La guerra tra Stati Uniti e Iran non sta avvenendo solo sul piano diplomatico e militare, ma anche dentro lo spazio digitale dei social. Su TikTok, l’hashtag #MilitaryTok raccoglie contenuti legati al mondo delle forze armate. Fake news a parte (tante, troppe in questo periodo) va detto che negli ultimi giorni di escalation, questo spazio è diventato significativo. Dalla sicurezza iniziale della Gen Z, si sta facendo sempre più spazio una visione totalmente distante rispetto alla comunicazione ufficiale della Casa Bianca e di conseguenza del Presidente Donald Trump.



Una visione che non segue più il racconto istituzionale

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Se ci si fermasse ai post della Casa Bianca o ai discorsi del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, la guerra apparirebbe come un’esperienza estetica. È la celebrazione della "cultura guerriera", un tentativo di riportare l'esercito a una dimensione mitologica dove il soldato non ha dubbi, non ha paura e soprattutto non ha un volto che non sia quello del combattente perfetto. Eppure, questa maschera di marmo sta mostrando crepe profonde, ed è proprio la tecnologia che il Pentagono usa per il reclutamento a tradire la sua stessa narrazione. Del resto, questo hashtag su Tiktok racchiude infiniti video di testimonianze di giovani che non hanno intenzione di restare in silenzio. Qui, il conflitto tra Stati Uniti e Iran non viene vissuto come un peso esistenziale. I soldati della Gen Z, cresciuti con la consapevolezza che ogni momento della vita possa essere documentato, stanno portando questa trasparenza. Molti giovani militari oggi usano le piattaforme social per denunciare quella che percepiscono come una trappola. «POV: hai creduto al tuo reclutatore, ora te ne penti», è il titolo di un video menzionato dal The Guardian. Qui protagonista è una soldatessa su TikTok intenta a buttare per terra il suo berretto da pattuglia con rabbia. Se per il potere politico il conflitto è una questione di numeri, per chi lo vive su TikTok questo non è nient'altro che il racconto di una madre che piange davanti al telegiornale o di un padre che si chiede se vedrà crescere il proprio figlio. Una consapevolezza, dunque, che ciò che accade a torno a loro è reale e non è translato da una realtà parallela come in un videogioco. Esistono le parole "Game over" e "The end" per intenderci, ma non ulteriori vite.

Il prezzo del silenzio infranto: i giovani sono fondamentali

Questa ondata di riscatto e voglia di farsi sentire, sta portando il Pentagono di fronte a un dilemma senza precedenti (soprattutto dopo le affermazioni davvero oltre il limite pronunciate dal presidente americano Donald Trump sul Papa e sul futuro di ognuno di noi). Da un lato c'è ovviamente bisogno di questi giovani creator per mantenere vivo il legame con una società civile sempre più distante dal mondo militare (anche perché potrebbero ricevere richiami disciplinari per un utilizzo improprio dei social in divisa). Dall'altro invece non può tollerare che la verità del fronte possa in un qualche modo rompere il "patto" con la propaganda. Il #MilitaryTok ha reso la guerra purtroppo (e finalmente) troppo reale per essere accettabile. E mentre Washington continua a sognare un esercito di eroi invincibili, i soldati reali continuano a postare la loro verità, ricordandoci che dietro ogni uniforme c'è una persona che sta cercando disperatamente di non perdere la propria identità tra le pieghe di una guerra che non sente sua. Basta una fotocamera, ormai, per mostrare la verità. E spesso, non dovremmo dimenticarcene. Eppure, fortunatamente, la Gen Z ha la memoria lunga.