Il 9 aprile in tutta Italia ci sono state nuove manifestazioni contro il ddl Bongiorno, indette da associazioni e centri antiviolenza per ribadire quanto scritto su cartelli e striscioni: «Senza consenso, è stupro». Lo slogan è chiaro e si riferisce alla volontà di inserire nel diritto penale italiano il concetto di consenso, a oggi assente.

Ma facciamo un passo indietro: a novembre si era iniziato a parlare della possibilità di cambiare il reato di violenza sessuale in modo da introdurre in Italia un sistema consensualistico, in base al quale lo stupro è un atto sessuale compiuto senza consenso libero e attuale, come previsto anche dall’articolo 36 della Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere, ratificata dall’Italia nel 2013. Poteva essere un cambiamento storico, ottenuto tramite un inaspettato accordo bipartisan tra destra e centrosinistra sul Ddl stupri. Ma le cose sono andate diversamente.



ddl stupri e dibattito sul consenso: a che punto siamopinterest
NurPhoto//Getty Images

Il dietrofront

Il dibattito si concentra sulla riforma, nota come “Ddl stupri”, che mira a modificare l'articolo o 609-bis del codice penale. Questo prevede che si configuri la violenza sessuale quando una persona «con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità» ne costringe un'altra «a compiere o a subire atti sessuali» oppure nel caso in cui qualcuno abusi «delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa» o ancora se la trae in inganno fingendosi qualcun altro. La proposta, invece, specificava che il reato si sarebbe configurato quando «chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima». In questo modo si sarebbe superato il cosiddetto “modello vincolato”, che attualmente prevede la presenza di violenza, minaccia, costrizione, per passare al modello consensualistico: «se manca il consenso, è stupro». C'è da dire che in Italia la giurisprudenza si è già orientata in questo senso, dunque sarebbe stato in modo per confermarla.

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A gennaio, però la presidente della commissione giustizia del senato, la leghista Giulia Bongiorno, ha prima parlato di voler introdurre il concetto di «consenso riconoscibile» e poi ha modificato il testo. Ha rimosso la parola «consenso» e inserito la dicitura «contro la volontà di una persona» e inserito il concetto di «dissenso». Questo approccio sta venendo molto criticato da diverse associazioni femministe e reti di centri antiviolenza perché apre alla possibilità che sia la vittima a dover provare di aver espresso il proprio dissenso.

Cosa sta succedendo adesso?

Dopo mesi di stallo, di recente è stato annunciato che verrà creato un comitato ristretto per scrivere un nuovo testo. L'idea, almeno sulla carta, è di provare ad avvicinare le posizioni di maggioranza e opposizione. Il comitato ristretto è stato proposto il primo di aprile nella commissione Giustizia che sta esaminando il testo. Il punto è che, attualmente, le posizioni risultano difficilmente conciliabili. Secondo Bongiorno la sua modifica rappresenta «un ampliamento della tutela per le vittime di violenza» e riduce «il rischio che ci possa essere un pentimento di qualcosa fatta col consenso».

L’opposizione, così come parte dei movimenti femministi sostengono invece che il ddl, come voluto da Bongiorno, porti persino a un arretramento rispetto allo stato attuale delle cose. «Le proposte che rischiano di rivittimizzare le donne vanno escluse senza se e senza ma», ha ribadito la Rete nazionale dei Centri antiviolenza, «Anche perché un riferimento esiste già: un testo approvato all’unanimità lo scorso novembre. Il consenso è un concetto necessario: è la base di nuovi modelli relazionali ed è un grimaldello per decostruire la cultura dello stupro».