La seconda possibilità. Servirebbe per costituzione, qualcuno che nella vita ti dica «vieni, tirati fuori, rifai daccapo».
Second Chance è il titolo di un documentario uscito da poco per Discovery+, diretto da Erika Brenna con Cristiana Capotondi a raccontare quattro storie di rinascita, di detenzione, di applicazione rara delle leggi.
Dove sono queste seconde possibilità di cui si parla? Carcere di Bollate. Le storie di Luca e Giulia, di Renato, e di Nour e Hasan, siriani fuggiti dalla guerra insieme al loro bambino di pochi mesi.
La seconda possibilità per costituzione poi ce l’abbiamo, a farsi bene i conti, è l’Art. 27: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Rieducazione. Sembrerebbe quasi facile, se non si fosse rivelato infattibile. Perlopiù. In Italia un detenuto su quattro ha problemi di tossicodipendenza, solo un terzo lavora. E i suicidi, che aumentano. Mancano gli educatori, mancano gli psicologi, manca l’acqua calda, troppo spesso.
Second Chance racconta i problemi ma comincia dall’eccezione. Carcere di Bollate, si diceva. La differenza, qui? Che la maggior parte dei detenuti ha un lavoro. E succede spesso che abbiano la possibilità di svolgerlo all’esterno. Comincia il circolo virtuoso: bassissime percentuali di recidiva, molto più basse della media.
Chi sono le persone dietro il futuro dei detenuti, chi sono quelli che si prendono in carico le nuove vite? Per Nour e Hasan, lei è una biologa, lui è un architetto, sfuggiti ai campi profughi siriani è stata la Comunità di Sant’Egidio, a Roma.
A Bollate, Lorenzo Lento, informatico, fa parte di una cooperativa che svolge attività formativa nelle carceri. La definizione che non gli piace è santo laico, ma è inutile che non gli piacca, di quello si tratta. E lo capisci quando di lui, Lorenzo, parla Luca, ex carabiniere. Luca è la prima storia di Second Chance, sta scontando la pena all'ergastolo, ma dopo il corso di informatica può uscire per andare a lavorare. Si vuole far intervistare all'interno della chiesa di San Giovanni in Laterano a Milano: «Questa parrocchia è diventata il mio ufficio».
Ha sempre un sorriso impossibile, Luca. Quando ti racconta delle sue giornate, quando rientra in carcere dopo il lavoro, quando fa l’inventario orgoglioso di tutti i pezzi con cui si sta ricostruendo la vita. L’inquadratura è su di lui, il suo zaino, la mattina mentre va a lavorare e la sera quando rientra. Sembra la nostra vita, invece è il suo miracolo privato.
È il senso di esistere. Manca tutto, in carcere, ma soprattutto manca qualcosa che faccia scorrere le giornate. È così che ti accorgi di essere vivo, quando fai qualcosa.
«C’è una cura possibile», mi racconta Erika Brenna, «rimettersi in gioco vuol dire avere voglia di vestirsi, di lavarsi. Trovare altro che non sia arrivare a sera. La cosa che dicono tutti: non so come arrivare a sera».
Che hai visto, che hai sentito - le chiedo.
«Quando si chiude quella porta alle spalle, anche per te che esci, fa un rumore terrificante. Senti le chiavi. E qualcosa che si perde. Ho insistito con le chiavi, nel documentario, perché quell’aspetto mi ha toccata profondamente».
Perché?
«Senti lo scollamento: tu che te ne vai, e dietro di te il silenzio. E mi sono chiesta: quanta forza ci vuole a non lasciarsi completamente andare? Hai bisogno di qualcuno che ti riprenda, che ti riporti fuori, qualcuno o qualcosa».
La dimensione umana.
Per Cristiana Capotondi è l’ascolto: «Quello che capisci è quanto ci sia bisogno di ascolto. E quanto la vita non finisca per coincidere con un errore che si può commettere. Sì, la vita in un attimo può diventare diversa da come l’avevamo immaginata, e così bisogna imparare a muoversi nel dolore. Il percorso verso la libertà non deve interrompersi».
Il pensiero necessario che a un certo punto si affaccia comincia da una domanda: non sarebbe meglio partire da qui? Non dovrebbe essere sempre come in questo caso? Perché deve esistere un carcere modello? Perché siamo qui a parlare di eccezioni straordinarie, e non di leggi applicate per tutti allo stesso modo?
È una storia sugli altri, Second Chance. È una storia di luoghi dai nervi scoperti e di inizi, e di volontà e di forze. «Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali». Non serviva Cesare Beccaria a chiosa, ma ci sta sfuggendo la questione elementare. Non le stiamo dietro, alla questione elementare. Non con le leggi, almeno.
C’è una verità che scortica, questo documentario, e la rende nitida: non basta una riforma, serviranno sempre le mani di qualcuno. Da dove viene quell’implacabile voglia di averla, una seconda possibilità, quell’incapacità di arrendersi? Se ti hanno lasciato ancora più solo, chi se ne accorge? A chi importa?
A qualcuno. A qualcuno è importato. Una persona ha fatto la differenza. E questa non deve diventare la regola, l’unica possibilità per le seconde possibilità.















