Il caschetto biondo e la frangetta, glitter, trasparenze e minigonne, sempre e rigorosamente tacchi alti: è questa la simbologia dell'icona pop italiana che dagli anni Sessanta ha calcato i palchi, e gli schermi, di tutto il Paese. Parliamo di Raffaella Carrà, che ci ha lasciati il 5 luglio scorso a 78 anni a causa di un tumore ai polmoni, che la cantante aveva tenuto discretamente per sé. Come ultimo gesto di affetto nei confronti del pubblico italiano, Raffaella aveva continuato a fare televisione, che era ciò che più amava fare. Un mito vero, tutto italiano, che Fremantle ha deciso di raccontare con una nuova produzione.

raffaella carrà fremantle serie tv gossippinterest
Stefania D'Alessandro//Getty Images

Classe 1943, la Diva di Bologna a soli otto anni lascia l'Emilia-Romagna per proseguire gli studi direttamente a Roma, inizialmente presso l'Accademia nazionale di danza e successivamente al Centro sperimentale di cinematografia. Da lì la scalata per il successo, che la porta a condurre Io, Agata e tu (1969-1970) e poi Canzonissima a fianco di Corrado, dove desterà scandalo per l'ombelico scoperto nella sigla d'apertura Ma che musica maestro!; per non parlare dello "scabroso" (così definito dal Vaticano) ballo del Tuca Tuca, che consacra la nuova stella dello spettacolo italiano. Niente di sconvolgente ai nostri occhi, ma che all'epoca hanno rappresentato una trasgressione senza precedenti, e hanno reso la Carrà la prima a scardinare i canoni della morale comunemente accetta del piccolo schermo e dalla televisione pubblica.

raffaella carrà fremantle serie news gossippinterest
Mondadori Portfolio//Getty Images

Icona gay, apprezzata in tutto il mondo, il mondo della Carrà non era fatto di uomini e donne, ma di «creature», ognuna con il suo diritto ad esprimersi. «Mi hanno cresciuto due donne. Tre, contando la nurse inglese: severissima. Mia mamma Angela Iris fu una delle prime a separarsi nel dopoguerra. Non si risposò più. Nonna Andreina era rimasta vedova di un poliziotto originario di Caltanissetta che si chiamava Dell’Utri. Per addormentarmi mi cantava le arie d’opera, piene di disgrazie. E io: “Nonna, cantami qualcosa di allegro, diobono...”».

Dalla "patonza" che Benigni voleva toccarle a tutti i costi durante Fantastico 12 fino all'ombelico mostrato per la prima volta in tv ed epicentro di una coscienza femminista raffinatissima; la Carrà fece del sesso sul tubo catodico un'epopea tragicomica tra leggerezza e progressismo
raffaella carrà fremantle film gossip tvpinterest
Mondadori Portfolio//Getty Images

Il documentario di Fremantle racconterà questa storia straordinaria, e di come Raffaella sia diventata una delle donne che più ha segnato la cultura popolare italiana e spagnola. Il progetto internazionale è stato fortemente voluto da Andrea Scrosati (Group COO, CEO Continental Europe, e in passato già responsabile della programmazione di Sky Italia) e nasce da un'idea di Alessandro De Rita (Head of Italian Documentaries), i ceo italiano e spagnola della società Gabriele Immirzi e Nathalie Garcia, e i responsabili dei documentari Mandy Chang e Alessandro De Rita. La produzione sarà anche sostenuta dalla spagnola Cero Coma Producciones, dato che il mercato ispanico sarà un bacino di grandissimo interesse dato la notorierà della presentatrice in quei territori. Dopo Planet Sex, serie condotta e ideata da Cara Delevingne, e il recente documentario cinematografico Artic Drift, la casa di produzione di X Factor e di distribuzione di film candidati premi Oscar (vedi È stata la mano di Dio) torna con una produzione tutta italiana. E noi non vediamo l'ora di tornare a ballare il Tuca Tuca tutti insieme.