A volte ho l'impressione che il lato peggiore del subire dei traumi sia pensare di non meritarsi altro. Continuare a cercare il dolore e l'irrequietezza, a riviverli, un po' perché non si conosce altro e un po' perché dobbiamo punirci per averli subiti. La colpa, infondo, è un po' anche nostra. Se è successo a noi ci sarà pure un motivo valido.
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Trama de La cronologia dell'acqua, film d'esordio alla regia di Kristen Stewart
Mi pare che la vita mia e degli amici che frequento sia un buon esempio di tutto ciò, mi pare che le scene frammentate, caotiche almeno tanto quanto poetiche, de La cronologia dell'acqua, esordio alla regia di Kristen Stewart, me lo confermino. «You can’t have what you want unless you believe that is possibile for you to have it», è il messaggio che mi notifica la mattina in cui scrivo Costar, l'unica app di astrologia che non ne ha mai sbagliata una, che con una precisione algoritmica intercetta i tuoi pensieri situati, per consigliarti une verità esatta al momento perfetto; quello che hai bisogno di sentirti dire. Non sono mai solo coincidenze: la protagonista del film avrebbe potuto ricevere lo stesso Costar e non è che adesso, totalmente a caso, mi scrivono questa massima, proprio nel momento in cui devo parlare di lei (e di tutte noi).
Nelle sale dall'11 giugno distribuito da Wanted, si tratta dell'adattamento dell'omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch. La storia segue Lidia (un'assurda Imogen Poots) nel suo percorso alla ricerca del proprio posto nel mondo, esplorando come i suoi trami si possano trasformare in arte attraverso la riappropriazione della propria storia e il potere terapeutico della scrittura. Cresciuta tra gli abusi del padre, il dolore per una sorella maggiore che li rifugge lasciandola sola con una copia di un volume su Giovanna d'Arco e una melodia che ritorna più volte, sussurata, "Oh My Darling, Clementine", una madre inerme, disfunzionale e problematica, Lidia trova nel nuoto agonistico la promessa di una vita migliore. Com'è difficile, però, immaginarsela davvero, con un istruttore che impartisce punizioni corporali sui glutei di ogni adolescente che assume un po' di peso. Il percorso di Lidia verso una gioia sana è lungo, incerto, fra lutti, relazioni tossiche, sperimentazione sessuale e dipendenze ; quando pensiamo che non può più succederle nient'altro di brutto, che nella vita di dolore ne ha conosciuto abbastanza, sua figlia nasce morta. È la scrittura a salvarla: attraverso l'incontro con l'autore Ken Kesey (uno straordinario Jim Belushi, che fa un po' troppi versi innecessari ma che conquista l'audience proprio grazie a quelli), che intuisce il potenziale creativo della giovane donna, offrendole la possibilità di credere in una direzione nuova. E che finalmente lei si concederà.
La cronologia dell'acqua, recensione dell'adattamento del romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch
«Ci sono voci che ti aiutano a trovare la tua», commenta Kristen Stewart che ha incontrato per la prima volta La cronologia dell'acqua nel 2017 sul suo Kindle, sentendo una corrente quasi elettrica attraversarla, una reazione quasi fisica appena dopo quaranta pagine. Lidia per lei è una di queste: la ama, è quasi sacra. In quel momento sapeva che doveva parlare con chi lo aveva scritto (Yuknavitch, appunto, scrittrice e insegnante americana che vive in Oregon). Per otto anni ha scritto e riscritto, ha provato centinaia di versioni, modellando una sceneggiatura che fosse effimera e neurologica come la memoria stessa. Poi ha reso sullo schermo il suo viaggio frastagliato e non lineare attraverso il trauma e la memoria. Una memoria che non può procedere secondo l'ordine scientifico e cronologico del tempo del tempo. La narrazione letteraria originale è frammentata e disordinata, va infatti ricostruita e ricomposta e Stewart riesce a tradurlo cinematograficamente sin dalle prime inquadrature: il fondo di una doccia, del sangue che gocciola.
Nel film come nel libro, il titolo suggerisce che la storia non può essere raccontata secondo una semplice sequenza di eventi, perché non è così che funziona la memoria umana, e soprattutto quella del trauma. I ricordi non emergono in ordine cronologico: un episodio dell'età adulta può richiamare un frammento dell'infanzia, che a sua volta rimanda a un altro momento ancora. Il tempo psicologico è quello dell'acqua, un elemento che può essere travolgente ma anche trasformativo: assume forme diverse, aggira gli ostacoli e collega spazi lontani. Prima è mescolata con il cloro, poi si fa alcolica, diventa il luogo per accogliere le ceneri, infine uno spazio dove nuotare finalmente con la propria famiglia. L'acqua è il denominatore che accompagna e coccola il dolore, che stabilisce un parametro continuo, con cui risolvere quello che ci è successo, per farci pace.
«Nobody understands death anymore. It used to be sacred. So Sacred. Oh, shit. No one is big enough to hold what happens to us. No one is big enough to hold what happens to us». Belushi dice recita queste battute a Poots mentre galleggiano in un lago notturno. Mi sembra un invito, il mentore che incita l'allieva a perdonarsi anche il dolore di cui non è responsabile, ma che continua a cercare. Ho sempre preferito l'acqua al fuoco, alla terra, all'aria. Mi sento a casa nel blu di un tuffo in mare aperto, mentre accolgo le onde infrangersi ritmicamente sull'interno delle mie gambe se sto sdraiata in banchina. Mi sono sempre immaginata fare l'amore con l'acqua, ci ho sempre provato, a volte l'ho sentito. Questo film privo di giudizi morali e in tutta la sua crudezza mi riporta lì. Tutti sbagliamo e a volte è colpa nostra, ma nessuno è abbastanza grande da contenere ciò che ci accade. La connessione con l'acqua mi riporta lì, a perdonarmi e a smettere di vergognarmi delle cose che mi sono successe ma che non sono state colpa mia. «È un invito a guardare la bruttezza, a confrontarsi con la vergogna e a riconoscere che il nostro corpo e la nostra storia ci appartengono. – spiega Stewart del suo primo film – Spero che il pubblico esca dal film comprendendo che riappropriarsi della propria voce attraverso la scrittura, l'arte o il racconto è un atto di potere radicale». La cronologia dell'acqua è un potente racconto di autodeterminazione femminile, il desiderio di un'esplorazione intima della libertà delle donne, oltre ogni convenzione, con l'obiettivo di arrivare ad amarci nonostante tutto.












