È l'era d'oro dei producer album o, almeno, questa è la sensazione davanti all'interesse che sempre più progetti di produttori (per ora tutti uomini, ma ci arriveremo) trovano in un pubblico di ascoltatori. In questa epoca Golden Years, nome d'arte del producer romano classe '93 Pietro Paroletti, pubblica il 30 maggio uno dei dischi più interessanti, FUORI MENÙ. Questo è il terzo progetto personale di Golden Years, dopo il mixtape CASEMATTE e l'EP ERA SPAZIALE, che nel frattempo ha lavorato alla produzione per artisti come Coez, Mahmood, Franco 126, Giorgio Poi ed Elodie.

FUORI MENÙ è un disco che in mezz'ora racchiude 15 artisti italiani e che sprigiona una sorta di euforia chill. «È una cosa che non avevo deciso a priori, ma me la dicono in tanti e mi fa piacere» mi dice sorridendo Golden Years «evidentemente coincide anche con un periodo della mia vita in cui mi diverto a fare questo lavoro, a fare le canzoni, e credo in qualche modo questa cosa poi alla fine si rispecchi nel risultato».

FUORI MENÙ è il perfetto disco di inizio estate, quando le giornate si allungano ed essere felici sembra un po' più facile. A guidarci in questo tentativo ci sono le voci degli artisti scegli da Golden Years: Calcutta, Coez, Frah Quintale, Franco126, Fulminacci, Ariete, nayt, Tutti Fenomeni, Drast, Lorenzza, Dov’è Liana, Masamasa, SANO, faccianuvola e prima stanza a destra. Una bella squadra, anzi, una comunità, come la definisce Golden Years, che durante la nostra intervista parla dei magnifici quindici come di «una piccola comunità con un'empatia condivisa». E forse il valore più grande di FUORI MENÙ è proprio quello di essere un disco empatico.

golden years fuori menu album intervista
Tommaso Biagetti

Com'è andata sul palco del MI AMI 2025?

«L'idea è nata insieme a Carlo Pastore ed era quella di fare una piccola anteprima del disco. L'obiettivo era di suonare due canzoni che magari non sarebbero state per forza un singolo, né i pezzi più rappresentativi del disco, ma era per dare un assaggio di quelle che saranno le canzoni di FUORI MENÙ, quindi ho suonato il basso accompagnando Fulminacci in "Sottocosto" e Ariete e Lorenzza in "La Distanza". Mi piaceva anche poter far vedere in questo modo due anime del disco, quella più urban e quella cantautorale. Mi sarebbe piaciuto mettere su proprio una band, ma non c'erano i tempi tecnici. Sarebbe bello però, per il futuro, portare dal vivo FUORI MENÙ e farlo con questo assetto».

FUORI MENÙ: come nasce?

«Ho iniziato a lavorarci poco più di un anno fa, nel tempo che avevo tra un lavoro e l'altro, perché chiaramente il mio lavoro principale a tempo pieno è quello di produttore i dischi di altri, quindi quando ho un po' di tempo magari cerco di fare musica con artisti con cui mi trovo bene o con cui sono in amicizia, scrivendo senza impegno. Così, piano piano, nel corso di due o tre mesi, sono venute fuori delle canzoni che mi piacevano e che in quel momento non erano inquadrabili nei progetti individuali degli artisti con cui stavo lavorando.

Avevo chiaro abbastanza da subito il suono che volevo che il disco avesse, quindi i confini musicali e sonori dentro i quali mi sarebbe piaciuto muovermi, e ho cercato di coinvolgere interpreti che immaginavo potessero trovarsi bene in quell'idea, con cui avremmo potuto tirare fuori pezzi convincenti per entrambi, che magari loro non avrebbero fatto nei loro progetti solisti, quindi è nato in quel senso il concetto del fuori menù, che significa l'inaspettato, l'imprevisto, un qualcosa al di fuori della comfort zone, sia mia che degli interpreti».

Qual è l'idea sonora del disco?

«Come sempre tutto quello che ascolto negli anni entra in una sorta di frullatore e poi viene fuori in maniera non per forza, come dire, codificata. Quindi in FUORI MENÙ mi piaceva metterci dentro sia musica internazionale più vicina all'R&B, al rap, che il cantautorato italiano, dagli anni Settanta a Pino Daniele. È difficile descriverlo a parole, però avevo chiara la tavolozza di colori sonori da utilizzare. Così ho iniziato a buttare giù dei loop, dei pezzi strumentali da cui poi si sono sviluppate le canzoni. La priorità per me era non fare un disco che suonasse un po' un Frankenstein di brani diversi, di input diversi, pur avendo 15 interpreti con un loro stile, una loro estetica e poetica differente, volevo cercare di mantenere la bussola di coerenza».

