Immaginate che il solo fatto di attraversare una piazza durante un corteo o di camminare all'ingresso di uno stadio per il vostro concerto o partita preferita renda i vostri tratti somatici un dato registrato e conservato in un database per una settimana intera.

Senza che abbiate commesso alcun reato, senza che ci sia un'indagine su di voi. È lo scenario aperto dal decreto con cui il governo Meloni adegua l'ordinamento italiano alle norme europee dell'AI Act, velocizzando di fatto l'integrazione tra intelligenza artificiale e forze dell'ordine sempre in prima linea. La svolta ha superato proprio in questi ultimi giorni uno snodo decisivo in Commissione Affari europei al Senato, dove l'approvazione del parere favorevole ha innescato uno scontro durissimo tra maggioranza e opposizioni. A sollevare la protesta delle minoranze è stato il blitz che ha tagliato i tempi di discussione su un tema giudicato cruciale per la tenuta democratica. Il senatore Filippo Sensi (PD) ha attaccato la gestione dei lavori, parlando di un testo «elusivo per un tema enorme come il controllo con l’intelligenza artificiale della nostra sicurezza» e accusando l'esecutivo di aver soffocato il dibattito: «Commissione usata come una clava sulle libertà dei cittadini. Un altro mattoncino per lo Stato di Polizia che verrà». Di parere opposto il presidente della commissione e relatore del testo, Giulio Terzi di Sant'Agata (FdI), che ha risposto rivendicando un «sistema di garanzie coerente con il diritto dell'Unione» e ricordando che qualsiasi utilizzo dei dati al di fuori della legge «comporta l'inutilizzabilità dei risultati e la loro cancellazione».



I volti dei passanti memorizzati per 7 giorni

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L'AI Act è il regolamento europeo che disciplina l'utilizzo dell'intelligenza artificiale e classifica alcuni sistemi come "ad alto rischio", imponendo limiti e garanzie.

L'aspetto politicamente più controverso del provvedimento si nasconde nell'articolo 10, la norma che consente di applicare retroattivamente "componenti di IA" alle classiche telecamere di video sorveglianza già diffuse nelle città. Se in via generale l'analisi dei filmati dovrebbe servire successivamente per identificare sospetti dopo la commissione di un reato, il comma 3 introduce una deroga. Nei luoghi o in occasione di eventi caratterizzati da «particolari esigenze di ordine e sicurezza pubblica» (una frase scritta volutamente ampia che si riferisce ai grandi eventi) le autorità potranno installare preventivamente sistemi capaci di estrarre i «dati biometrici delle persone che accedono». Non solo le proporzioni del viso, ma potenzialmente anche la scansione dell'iride. Il tracciamento avverrà in assenza di qualsiasi ipotesi di reato, trasformando la presenza fisica in un luogo pubblico nel presupposto per essere inseriti in una banca dati temporanea. Per quale motivo, poi?


Scansioni in tempo reale e via libera via telefono: il nodo dell'articolo 8

Accanto alla conservazione dei dati, l'articolo 8 del decreto cerca di chiarire anche le regole per l'identificazione biometrica "in tempo reale". Il testo recepisce i vincoli europei limitando l'uso delle scansioni immediate a situazioni estreme, come la prevenzione di «specifiche e gravi minacce» terroristiche o la ricerca di persone scomparse e vittime di reati gravi quali sequestri, aggressioni, tratta e sfruttamento. Il via libera al tracciamento in tempo reale non viene affidato a un giudice terzo e imparziale, bensì al Procuratore della Repubblica, l'organo che dirige le indagini (scelta fortemente contestata perché ritenuta non idonea con gli orientamenti della giurisprudenza europea). Inoltre, nei casi giudicati urgenti, le forze di polizia potranno far partire le scansioni biometriche sulla folla di propria iniziativa. Per attivare i software sarà sufficiente avvisare il procuratore «anche in forma orale» (con una semplice comunicazione telefonica quindi) riservandosi di formalizzare la richiesta entro le 24 ore successive, quando i volti dei cittadini saranno già stati ampiamente processati dagli algoritmi. Ora comincia dunque un'ulteriore sfida riguardo il trattamento dei nostri dati, a partire dalla tutela dell'anonimato come diritto fondamentale di chi vive (e fa vivere) la città.