È una sorpresa sapere che quest’anno a vincere otto David di Donatello è stato Le città di pianura di Francesco Sossai (tra i premi, miglior film e miglior regia). E non perché il film sia brutto, al contrario. Perché è un film atipico, controcorrente, nuovo (disponibile in streaming su Apple TV).
Non è semplice riassumere la trama, sopratutto perché una vera e propria trama non c’è. Il genere è quello del road movie che non porta da nessuna parte. Come appare chiaro fin dalle prime meravigliose inquadrature: una macchina ferma ad un semaforo rosso, due individui nell’abitacolo, addormentati o svenuti.
Sono gli inseparabili Carlo Bianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), due amici alla disperata ricerca dell’ultima.
Cos’è l’ultima? L’ultima cosa da bere prima di andare a dormire. Prima che tutto finisca. E durante questa ricerca si imbatteranno in Giulio, soprannominato dai due Julio. Giovane studente di architettura, gentiluomo del meridione, innamorato di Giulia Antonia ma tanto timido da non riuscire a dichiarasi. I due lo coinvolgeranno nella loro piccola Odissea di pianura, alcolica ed epica insieme.
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Il tempo inciso sui corpi e sui volti
Non è un caso che Sergio Romano abbia vinto il premio come migliore attore protagonista. Lui e Capovilla sono le spalle di Atlante su cui si regge l’intero mondo cinematografico realizzato da Sossai. I loro volti e i loro corpi hanno una consistenza rara nel cinema contemporaneo. Testimoniano il passato più che un eterno presente di zigomi al silicone. Sembrano scolpiti apposta per il film. E bastano i primi close up per rendersene conto.
Filippo Scotti, Giulio, che pure è un grande attore, un po’ scompare di fianco all’esuberanza dei due. E non perché reciti male, solo perché il tempo non lo ha ancora “segnato”.
La fotografia, le musiche e le scene che si costruiscono attraverso il viaggio hanno l’ambizione di ricostruire un’atmosfera più che un senso. Atmosfera che è nostalgia di un tempo perduto che non ritornerà più. Qualcosa che viene dal passato proprio come il loro amico Genio che torna dall’Argentina. I due dovrebbero andare a prenderlo ma sbagliano aeroporto. È scappato lì dopo l’accusa di furto aggravato, un traffico di occhiali rubati alla fabbrica in cui lavoravano lui, Carlo Bianchi e Dori che sono stati suoi complici.
Il tesoretto sepolto nel passato
Genio però non torna per rivederli piuttosto per recuperare il suo “tesoretto”. Ma i soldi che prima di scappare era riuscito a seppellire non ci sono più. Al loro posto le fondamenta di una casa. Ed è questa la chiave per leggere i due protagonisti del film. Sono uomini che hanno sepolto in un passato scomparso le loro speranze, uomini “troppo grandi per crescere” come ricorda Doriano al padre di Carlo Bianchi al termine della loro viaggio alcolico.
Giulio con la sua giovinezza rappresenta un’alternativa. E infatti l’ultima scena ce lo mostra su un treno, diretto a Verona verso Giulia Antonia. Dopo aver colto il meglio dall’avventura che i due bislacchi personaggio gli hanno offerto, ma senza lasciarsi intrappolare nel loop infernale dell’ultima e di una pianura immobile.
E anche in questa alternanza di punti di vista sta la forza del film e alleggerisce un intreccio che avrebbe rischiato la monotonia.
L’utilità marginale dell’ultima
Che cosa sia l’utilità marginale lo spiegano bene a Giulio Charles White e Dori seduti ai tavoli di un ristorante. È quella legge economica per cui il valore di un bene decresce proporzionalmente al suo consumo. L’unica cosa che sfugge a questa legge è l’ultima conclude Dori con il suo sorriso sghembo.
Ma utilità marginale è anche un modo di definire le voci dei due protagonisti.
A tratti comiche, a tratti profonde, come nel meraviglioso dialogo in macchina dopo essere sfuggirti a un posto di blocco. Nella battute dei due si coglie tutto il rimpianto e la sofferenza per una vita ai margini: “guardo le luci delle finestre, le case, e penso che non ci entrerò mai” dice Dori mentre Carlo Bianchi guarda malinconico fuori dal finestrino.
Ma è solo un attimo. Poi la ricerca sgangherata dell’ultima riprende.
Una macchina per elaborare il lutto
Proprio come lo scambio tra generazioni anche quello tra luci e ombre rende grande il film di Sossai. Questo ritmo ipnotico. Ma sopratutto c’è una scena in particolare che forse può aiutarci a comprenderne le ambizioni complessive.
Una delle ultime, quando i tre arrivano alla tomba Brion progettata da Carlo Scarpa di cui Giulio è un grande ammiratore.
Il terzetto visita il monumento poi Carlo Bianchi fa notare che quella non sembra affatto una tomba. E infatti Giulio risponde che quella “è più una macchina per elaborare il lutto”.
E così fa il film. Elabora il lutto dei nostri tesori perduti che siano soldi o ricordi.
Solo il finale sembra non concludere. Con quel gelato squagliato al bordo della strada: il segreto del mondo che Dori ha dimenticato all’inizio del film e che ricorda solo alla fine.
Sembra un modo obbligato per terminare un film che non può esaurirsi, proprio come la voglia dell’ultima.












