Oggi sullo smartphone compariranno meno notifiche del solito. (Quasi) nessun rider "lascerà il locale" per portarti il pranzo in ufficio. Perché? La risposta è nell'asfalto rovente di Milano. Per contrastare gli effetti del caldo record (e tutelare la salute dei lavoratori) il Comune ha infatti deciso uno stop. Il provvedimento di Palazzo Marino prevede un rallentamento delle app di delivery dalle 12.30 alle 16.00, dal 9 luglio al 23 settembre. L'obiettivo è evitare malori tra chi lavora nelle ore più calde pedalando su biciclette elettriche o monopattini. Una scelta per proteggere chi ogni giorno sfida i quaranta gradi per consegnare un poke o un caffè freddo.
Eppure, dietro questa decisione, c'è una falla che sta facendo storcere il naso ai diretti interessati. Perché se è vero che l'ordinanza salva la pelle, è altrettanto vero che congela i guadagni. E senza pedalate, ahimè, il borsellino nell'app non aumenta. «Se non consegniamo, non mangiamo. Non possiamo perdere quattro ore di lavoro durante il picco giornaliero delle consegne. Ho moglie e figli da mantenere in Etiopia, durante il periodo estivo la città si svuota ed è già difficile riuscire ad arrivare a 500 euro di stipendio», racconta Jamal, un rider, al Corriere della Sera.
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Il lusso di potersi fermare (non in questo caso)
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I rider non se lo possono permettere. La stragrande maggioranza dei ragazzi (e delle ragazze, seppur in minoranza) che vediamo sfrecciare nel traffico non ha un contratto da dipendente, ferie pagate, grandi tutele (se non un'assicurazione, ovviamente) o una diaria se il meteo non è clemente. Insomma, se la piattaforma si spegne per tre ore e mezza nel momento clou del pranzo, il tassametro della loro sopravvivenza quotidiana si azzera. L' ordinanza evidenzia la fragilità di una categoria ancora senza troppe tutele. In primis si chiede alle app di rimuovere gli incentivi per le consegne legati al numero di ordini e rapidità. E poi siano garantite le giuste pause ristoro, la presenza di acqua, zone d'ombra lungo il percorso e un'area safe («L’acqua me la compro da solo, con l’azienda non abbiamo contatti», un altro rider). Chiedere a un lavoratore autonomo di fermarsi per il suo bene, senza offrirgli un compenso o un rimborso, significa però solo una cosa: costringere il rider a scegliere tra un colpo di calore e l'affitto da pagare a fine mese (a Milano e dintorni, poi). Una scelta che, nel 2026, nessuno dovrebbe essere costretto a fare.
Oggi l'assemblea pubblica contro i colossi delle app
La risposta sceglie il percorso della mobilitazione collettiva. Il sindacato Nidil Cgil Milano ha infatti chiamato a raccolta i rider per un'assemblea pubblica oggi, venerdì 10 luglio, alle 18.00 in piazza Duca D’Aosta. L'obiettivo? Chiedere conto della situazione direttamente ai colossi del settore, Glovo e Deliveroo su tutti. La richiesta è chiarissima: le piattaforme devono mettere mano al portafoglio e garantire la continuità del reddito. «Riteniamo che le piattaforme debbano dare una risposta concreta alle gravose ricadute economiche derivanti dal fermo imposto ai lavoratori», spiega il sindacato, ricordando che la salute non può essere scambiata con lo stipendio. Lo abbiamo visto in questi anni: il trend non è rassicurante. Ogni anno è sempre peggio per quanto riguarda la crisi climatica. E allora, se il clima cambia e le città diventano invivibili, devono cambiare anche le regole del gioco. Sia per chi segue questa situazione dalla scrivania in ufficio con l'aria condizionata (a digiuno, in pausa pranzo probabilmente), sia per chi deve sfrecciare da un locale all'altro per sperare in un futuro migliore.











