Ci sono tante donne che ancora preferiscono farsi chiamare al maschile, se ne incontrano di continuo. Tu provi a dire "ingegnera" e loro, nella migliore delle ipotesi, storcono il naso. Nella peggiore, inorridiscono al solo pensiero di essere definite "avvocatesse" (ancor peggio "mediche") e ti ripetono la parola, declinandola al maschile: «Avvocato, per favore». «Avvocato Rossi», però è una donna e dopo tanta fatica per l'abilitazione vuole il pieno riconoscimento, che, a quanto pare, non può essere al femminile, implicherebbe qualcosa di meno.

Lo stesso vale per Giorgia Meloni che, dalle prime comunicazioni ufficiali, sembra voglia farsi chiamare "il presidente". È un caso particolarmente emblematico perché "presidente" nella lingua italiana non viene declinato in base al genere: deriva dal participio presente del verbo presiedere, dunque "colui o colei che presiede". In questo caso non si può dire «suona male», alla leader di Fratelli d'Italia, non va giù nemmeno l'articolo femminile: vuole "il" al posto di "la". Giorgia Meloni, il Presidente del Consiglio.

Meloni ha espresso la sua preferenza, ora la domanda è: facciamo bene a chiamarla al maschile? Non è così scontato come sembra. «Ogni parola che usiamo», spiega la linguista Vera Gheno, autrice del libro Femminili Singolari, in un'intervista per Exibart, «è atto di identità individuale (racconta agli altri chi siamo), atto di identità collettivo (identifica la “tribù” alla quale apparteniamo) e indicazione della nostra visione del mondo (noi esseri umani concettualizziamo la realtà che ci circonda tramite le parole)». Da un lato, quindi, Giorgia Meloni ci dice qualcosa di lei: nel contesto professionale vuole essere identificata al maschile. «In molti casi, la donna stessa sente il femminile come svilente», aggiunge infatti Gheno, «però, guarda un po’, succede solo per le professioni che fino a oggi erano usate soprattutto al maschile perché appannaggio quasi esclusivo dei maschi». Meloni è la prima donna a presiedere il Consiglio dei Ministri italiano.

D'altra parte, farsi chiamare al maschile non è solo una questione personale, non è solo preferire "architetto" perché "architetta" suona male. Si alimenta un'impostazione che vede il femminile, in certe professioni, come poco comune, strano, persino in contrasto con la posizione indicata. Crea un senso di non appartenenza. La lingua influenza il nostro modo di leggere il mondo. «Mamma, anche un uomo può diventare cancelliera?», pare abbia chiesto il figlio di 9 anni di una cronista del Rheinischen Post dopo anni di governo Merkel in Germania.

Non si può negare, quindi, che la scelta di Meloni abbia un impatto sulle giovani donne e sulla società. Lei, però, ha espresso una volontà che ha a che vedere con la sua identità, il suo vissuto e la sua posizione politica. Anche se non siamo d'accordo, non possiamo negarle il diritto ad autodeterminarsi. Meloni è una donna («Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana»), ma vuole gli articoli al maschile. Il punto, però, dovrebbe essere: perché allora continuare a fare così tanto scalpore per asterischi, pronomi neutri o diversi da quelli assegnati alla nascita e un uso più fluido della lingua?