Il 2020 per Lodovica Comello è stato un anno impossibile da dimenticare: in piena pandemia è nato suo figlio Teo e, quasi contemporaneamente, anche il suo podcast, L'Asciugona che sta per tornare con la quarta stagione da mercoledì 12 aprile. Le due cose sono strettamente collegate: nel podcast (possiamo dire "vodcast" dato che sarà disponibile la versione video su Spotify), stagione dopo stagione, l'autrice ha raccontato con grande ironia la sua gravidanza, il post parto e i primi anni di vita di Teo, facendo luce su gioie e dolori della maternità e registrando milioni di visualizzazioni.
«L'Asciugona è nato in una situazione molto particolare», ci racconta Comello, che recentemente è stata anche ospite della mostra di Cosmopolitan alla Fabbrica del Vapore. A 32 anni ha alle spalle più di dieci anni di carriera come attrice, cantante, autrice e conduttrice. Durante il lockdown lei e suo marito Tomas Goldschmidt, chiusi in casa, si destreggiavano tra notti insonni, videochiamate con i familiari e lasagne inviate via Glovo dagli amici per far sentire il loro sostegno anche a distanza. «Io e mio marito abbiamo improvvisato il set in salotto. Ora non potrei registrare da nessun'altra parte. Sono molto orgogliosa che sia un prodotto 100% homemade, ma per fortuna che eravamo un minimo attrezzati, altrimenti non sarebbe mai uscito».
Il tuo podcast ha un nome meraviglioso, come l’hai scelto?
«È nato un po’ per gioco, perché ero alla ricerca disperata di un titolo per il podcast che ormai era scritto. Era tutto pronto, mancava solo il titolo. E niente, mi divertiva l'idea di chiamare un podcast - e quindi un prodotto dove una persona parla e gli altri ascoltano e basta - con questa parola che in milanese denota persone prolisse, che amano parlare, chiacchierare».
Sei un’asciugona?
«Con le persone con cui ho la confidenza sì, posso esserlo».
Hai sempre lavorato come attrice, cantante e conduttrice. Negli anni è cambiato il tuo rapporto con la tua voce come mezzo di espressione?
«Dieci anni fa ho iniziato parlando il linguaggio teen. Con Violetta mi relazionavo con un target molto giovane. E vuoi anche per una sorta di complesso dovuto appunto alla mia giovane età non ho mai sentito di dovermi pronunciare su certe cose, forse non pensavo di essere la persona più adatta per farlo o pensavo che non potesse interessare a nessuno. E invece mi sono accorta in questi ultimi anni che le cose che ho iniziato a raccontare, inerenti soprattutto alla mia esperienza con la maternità, sono state condivise e ben accolte da moltissime persone. E questo mi ha dato la spinta a parlare sempre di più, a volermi confrontare, a voler condividere la mia esperienza con sempre più persone e in modo sempre più trasparente. Ho un rapporto che sto scoprendo con la mia voce, passo dopo passo. Sto iniziando a tirarla fuori, penso e spero nel modo giusto. Spero di usarla per amplificare quella di tante donne che non trovano il coraggio di parlare».
Com’eri a vent’anni? Nel 2011 hai partecipato al casting per Violetta su Disney Channel e da lì è iniziato tutto…
«Se dovessi trovare quattro elementi direi sicuramente un po’ incosciente, molto inconsapevole, grandissima sognatrice e grandissima lavoratrice. Mi sono sempre buttata a capofitto su ogni cosa. La mia filosofia, dettata anche dagli insegnamenti di famiglia, era «Fai, fai, semina, semina, che poi qualcosa raccogli». Mi sono buttata alla cieca in un provino che non sapevo assolutamente dove mi avrebbe portata e che poi mi ha portato dall'altra parte del mondo a vivere a Buenos Aires. E io ci sono andata senza batter ciglio. Perché? Perché coltivavo disperatamente i miei sogni e alla fine questo pelo di incoscienza mi ha ripagata perché sono finita a fare esattamente quello che volevo».
Cosa sognavi?
«Ho avuto le idee chiare da sempre, da quando ero molto piccola. Io ho sempre cantato, ballato, mi sono sempre esibita sul palco. Era proprio il mio habitat e il mio sogno, volevo che diventasse il mio lavoro».
Com’è nata l’idea di parlare di maternità ne L’Asciugona?
