestici, rimedi per la febbre, denaro dovuto ai negozi delle aziende, oggetti da imballare per il trasloco. Perché una giovane ragazza non sposata diventasse una custode di un diario, le servivano più che tempo, privacy e un calamaio: doveva avere la spacconata sicurezza che la sua vita e le sue parole contassero davvero qualcosa».

Così, i musei e i manuali utilizzati per tramandare la cultura della civiltà occidentale si riempivano di testimonianze diaristiche scritte dagli uomini: prove del proprio successo, del proprio potere, della loro santità e delle loro scoperte; esempi straordinari di leadership e capacità decisionali, non senza rinforzare uno sguardo ovviamente bianco, notoriamente colonialista. Un andamento e una dinamica accentuata dalla rappresentazione della scrittura diaristica a Hollywood, tra film e televisione: eroica se si tratta del maschile (Balla coi lupi con Kevin Costner), sessuale, disperata, trasgressiva, cattivella, nel caso del femminile (Il diaro di Bridget Jones). «In questa visione sessista del significato di mettere per iscritto i propri pensieri nella storia, il diario maschile mostra un forte carattere morale; quello femminile, una mancanza di esso». Proprio per questo, i diari delle donne, come i loro corpi, devono rimanere velati. O almeno è quello che ci chiede, non senza contraddizioni e paradossi, la nostra società così brillante ("Il migliore dei sistemi possibili").

Perché le ragazze distruggono i loro diari segreti

In The Body Project del 1997, la professoressa Joan Jacobs Brumberg analizza cento anni di diari di ragazze americane per ricostruire il loro atteggiamento nei confronti dell'immagine corporea e della sessualità. Non è sorprendente ciò che scopre, e ossia, che molte ragazze abbiano usato il proprio diario come uno spazio privato in cui esplorarre l'inferno personale della pubertà: la libertà di espressione che quelle pagine lucchettate concedono spiega perché tante nascondessero o addirittura distruggessero i loro diari, terrorizzate dall’idea che madri troppo curiose potessero scoprirli. Dopotutto, le ragazze scrivono di corpi che sanguinano: ragioni per cui un'intrusione adulta non può che risultare ancora più violenta.

Scrivere ore, persino anni, così tanto e con così tanto passione sembra un po' ironico se si pensa a come questi rendiconti di vita femminile possano, a un tratto, finire in cenere, bruciati deliberatamente o distrutti: «Segna una separazione dal sé precedente, imbarazzato. Tale cancellazione protegge anche dagli occhi indiscreti di genitori o amici osservazioni che rivelavano verità proibite», commenta Morris. «Il diario femminile è privo di innocenza perché la mano che lo scrive è attaccata a un corpo femminile, trasmettitore del peccato originale da Eva in poi. Si è ipotizzato che la maggior parte dei diari delle giovani ragazze, se non lirici come le poesie di Saffo, contengano segreti vergognosi del progressivo allontanamento dall'innocenza. Mentre gli uomini elaboravano progetti per radicali cambiamenti pubblici, le ragazze scrivevano dei radicali cambiamenti privati ​​che avvenivano nei loro corpi, tenendo un registro della pubertà, della seduzione, dello stupro. Il diario femminile era un confessionale privato in cui l'onestà sulla violenza di genere semplicemente non poteva essere espressa a parole; e dopo aver svolto il suo ruolo di testimone intimo, giuria e giudice, il diario adolescenziale veniva spesso distrutto quando la sua narratrice compiva diciotto anni e lasciava casa. Distrutto, fatto a pezzi, bruciato», la stessa sorte che subivano i testi delle antiche donne a cui era proibito scrivere.

Dobbiamo tornare ad usare i diari, ricordandoci del perché esistono

In Una stanza tutta per sé, Woolf vedeva la natura nascosta della scrittura femminile come una modestia autoimposta, che, sebbene appropriata ai suoi tempi, ostacolava il riconoscimento letterario. La paura di essere pubblicamente riconosciute come scrittrici, a suo avviso, era una «reliquia del senso di castità che imponeva l'anonimato alle donne, che la pubblicità nelle donne è detestabile». Esortava quindi le donne a liberarsi da questo giogo di inibizioni e a scrivere autenticamente delle proprie vite: «Finché scrivete ciò che desiderate scrivere, questo è tutto ciò che conta; e se conterà per secoli o solo per ore, nessuno può dirlo». Ma secondo Morris, fino alla metà del XX secolo, quelle donne adulte che permisero la pubblicazione dei loro diari, come Anaïs Nin, sembrarono confermare lo stereotipo popolare secondo cui le donne "artistiche" erano ipersessualizzate, promiscue e inclini allo scandalo, come la stessa Woolf. «Per guadagnarsi il rispetto come diarista, bisognava essere una santa, o almeno martirizzata per le proprie convinzioni, e preferibilmente vergine. l'esempio più famoso è il diario di Anna Frank. Il diario di Anna è stato ripubblicato nel 2002 in una nuova edizione, che include le sei o più pagine inedite a lungo tenute nascoste su richiesta del padre imbarazzato, Otto Frank. Si era sentito a disagio sia per la sessualità emergente di Anna, sia per le sue acute osservazioni sul suo matrimonio. Ma questo materiale, un tempo censurato, completa il ritratto di Anna come un'adolescente umana, non come una santa».

