Spazi vuoti, luci fluorescenti e un terrore psicologico che ha ridefinito l’horror moderno. Se avete passato anche solo cinque minuti su TikTok o YouTube negli ultimi anni, vi sarete sicuramente imbattuti nel fenomeno globale delle Backrooms: quel labirinto infinito di uffici deserti e corridoi giallognoli nato da una creepypasta del web e trasformato in un’opera d’arte virale da oltre 200 milioni di visualizzazioni.



Dietro questo incubo liminale c’è la mente di Kane Parsons (noto online come Kane Pixels), un prodigio della regia che a soli 16 anni, dalla sua cameretta, ha creato quello che alcuni hanno definito come « il video più spaventoso di internet». Oggi, a vent'anni, Parsons compie il grande salto nel cinema live-action con BACKROOMS (prodotto da I Wonder Pictures), un lungometraggio ambientato nel 1990 che vanta nel cast star del calibro dei candidati all'Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve. In occasione del debutto sul grande schermo di questo viaggio claustrofobico dentro l'alienazione contemporanea (nei cinema dal 27 maggio), abbiamo intervistato il giovanissimo regista per farci raccontare come si trasforma un'ossessione collettiva del web nel film più atteso dell'anno. Ecco cosa ci ha rivelato.

Come sei riuscito a soddisfare le aspettative dei fan accaniti della serie web e, allo stesso tempo, a creare un film che fosse fruibile e accattivante anche per il grande pubblico?

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«Si tratta di un aspetto a cui ho pensato molto, per tutto il tempo in cui ho lavorato al film. Questo genere di progetti indipendenti di solito attira moltissima attenzione da parte di una community appassionata di "risoluzione di enigmi e misteri". Per questo tipo di pubblico, l'elemento del mistero non è un ostacolo, ma uno stimolo: amano seguire la storia analizzando ogni singolo tassello della "lore" accumulata negli anni. Tuttavia, il rischio è quello di rimanere impantanati in anni e anni di contenuti sviscerati online. Se avessimo fatto un film solo per loro, chi si avvicina a questo mondo per la prima volta avrebbe fatto enorme fatica a orientarsi e a comprendere i riferimenti.

Il mio obiettivo, fin dall'inizio di questo progetto, è sempre stato quello di fare un passo indietro ed esaminare che cosa funzionasse davvero nel cortometraggio originale. Ci siamo chiesti: quali sono gli elementi minimalisti che in quel video scatenavano una risposta emotiva così forte nelle persone? Abbiamo scelto di concentrarci su quella purezza iniziale, su quel nucleo così essenziale e potente, per poi espanderlo in qualcosa di più complesso, senza però snaturare l'idea o trasformarla in un territorio inaccessibile per chi non conosce l'universo delle Backrooms».

La "lore" delle Backrooms su internet è vastissima ed è piena di teorie create dagli utenti. Qual è stata la sfida più grande nel ripulire questa narrazione per il cinema?

il regista kane parsons sul tappeto rosso del film backrooms: l'abbiamo intervistato per voipinterest
Amanda Edwards//Getty Images
Il regista Kane Parsons sul red carpet del suo primo film, Backrooms

«La sfida è stata proprio non farsi intrappolare da tutto quel "rumore incoerente" che si è stratificato in Rete. Volevamo che il film avesse una forte spinta emotiva e drammatica, accessibile a tutti, e non che sembrasse una lista della spesa piena di easter egg comprensibili solo ai super fan. Abbiamo preso l'universo originale e lo abbiamo trattato come una tela pulita, mantenendo intatta l'atmosfera claustrofobica che ha reso virale il progetto, ma costruendoci attorno una storia cinematografica solida che non richiede una laurea in cultura del web per essere goduta».

Senza fare spoiler sul film, qual è la tua personale visione delle Backrooms? Che cosa sono davvero secondo te?

«Se dovessi descriverle in modo letterale, come concetto di finzione, nella mia visione mi piace definirle come una "superstruttura" composta da luoghi artificiali e antropizzati che sembrano strappati dalla vita di chiunque. È un bizzarro miscuglio di costrutti umani provenienti da epoche e culture differenti, spazi di cui puoi solo speculare l'origine, sono come dei metadati umani.

Le Backrooms sono costruite in modo tale da evocare una sensazione architettonica molto simile a quella dei film sui "rapitori di corpi" (come L'invasione degli ultracorpi) o alla leggenda degli skinwalker: è come se ci fosse qualcosa che si sta mascherando da edificio umano, imitando un'architettura reale ma senza comprenderla davvero. Se trascorri del tempo al loro interno, ti accorgi immediatamente che c'è qualcosa di profondamente sbagliato. Le porte o gli spazi sono disposti in un modo che ti spinge a chiederti cosa avesse in testa l'architetto. Non sono luoghi fatti per le persone, eppure tutti gli elementi sono umani e mostrano i segni di essere stati vissuti. Penso che questo crei un perfetto effetto "Uncanny Valley" (la zona perturbante)».

Quali sono le domande che pensi si farà il pubblico una volta uscito dalla sala dopo aver visto il film? E tu come risponderesti?

«Credo che la primissima domanda che balzerà in testa a tutti, in cima ai loro pensieri, sarà semplicemente: «Ma che ***** ho appena visto?». Penso che il film lasci le cose abbastanza aperte. Ci sono dei luoghi bellissimi e misteriosi su cui spero che le persone si concentreranno, e non c'è una risposta preconfezionata e univoca per spiegare tutto ciò che è stato mostrato in questi anni. Il bello è proprio questo».

Perché pensi che questo tipo di horror minimalista e psicologico stia funzionando così bene in questo periodo rispetto ai classici horror con i mostri tradizionali?

«Lavorando online e avendo un feedback diretto e immediato da parte del pubblico, ho potuto tastare il polso della situazione in prima persona leggendo i commenti delle persone. Questo tipo di interazione ravvicinata è stato il tratto distintivo di tutto il mio percorso sul web. Quello che ho notato è che il pubblico oggi è incredibilmente attento e intelligente. Spesso a Hollywood si tende a sottovalutare gli spettatori, ma la verità è che le persone amano i film che stimolano il lato più intellettuale e psicologico.

Il nostro film non ha una mentalità "mordi e fuggi" da una sola visione. Al contrario, gioca su più livelli di lettura, ed è pieno di sfumature profonde. Credo che il pubblico di oggi apprezzi e pretenda di essere trattato con serietà. Chi guarda il film coglierà sicuramente l'atmosfera e la tensione fin dalla prima visione, ma la bellezza di questo approccio minimalista è che ti spinge a tornare online dopo la visione per analizzare i dettagli, parlarne e comprenderne gli strati più profondi. È un horror che rispetta l'intelligenza dello spettatore».