«Il mio manager di allora mi ha proposto di fare un podcast e io mi sono messa a pensare a cosa avrei potuto raccontare. Poi sono rimasta incinta e lì è iniziato un trip pazzesco che mi ha portato innanzitutto ad assistere a una serie di cambiamenti fisici incredibili, prodigiosi, miracolosi, che non mi aspettavo. Anche il confronto con gli altri è cambiato perché quando sei incinta si relazionano con te in modo diverso: né migliore né peggiore semplicemente diverso. Così ho iniziato a farmi un sacco di domande e a chiedermi se fossi l'unica a sentire queste cose. Ho deciso che questo sarebbe stato l’argomento del podcast e ho scritto di getto i primi dieci episodi della prima stagione, tutti incentrati sulla gravidanza».
È difficile capire quali parti di te condividere con gli ascoltatori?
«All'inizio c'era molta paura di star raccontando cose non condivisibili dalle altre donne e ragazze che stavano attraversando la stessa esperienza. Dopo il release della prima stagione ho incrociato tutte le dita che avevo, continuava a refreshare la pagina per vedere i commenti e capire che cosa ne pensava la gente, se mi davano della pazza esagerata per evidenziare determinati aspetti o per aver raccontato una determinata paura o una cosa che mi aveva fatto ridere. Quando ho visto che invece erano cose in cui si ritrovavano tutte o quasi tutte le donne che mi ascoltavano, ho detto "Wow! Forse posso spingermi ancora più in là allora". Infatti nella seconda stagione ho parlato del post-parto che è stato in assoluto il momento più traumatico della mia vita e della nostra vita di coppia, anche».
Quali sono state le maggiori difficoltà in quella fase?
«Ho avuto molti problemi con l'allattamento, è stato un cruccio gigante che ho iniziato a risolvere dai cinque/sei mesi in poi, quando era già forse il momento di poterlo accantonare. Era una cosa che non mi andava giù e che mi ha fatto molto male, fisico e psicologico. Così ho detto: "Vabbè, io questa cosa la voglio dire, la voglio dire perché sicuramente non sono l'unica e io avrei solo voluto che qualcuno me ne avesse parlato prima". Alla fine piangevo mentre leggevo i messaggi delle mamme che mi scrivevano ringraziandomi perché era la prima volta che sentivano qualcuno parlare in quei termini dell'allattamento e dicendomi che avremmo dovuto parlarne molto di più. Si è creato un dibattito bellissimo anche nei commenti di donne che si davano la forza, che si davano il coraggio, che si capivano e che si comprendevano. Sono stata molto contenta di essermi aperta così tanto».
Questo podcast tramite la tua esperienza personale ha dato voce a molte donne e in questa nuova stagione hai scelto anche di inserire degli ospiti
«Sì, nella nuova stagione ho parlato con Paola Turani che è stata coinvolta nell'episodio sulle pressioni sociali dove racconto di quanto mi rompono le scatole chiedendomi se farò il secondo figlio. Lei aveva un'esperienza molto analoga: sui social dopo il matrimonio la tartassavano chiedendo se volesse figli, poi ha condiviso con la sua community la sua difficoltà nel concepire. Non sono veramente domande da fare. Poi ho coinvolto Alice Mangione della Pozzolis Family sull'episodio della competizione fra mamme. Lei è troppo simpatica quindi ti lascio immaginare. Con Valentina Paolucci che è una pediatra (su Instagram si chiama @ladottoressadeibambini) abbiamo parlato di come gestire i malanni da asilo e da nido, veramente un calvario da cui non se ne esce! E poi ho avuto ospite Nick Cerioni, lo stylist delle star. Lui è diventato papà dopo un percorso di surrogacy e abbiamo discusso di come si è trasformata la sua vita sociale e i rapporti con le persone dopo l'arrivo dei bimbi».
C’è ancora tanto bisogno di parlare di maternità?
