Con la minaccia atomica figurati se possiamo perdere tempo con l’odio online. Che tema vecchio, l’odio online. Sono dieci anni che parliamo di odio online.
Che sarà mai, l’odio online. Fa anche bene, tempra il carattere. Fortifica, l’odio online.
Non è visibilità pure quella? L’odio è buono, se sai che farci. Pure il veleno frutta, su internet. E poi tre giorni e si dimenticano tutto, internet è più scemo del pesce rosso. Oggi pestano te, dopodomani ne menano un altro.
Scrive Magrelli di Propagande et antisémitisme sur Internet (Hermann 2021), recensito da Roger Pol-Droit, su Le Monde, in questi termini: «L’odio è una marea che sta montando».
In futuro quindici minuti di forche caudine toccano a tutti. La logica è quella, le forche caudine.
I sanniti erano così contenti di aver dato la scoppola ai romani (321 a.C.), che imposero la subjugatio. Costruirono una specie di trabiccolo per umiliarli meglio.
La subjugatio, due lance fissate in terra, una sospesa orizzontalmente tra le due: lo sconfitto, nudo, doveva passare sotto, inchinandosi, davanti all'esercito nemico.
Cassio Dione, Hist. Rom. V: «Veniva grande gloria a chi imponeva una tale umiliazione, ma totale ignominia a chi la subiva».
Umiliazione, quello sarà lo scopo. La devi pagare, tu autore di quel post sgradevole. Noi siamo qui, ministri della morale, passa sotto il giogo.
Restiamo ai romani, alla semipreistoria, quando valeva tutto. Oggi si fa latinorum per queste lande.
Ai tempi le chiamavano Quaestiones Perpetuae. Erano corti che riconoscevano al quisque de populo (l’idiota medio, quello nemmeno utile, insomma io e voi) la possibilità di promuovere personalmente un’accusa. La procedura cominciava con la nominis delatio. Fermavi un passante e gridavi «criminale!». Pigliavi chi ti pareva. Poteva essere per fatti di dieci anni prima. Pure per fatti sconosciuti. Pure per fatti irrilevanti. Pure per fatti che non esistevano. A piacere vostro, signò.
Il cittadino giustiziere era incentivato a colpi di praemia (denaro, politica, promozione a romano puro).
Quindi, rasoio di Occam: duemila anni fa c’erano gli indignati pagati, oggi facciamo gli indignati gratis.
E quindi mi sono messa a cercare le ragioni. Perchè devono esserci, le ragioni, per l’odio. Mai internet è così coalizzato come davanti alla ghigliottina. Manco a Sanremo.
- 1) Quella persona ha una vita migliore della mia, se non posso avere successo io, va benissimo anche che fallisca lei.
- 2) La mia vita è bruttina. Vivo prevalentemente sui social, non ho senso degli altri e della realtà perché esco pochissimo, insultare estranei mi sembra una cosa normale.
- 3) Da qualche parte mi devo sfogare.
- 4) Sono moralista, non mi pare sia vietato dalla legge
- 5) Credo in un mondo migliore a partire dai social, dove secondo me serve disciplina e rigore, e violenza a volte in piccole dosi.
Insomma i social si sono scritti i loro codici civili e penali, e si fanno i processi per direttissima. Nessuna riunione di sciacalli può essere punita, fermata, evitata.
Pareva tutto perduto, e invece qualcosa si muove. Un tribunale inglese ha ritenuto i social media responsabili per la morte di una ragazzina.
Si legge in sentenza: «Alcuni di questi contenuti online erano particolarmente espliciti nel descrivere l’autolesionismo e il suicidio come una conseguenza inevitabile di una malattia da cui non si poteva guarire». Il Consulente tecnico del magistrato ha poi fatto presente come gli algoritmi abbiano continuamente proposto contenuti simili per giorni.
Immagino già l’obiezione. Moltiplico le pere con le mele. Non è lo stesso.
L’algoritmo che istiga al suicidio e una massa di gente frustrata che dà addosso a qualcuno non sono ragionamento cumulabile. Troppo facile dire che la gogna è uguale a un algoritmo. Ma la gogna è un algoritmo, un algoritmo qualificato e più intelligente. Un po’ di gente aggregata per ottenere qualcosa (la tua testa).
Una cosa non va con l’altra - insisteranno. E invece ci va, ci va eccome. Lo schifo siamo noi, nessuno si senta offeso.











