Lo scorso dicembre, i residenti della contea di Colleton, nella Carolina del Sud negli Stati Uniti, si sono riuniti per prepararsi a una nuova battaglia: fermare la costruzione di un data center grande quanto 1.200 campi da calcio. Doveva venire costruito in un'altra contea a maggioranza bianca in Georgia, ma ora il progetto è stato spostato in un'area abitata da persone nere, e il fatto non è casuale. «Troppo spesso, queste industrie inquinanti e le discutibili decisioni in materia di pianificazione urbanistica penalizzano le comunità nere e ispaniche», spiega l'attivista ambientale Paul Black, «luoghi che hanno meno potere e che hanno già sopportato il peso dell'inquinamento passato».

Il presidente Donald Trump ha ordinato alle agenzie federali di accelerare la costruzione di data center per l'intelligenza artificiale e i rischi ambientali sono preoccupanti. Ma l'inquinamento e lo sfruttamento ambientale legato all'AI non si diffonde in modo casuale: segue dinamiche di potere e forme di discriminazione. Le comunità già marginalizzate sono colpite, infatti, dal cosiddetto "razzismo ambientale". Non è un fenomeno nuovo: dall'aria inquinata del sud di Londra alla Terra dei Fuochi in Campania, fino alle baraccopoli costiere di Manila, le comunità più colpite dalla crisi climatica sono storicamente quelle con meno potere politico ed economico.



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Che cos'è il razzismo ambientale?

Il concetto di razzismo ambientale è nato dal basso negli anni '80 anche se c'è chi ritiene che l'avvocata e attivista Adjoa Aiyetoro (Carolyn A. Burrow) l'avesse già usato nel 1970 sulla rivista Proud. Nel 1982 Benjamin Chavis, considerato il «padrino del movimento per la giustizia ambientale» partecipò a una manifestazione contro una discarica nella contea di Warren, in Carolina del Nord. La contea era composta per il 64% da persone nere e nelle vicinanze della discarica, la percentuale saliva al 75%. Sembra che, mentre veniva arrestato, l'attivista abbia gridato: «Questo è razzismo ambientale!», anche se non ci sono prove a sostenerlo. Sempre Chavis, comunque, nel 1986 condusse e pubblicò lo studio Toxic Waste and Race in the United States of America, che rivelò statisticamente una correlazione tra razzismo e localizzazione dei rifiuti tossici negli Stati Uniti.

Mostrò come gli impianti di smaltimento di rifiuti tossici, proprio come oggi avviene con i data center per l'AI, venivano deliberatamente collocati in aree dove vivevano comunità marginalizzate e persone non bianche escluse dalle decisioni politiche. Da allora questo concetto continua a costituire uno schema ricorrente nel quale si dipanano le maglie della crisi climatica.

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Foto di Joshua Kettle su Unsplash

Come agisce?

Il climate change colpisce e colpirà tutti, ma non nello stesso modo. Questo è visibile sia all'interno di uno stesso Paese, nei quartieri e nelle aree più povere, sia a livello globale. La globalizzazione stessa, infatti, ha acuito il razzismo ambientale. Man mano che le aziende estendono le loro catene di approvvigionamento oltre i confini nazionali, portano con sé industrie inquinanti, spesso decentrandole in Paesi con le tutele ambientali più deboli. Questo, da un lato consente alle nazioni più ricche di godere di beni a basso costo, e dall'altro di non percepire (né vedere, letteralmente) i costi ambientali che ricadono sulle popolazioni a basso reddito o indigene che magari vivono vicino a fabbriche, miniere, porti o discariche.

L'inquinamento e l'esposizione a sostanze tossiche si concentra nelle aree con minore potere politico, dalle zone industriali del Sud-est asiatico, nelle regioni minerarie dell'America Latina, nei centri di smaltimento dei rifiuti dell'Africa occidentale. Enormi quantità di rifiuti, plastica, oggetti elettronici, vestiti e altre merci dismesse provenienti dai Paesi più ricchi vengono regolarmente spediti verso le nazioni in via di sviluppo, dove, tra l'altro, i lavoratori informali spesso li maneggiano senza protezioni, inalando fumi tossici e entrando in contatto con terreni e acque contaminati.

Le disuguaglianze nella crisi climatica

Il razzismo ambientale è legato agli squilibri di potere: le persone non bianche tendono, proprio a causa del razzismo sistemico insito nelle nostre società e a livello globale, ad avere un minore potere decisionale rispetto alle persone bianche (lo stesso, ad esempio, vale per le donne). L'emarginazione economica spinge poi i residenti con redditi bassi verso alloggi più economici che possono essere situati in aree inquinate e poco tutelate in fase di urbanizzazione. A questo si aggiunge il fatto che molti Paesi a basso reddito sono colpiti dal cambiamento climatico in modo sproporzionato, pur producendo una piccola percentuale delle emissioni globali, e hanno meno voce in capitolo quando si tratta di politiche per arginare la crisi.

Lo Zambia, ad esempio, ha un'impronta di carbonio media molto bassa, eppure sta affrontando gli effetti del cambiamento climatico da tempo con una prolungata siccità che nel 2021 ha reso oltre un milione di persone bisognose di assistenza alimentare. «Lo Zambia sta subendo gli effetti negativi della variabilità e dei cambiamenti climatici da tre decenni», spiegava qualche tempo fa alla BBC la climatologa zambiana Mulako Kabisa, «L'impatto maggiore è stato l'aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni, con conseguenti shock climatici quali siccità e inondazioni». Sono i paesi più poveri, i più colpiti dal cambiamento climatico, che stanno dunque pagando un prezzo elevato per i gas serra emessi dai Paesi più ricchi e maggiormente inquinanti. Sono Paesi che dipendono dall'agricoltura e che si trovano nelle zone più calde del mondo.

«L'Africa è responsabile per il 3% delle emissioni globali, ma soffriamo l'impatto della crisi più di altri», ricordava l'attivista ugandese Vanessa Nakate ancora alla conferenza per il clima di Milano nel 2021 (e oggi bisogna considerare che di crisi climatica si parla sempre meno e si stanno facendo passi indietro nelle politiche a livello globale). «Abbiamo inondazioni devastanti e siccità fortissima. C'è sofferenza e morte», ricordava, «In Madagascar si muore di fame, Paesi come l'Uganda, la Nigeria, l'Algeria stanno soffrendo sempre di più tra caldo e siccità. Ma non è solo l'Africa. Pensiamo ai Caraibi, a chi lascia le isole per scappare, alle persone del Bangladesh. Si creeranno milioni di rifugiati climatici. Chi pagherà per tutto questo? Chi pagherà per le persone che muoiono, che scappano, per le specie che scompaiono?».