«Oggi rispetto a qualche anno fa se ne parla di più, ma è ancora troppo poco. Lo vedo ad esempio sulle amiche che non hanno ancora figli ma che sanno che li vorranno un giorno. Loro fanno incetta di informazioni sulla gravidanza. Io sono stata la prima del mio gruppo di amiche ad avere avuto un figlio e loro si considerano avvantaggiate perché hanno avuto il mio esempio, mi hanno vista durante l'allattamento e hanno visto tutti i miei disagi ogni volta che uscivo: il latte, il seno, questo, quell'altro, copriti, che vergogna. Stanno facendo una sorta di tirocinio ravvicinato e mi dicono spesso: "Guarda, sono veramente contenta perché adesso so che cosa mi aspetta, che cosa potrebbe succedermi e so che gli imprevisti esistono e so che non ci sono regole. Ma è importante che qualcuno me l'abbia detto". Prima c’era solo un'unica grande regola: la maternità è meravigliosa, tu devi essere una mamma meravigliosa e performante su ogni aspetto. Ma è meglio essere consapevoli che sbattere la testa a 200 all'ora contro un muro».
Perché secondo te c’è questa paura di raccontare alle donne la maternità senza edulcorare, omettendo certi particolari?
«Quelli più splatter intendi? Ora ti rispondo con un’asciugata sugli stereotipi di genere».
Vai, vai!
«Io sono convinta che parta tutto dal momento in cui a te, bimba con la gonnellina e i fiocchetti in testa e le ballerine coi brillantini, ti mettono in mano la prima bambolina e ti chiedono di prendertene cura. Comincia da qui, da questa narrazione che ci inculcano sin da piccole e che vede le donne sempre carine, mai disturbanti, mai disturbate, con l'unico obiettivo di fare questo nella vita: procreare ed essere delle mamme felici che rassettano la cucina. Dovremmo ripartire veramente dall'infanzia dei nostri bambini e cercare di offrirgli sin da subito un panorama più equo e più vario possibile, perché non vogliamo che loro stessi si ritrovino un domani a vivere le stesse disparità che viviamo noi adesso».
Ci sono ancora tanti stereotipi quando si parla di maternità?
«C’è ancora tanto ma tanto di quel giudizio radicato nella società. Ci sono pressioni che vengono addossate alle donne ancora prima di decidere di avere figli. Poi, se ne fanno uno, vengono subito messe con le spalle contro il muro con 1000 aspettative. Poi arrivano i commenti "Ma quando ne fai un altro?". E insomma non ce ne liberiamo. Questo porta anche alla competizione tra mamme».
Ci si paragona l’una con l’altra?
«Siamo esseri umani, a volte non puoi fare a meno di paragonarti, di paragonare l'esperienza dell'altra donna con la tua. Però basta, dovremmo fermarci lì: ne prendo atto, lo accetto, senza giudizio. Invece il giudizio è così radicato nella società che siamo noi stesse a metterci i bastoni tra le ruote l'un l'altra, molto spesso anche senza volerlo. È come se scattasse una garetta a chi lo fa meglio, ma ogni donna vive un'esperienza completamente a sé, completamente diversa e il denominatore comune è proprio questo: che non ci sono regole, secondo me, nella maternità. Che è puro istinto di sopravvivenza. Dovremmo veramente imparare a neutralizzare qualsiasi tipo di giudizio nei confronti dell'altra e darci delle belle pacche sulle spalle per dirci "Dai sei forte"».
Che consiglio daresti a delle ragazze che vogliono avere figli e magari sono spaventate?
«C'è una legge che penso valga per tutti: il momento perfetto e le condizioni perfette per mettere al mondo un figlio non ci sono. Potresti aspettare veramente tutta la vita quindi a un certo punto è una questione di buttarsi. Però è importante che le donne siano consapevoli di tutto quello che le aspetterà e secondo me devono essere molto convinte del partner. Ci sono dei meccanismi che scattano nel momento in cui diventi mamma a livello di coppia, è proprio una questione di suddivisione dei ruoli, è un contratto, un contratto prenatale. Ci si deve parlare molto chiaro affinché non ci si ritrovi col pupo in braccio e con un partner che non c'è, non ti aiuta, non ti dà una mano e sta tutto il giorno fuori e ti scarica la patata bollente. Patti chiari, amicizia lunga. Il partner è tanto padre quanto tu sei madre, siete voi due, è vostro figlio. Poi per il resto è importante avere una rete di supporto, appoggiarsi a persone esterne, a professionisti, ad amici, alla famiglia. Non aver paura di chiedere aiuto ed essere preparate a tutte le aspettative e le pressioni sociali che vengono esercitate continuamente su tutte le madri, proprio per evitare di sentirsi le uniche in difetto e le uniche ad attraversare certe difficoltà e certi momenti di debolezza».