Uno dei brani che è più spiazzante e divertente da ascoltare è "Morena" con Sano e Tutti Fenomeni, sembra quasi la versione colta di una hit estiva...

«Sì, c'è stata un po' quella volontà e ti aggiungo anche un dettaglio che è l'input iniziale di testo. Quando l'abbiamo scritta siamo andati a recuperare la storia della brigatista Mara Cagol, perché l'idea era di scrivere una sorta di canzone d'amore che però avesse quei riferimenti un po' più pesanti, violenti, di un periodo ben specifico. Poi ovviamente nel testo questa cosa non è esplicitata, però ci ha aiutato a settare un mood che fosse in qualche modo stridente rispetto alla classica canzone d'amore».

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Tommaso Biagetti

Con FUORI MENÙ sei riuscito a conoscere meglio alcuni artisti e far conoscere tra di loro altri?

«I brani sono stati scritti praticamente tutti in presenza, magari qualche strofa qualcuno l'ha scritta a casa sua, ma poi comunque ci siamo visti in studio per rifinire insieme, rifare le voci, quindi ho cercato in tutti i modi di mantenere sempre un contatto umano, di un'empatia, con gli interpreti, anche tra di loro. Mi è capitato di organizzare delle cene per farli conoscere tra loro, perché mi piaceva l'idea di creare, per quanto possibile con persone di età diverse che vivono in città diverse, una piccola comunità che avesse un'empatia condivisa.

Un esempio è "Sentirsi Soli" con Edoardo, per cui ci siamo visti due giorni a Bologna a casa sua e ci siamo visti con la premessa chiarissima che se avessimo fatto qualcosa di bello e davvero convincente, bene, se no amici come prima. Invece è venuto fuori questo pezzo che abbiamo scritto praticamente in 24 ore e devo dire è stato un metodo ricorrente per quasi tutti i pezzi. Anche "Sottocosto" con Filippo, Fulminacci, l'abbiamo scritto a casa sua una sera in cui ci è venuta voglia di raccontare questa sorta di Roma estiva in cui tutti partono e tu resti da solo».


Tra i brani ce ne sono due solo strumentali, "Finta burrasca" e "Titoli!", me li racconti?

«"Finta burrasca" è forse il primo pezzo che è nato del disco. Avevo questo sample vocale intorno a cui ho costruito un beat che, insomma, mi ha sempre convinto e ho sempre pensato che sarebbe andato nel disco in qualche modo, anche se sapevo che su quel beat non ci sarebbe stata bene la voce di qualcuno. Invece, parlando del pezzo che chiude il disco, "Titoli!", l'ho chiamato così proprio perché l'ho immaginato come una sorta di colonna sonora di un film immaginario. Per un periodo ho anche pensato di far recitare a qualcuno i crediti del disco, però poi forse era un po' strano, quindi è rimasto così pulito, come quando alla fine del film scorrono i titoli in verticale».

Come sei cambiato tu, come producer, dall'ultimo Ep ERA SPAZIALE al disco di oggi, FUORI MENÙ?

«Banalmente lavorare a un album rispetto a un EP richiede di mantenere una visione d'insieme più coerente possibile, quindi mi sono sforzato in quel senso. Negli ultimi due anni comunque ho lavorato tanto, ho avuto modo di conoscere tante persone, tanti artisti che poi infatti ho coinvolto nell'album, quindi in qualche modo ho affinato la conoscenza di alcune dinamiche in studio, ho imparato a capire quando intervenire sulla scrittura e quando invece lasciar fare l'artista. Secondo me, in qualche modo, tutto questo ha contribuito a creare quel clima di serenità e spensieratezza durante il processo creativo e questo a livello sonoro sicuramente si sente».

È un buon periodo storico per nascere producer?

«Sì, il grande pubblico ha iniziato a capire cos'è un producer, perché prima invece era una figura nell'ombra, nota solamente ai più stretti addetti ai lavori. Oggi il producer mette mano in maniera più massiccia all'estetica dei progetti e la formula del producer album, che magari prima non era considerata in alcun modo, si sposa bene con il modo in cui oggi viene fruita la musica. L'idea che ogni traccia sia cantata da una persona diversa ti dà, come dire, un ritratto più variegato rispetto a un album».