Dopo la messa in onda della quarta stagione di Emily in Paris su Netflix gli spettatori si sono divisi in due fazioni: quelli che sperano che la protagonista, interpretata da Lily Collins, scelga il suo nuovissimo, dolcissimo, equilibrato e iper coinvolto fidanzato italiano Marcello (Eugenio Franceschini) mettendo da parte i drammi del passato e coloro che invece sono convinti che il suo vero, grande amore sia lo chef Gabriel (Lucas Bravo). Un ragazzo con il quale Emily ha un complicato trascorso sentimentale e che nella quarta stagione decide di metterla al secondo posto (mollandola, in una scena, persino da sola e nel panico in cima a una pista da scii, giusto per rendere ancora più evidente la sua presa di posizione) fino a lasciarla del tutto.

I team schierati a favore dell'uno o dell'altro su Tik Tok impazzano: in tanti si augurano che nella quinta stagione appena confermata da Netflix Emily scelga l'equilibrio e la stabilità della relazione con un ragazzo che le ha dimostrato interesse, si è sempre comportato bene con lei e pare voler fare sul serio, prendendo invece le distanze da un partner che, per vari motivi, non le ha mai offerto la stessa cosa (e forse mai potrà). L'immaginario romantico creato nelle precedenti stagioni dello show e solidificato (come vedremo) da decenni di storie in cui a vincere è quasi sempre il bad guy che ti fa un po' penare e rimanere sul filo, fa propendere però una grande fetta di pubblico verso Gabriel nonostante la consapevolezza che non sia quello giusto per la nostra protagonista.

Lo schema messo in atto in Emily In Paris non è una novità, anzi, è un topos antico e ricorrente della letteratura e del cinema, in particolare del genere romance: inquadra di solito una protagonista femminile divisa tra il suo grande amore complicato e un partner più genuino e meno drammatico che però rischia di non darle lo stesso brivido. Si tratta di una narrazione che gioca sulla contrapposizione tra passione ed equilibrio: il modo in cui lo spettatore propende per l'una o l'altra dinamica prende piede anche dal suo background personale e relazionale, ovvero dal modo in cui, nella vita vera, si approccia ai cosiddetti malesseri o ai bravi ragazzi, e non solo dalla resa finale della sceneggiatura. Del modo in cui questo tipo di storie influenzano il nostro modo di vivere le relazioni e delle emozioni e delle dinamiche che alimentano nella vita vera abbiamo parlato con la dottoressa Francesca Santamaria Palombo, psicologa e psicoterapeuta CBT.

Dottoressa, a livello psicologico la narrativa sui “cattivi ragazzi” alimentata dalla pubblicità, dal cinema e dalla tv può influenzare anche le nostre relazioni quotidiane?

«Certamente, e lo fa sin da quando siamo bambini. L'idea che il bad guy sia vincente, divertente e stimolante si instilla già in quell'età in cui il cervello è in evoluzione e a livello sociale si cerca un posto nel mondo. Si tratta di una fase delicatissima in cui queste narrazioni vengono assorbite dal mondo esterno perché veicolate appunto da film, serie o spot pubblicitari. Ovviamente, oltre all'influenza culturale, ha grande peso anche la storia relazionale di ciascuno: va valutato il background emotivo, in particolare grande influenza ha lo stile di attaccamento sviluppato sin dall'infanzia in relazione agli ambienti e alle figure di riferimento. Si può arrivare, per esempio, da situazioni di deprivazioni affettiva in cui è sorta una dipendenza: in questo quadro, nell'età adulta, si tende a dipendere da chi non ci può dare sicurezza o stabilità. C'è, infine, anche chi ha paura di creare legami stabili: cerca l'instabilità perché è l'unica cosa che conosce e sfugge quando le cose si fanno serie».

Perché, secondo lei, l’idea di avere a che fare con un “malessere”, ovvero con qualcuno che in fondo ci fa stare male o si comporta male con noi, a volte affascina più che allontanare?

«Il malessere, nell'iconografia classica, è il ragazzo affascinante dalla storia travagliata, che ricopre posizioni invidiabili nella società, è il più desiderato, il più ambito e, per questo, anche il più difficile da raggiungere. In questa conquista del partner 'impossibile' si può instillare una ricerca costante di merito e riconoscimento: è come se attirando la sua attenzione si diventasse improvvisamente all'altezza della situazione, con grande impatto sull'autostima».

Quindi non è che vogliamo il malessere, ne desideriamo uno per per trasformarlo in bravo ragazzo.

«Il messaggio che passa da una certa letteratura o serialità è che il cattivo ragazzo sia quello eventualmente da conquistare e possibilmente da "cambiare". In questa dinamica, il potenziale partner equilibrato e non problematico è praticamente invisibile: vediamo solo quelli che ci sfuggono perché in fondo ci somigliano».

Ed è per questo che siamo attirati anche da storie che ricalcano questo schema?

«A volte, nella vita vera, l'equilibrio e la routine fanno paura. Cerchiamo e amiamo le storie in cui il bravo ragazzo è contrapposto al malessere e spesso rimaniamo incantati dal secondo perché ci fanno provare emozioni, ci regalano un brivido e stimoli nuovi».

Perché l'idea del “bravo ragazzo” non è così potente? Il fatto di avere davanti una persona affidabile ed equilibrata può generare sentimenti contrastanti che spesso ci fanno subire il fascino, nella vita vera come al cinema, di chi affidabile ed equilibrato non è. Come si spiega questa dinamica a livello emotivo?

«Alla base ci sono sistemi motivazionali primitivi: la donna delle caverne cercava, per istinto, il miglior cacciatore, l'uomo che poteva sostenerla al meglio. Oggi questo si traduce, per alcune persone, nella ricerca costante di partner ad esempio molto corteggiati e sfuggenti perché sinonimo, anche se in modo disfunzionale, di sicurezza».

Ma perché la stabilità e la routine fanno così paura?

«Perché equilibrio significa connessione con i pensieri e questa cosa spesso è rifuggita da chi non desidera ritrovarsi in questa dimensione, da chi i pensieri o le emozioni profonde li sfugge. Tanti cercano il brivido, la triangolazione, la dissonanza o il caos perché li riconosce come elementi del proprio equilibrio, anche se non sempre funzionale. Le persone in equilibrio fanno paura: vale per le relazioni di coppia ma anche per quelle familiari».