La Maturità è sempre stata lì, ferma all'orizzonte di ogni liceale a segnare un confine, il primo grande punto di non ritorno. Qualcuno l'ha attraversata senza pensarci con la leggerezza dei 18 anni, qualcuno con l'urgenza di passare velocemente di stato, trasformarsi, lasciare il perimetro conosciuto della scuola e scoprire il dopo, qualcuno, invece, con la certezza che quel momento non sarebbe più tornato e che si fosse tutti insieme, fermi davanti a un rito di passaggio, l'unico, forse, rimasto.

C'è quindi qualcosa di poetico nella scelta di chiedere ai maturandi del 2026 di riflettere sulle linee di confine, non geografiche ma identitarie, linee che, come sottolinea il brano proposto nella traccia B3 della prova di italiano, tratto da un saggio del sociologo di fama internazionale Frank Furedi, oggi sembrano sempre più sfumate e difficili da tracciare e varcare. «La mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni è oggi ampiamente riconosciuta», scrive Furedi nel testo, «così, quando il titolo di un articolo apparso su "The Atlantic" chiede When Are You Really an Adult? (Quando si è veramente adulti?), il pezzo prosegue la domanda retorica dichiarando: "In un’epoca in cui il confine tra infanzia ed età adulta è più sfumato che mai, che cos’è che rende le persone mature?"».



frank furedi maturità: crescere senza confini precisipinterest
Foto di Giorgi Khatchapuridze su Unsplash

Diventare adulti

Che il confine tracciato dalla Maturità sia una mezza bugia oggi non ce lo dice nessuno. Nessuno racconta che, a lungo, non cambierà molto e rimarremo fermi sui sedili scomodi di una sala d'aspetto. Le logiche della scuola sfumeranno inevitabilmente e così anche i ruoli imposti dalle gerarchie delle aule e dei corridoi - la più bella del liceo, il secchione, il rappresentante di istituto -, inizierà la lenta ricerca di chi siamo al di là dei modelli preconfezionati e, soprattutto, fuori dai parametri distorti e inflessibili che noi stessi ci eravamo ritagliati. Eppure, più che entrare nell'età adulta, in quella che l'autrice del pezzo dell'Atlantic chiama "established adulthood", oggi si scivola lentamente in una terra di mezzo fatta di attese, di incertezza e di un orizzonte futuro che non è mai fisso, si sposta, cambia, sembra crollare, non riusciamo a visualizzarlo. Ci dicono che abbiamo tempo per capire cosa diventare, che dovremmo sfruttarlo a nostro vantaggio perché abbiamo tutte le possibilità del mondo, ma questo tempo si allunga fino a frantumarsi in un'instabilità fatta di carriere discontinue, stage non pagati, relazioni che iniziano e finiscono, città che cambiano, affitti che salgono, stipendi che variano e mutui irraggiungibili.

Anni fa i nostri genitori vivevano aspettando le tappe che arrivavano e passavano segnando i confini netti di cui parla Furedi. Il lavoro, il posto fisso, la macchina, il matrimonio, i figli, la casa. Il mondo di oggi ha rotto gli argini a livello geografico, ci ha fatto sognare di trasferirci all'estero e ci ha mostrato che potevamo andarci davvero. È che poi potevamo tornare, e poi di nuovo reinventarci in un'altra città e in un'altra ancora, con nuovi amici, una nuova casa in affitto, un nuovo lavoro, una versione diversa di noi stessi.

Senza confini

Gradualmente, negli ultimi anni, alla certezza della fine dell'adolescenza si è sostituito il precariato, alla routine la permacrisi, agli obiettivi standardizzati, una fluidità che stiamo imparando a navigare. Furedi d'altra parte è da tempo molto critico della società contemporanea e del progressismo, tanto da essere un fervente critico del politicamente corretto e della cosiddetta "cancel culture". È anche alla guida di un noto think tank conservatore di Budapest, vicino all’ex premier ungherese Viktor Orbán e sostenitore della famiglia tradizionale e della sovranità nazionale. Non c'è da stupirsi, quindi, che questa richiesta di confini ben visibili sia sempre più spesso vista anche come necessità di imporre limiti identitari per riordinare il caos, fino a creare norme per i corpi e i desideri altrui.

Oggi diventare adulti ha indubbiamente un significato diverso, meno lineare, più influenzato da pandemie, guerre, crisi climatica, da tecnocrati che hanno in mano l'intelligenza artificiale. Il futuro è nebuloso e non può servire da specchio per il nostro presente: non è un rifiuto della responsabilità, è una mancanza di appigli. Non possiamo immaginare per noi della narrazioni lineari e coerenti, ma possiamo chiederci come vogliamo vivere l'incertezza e il continuo ricalcolo dei nostri sogni e delle nostre possibilità. Forse restare saldi mentre tutto è in movimento, accettare rischi che non possiamo immaginare e lasciare che il cambiamento ci attraversi senza spezzarci assomiglia all'essere adulti molto più di una tappa fissa, stabilita da chi è venuto prima, per un mondo che oggi non esiste più.