Durante un evento tenutosi a Milano il 21 novembre, il ministro dell'Istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha discusso con i presenti della proposta di integrare i lavori socialmente utili per chi commette atti di bullismo a scuola, aggirando i limiti di una punizione troppo blanda come la sospensione, che aumenta «il rischio che quel ragazzo vada poi a fare fuori dalla scuola altri atti di teppismo, o magari addirittura si dia allo spaccio o alla microcriminalità». Il ministro ha aggiunto che i lavori socialmente utili, in questo senso, spingono il ragazzo a capire cosa «vuol dire lavorare per la collettività, per la comunità scolastica, umiliandosi anche», e ha aggiunto che «l’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità. [...] Da lì nasce il riscatto, la maturazione, la responsabilizzazione».

Il ministro Valditara, travolto dalle polemiche per questa frase sul valore dell'umiliazione nella formazione di ragazzi difficili, ha poi fatto un passo indietro, definendo il termine «inadeguato», pur ribadendo il messaggio di fondo delle sue parole. Ma il dibattito che si è aperto sulla questione non si è spento e anzi, ha aperto nuovi scenari sul tema delle pari opportunità per tutti, anche per quei ragazzi che nascono, crescono ed evolvono in situazioni e contesti difficili e, secondo questa logica, devono essere raddrizzati a suon di vergogna e umiliazione.

Ma davvero l'umiliazione fa crescere?

Partiamo dalla definizione del termine: umiliazione ha due accezioni, una più blanda e una più dura. La prima si riferisce al «riconoscimento di un errore o difetto, che comporta uno stato più o meno penoso di vergogna o di contrizione» (dizionario Oxford). Il secondo, via Treccani, rimanda a un atto di sottomissione pieno di umiltà e di ossequio. Nella logica del ministro, un ragazzo che compie atti di bullismo ritrova la retta via solo tramite pubblica umiliazione, dunque attraversando fasi di vergogna e contrizione davanti a tutti, al fine di capire il proprio errore, maturare e cambiare.

In chiave psicologica è vero che la vergogna, che rientra nel gruppo delle emozioni secondarie apprese tramite contatto con gli altri in società, parte dall'autoconsapevolezza, dal modo in cui ci vediamo e vogliamo che gli altri ci vedano e dal bisogno di apprezzamento. È un'emozione, e in quanto tale serve e può essere affrontata in modi diversi, con diverse finalità, quando questa affiora. Può generare dolore, senso di inferiorità, voglia di scappare o di chiudersi in una stanza lontano da tutti, può ovviamente anche spingere a ignorare ciò che si prova per sfuggire a tutti questi sentimenti. Infine, può potenzialmente essere motore di maturazione e cambiamento. Nel caso in cui la vergogna scaturisse in risposta a un atto che si è compiuto e che ha fatto male ad altri, come nel caso del bullismo, è vero che questa emozione, basata sull'autoconsapevolezza (anche dei propri errori) possa portare a una presa di coscienza, ma non sempre questo percorso è così lineare, soprattutto se lo si affronta da soli. E il ministro Valditara, parlando di devianze giovanili, ha messo nel calderone una delle possibili derivazioni di questa risposta.

Rimane comunque impensabile che l'umiliazione possa essere l'unica soluzione per salvare un bullo. Che, macchiandosi di quella stessa colpa - senza considerare da dove viene, quali sono le origini della sua "devianza", qual è il suo background socioeconomico e in che modo la politica e le istituzioni hanno tutelato l'evoluzione e il benessere suo e della sua famiglia nei decenni - viene ripagato con la stessa moneta, in una logica che non ha consistenza in nessun senso possibile, soprattutto non in ambiente scolastico.

Il ministro non ha valutato in alcun modo le conseguenze dell'umiliazione, che può provocare rabbia, frustrazione, un senso di inferiorità ancor più pressante di quello originario. Un effetto boomerang, insomma, che non tiene conto di un sacco di fattori individuali e ambientali. Non tutti hanno gli strumenti, psicologici, emotivi e sociali per trarre un insegnamento dall'umiliazione e dalla vergogna. E dovrebbe essere proprio la scuola a gettare le basi per una crescita consapevole delle future generazioni, senza diventare il luogo in cui si impara a puntare il dito.