Siamo attratte da quella scrittura, dalla calligrafia carina – non precisa –, colorata e profumata, dalle lettere incurvate, il più rotonde possibili, con ghirigori e bombature, dall'estetica tavolta Camp, costumizzata con cura identitaria e precisione infallibile – nel libro Camp Camp (2008), la co-autrice Jules Shell descrive quello che lei stessa definisce "The Power of Camp Calligraph", aggiungendo la sua opinione sul fenomeno della calligrafia delle ragazze adolescenti: «Nel mondo delle cemerate femminili, esistevano molte strade per la popolarità, ma tra le meno apprezzate dagli storici c'è il potere e lo status conferiti alla ragazza con una bella calligrafia. Prima dell'avvento della rivoluzione tecnologica e dell'abbondanza di font, clipart e modelli di documenti, avere una bella calligrafia era l'equivalente di avere un fidanzato attraente o almeno un guardaroba davvero bello. Una bella calligrafia era un modo per distinguersi dal gruppo». Siamo attratte da quello scrittura, diaristica e segreta, perché in un certo senso ci conferma, quando nessun altro lo fa, che possiamo identificarci come autrici già da piccolissime, validando il nostro mondo interiore, riconoscendo che la nostra scrittura ha un senso ed è legittima.

E se alcune volte questo si traduce in sentimentalismo sdolcinato, prodotti al profumo di fragola, ossessione superficiale per la popolarità, litigi con i genitori per le regole domestiche, in altre si traduce in resoconti dettagliati, emotivi ma politici, di cosa significhi crescere in una società misogina con una penna stilografica in mano. I diari segreti delle ragazze sono ben diversi da My Space o i blog degli Anni Duemilla, o da quelli moderni su cui fare journaling, nient'altro che wellness e productivity tool da mostrare sui social per performare (qui il senso è che la vita interiore è più preziosa quando è controllata e curata, pronta per essere uploadata e diventare virale); i diari segreti delle ragazze servono da reminder del mondo in cui viviamo, in cui le nostre voci vengono considerati canti di sirena, o ancora, silenziate.

Per Isobel Slocombe, il lucchetto sui diari «non è vergogna, ma protezione, per qualcosa di così vero che vale la pena tenere privato», come scrive su Polyester Zine. «Si dice che i diari degli uomini registrino le ambizioni, – argomenta – fungendo da importanti archivi storici. I diari delle donne, invece, registrano i sentimenti. L'implicazione è che uno conti più dell'altro». Secondo lei, alle ragazze viene insegnato di farsi vedere ma non sentire, secondo lei il diario è un compromesso: «Prova qualsiasi emozione tu voglia; ma fallo in privato, con i tuoi tempi, e nascondila». I suoi diari, spiega: «Non erano fatti per essere visti. E proprio per questo, mi hanno restituito qualcosa, non un'immagine di me stessa artefatta, ma una vera. La ragazza che ero, ancora leggibile, ancora un po' vulnerabile. Credo che i diari servano a questo. Non a creare ecosistemi. Solo a fornire prove. Prova che eri qui, che provavi delle emozioni, che le settimane ordinarie contenevano più di quanto sapessi all'epoca».

Scrivere diari oggi

Da qualcosa che gli hanno imposto – la segretezza, il nascondersi –, da qualcosa di cui sono state private unicamente sulla base del loro genere – la stima, l'ascolto –, le ragazze sono riuscite ancora una volta a creare strumenti trasformativi, collettivi nella loro individualità; armi con cui lottare, pratiche in cui identificarsi, scudi con cui difendersi, estetiche, culture e emozioni attraverso cui riunirsi, e crescere insieme nonostante le difficoltà. Usiamolo come vogliamo, lucchettato, per proteggerci, documentare e sfogarci, o pubblico su Substack per rivendicare le nostre istanze, ma torniamo ad usarlo. Come ci dimostra la nostra stessa storia, anche se provano a fermarci non ci riescono mai.