All’asilo ero innamorata di un bambino che si chiamava Riccardo. Aveva i capelli biondi tagliati a scodella, era popolare ma non faceva troppi sforzi per esserlo: anche senza strillare e senza fare i dispetti alle femmine, lo volevano sempre in squadra quando c’era da giocare a calcio. Era anche molto bravo a disegnare. Di lui mi piaceva tutto ma non eravamo amici, non ci frequentavamo granché. Il mio amore si esprimeva perlopiù nell’osservarlo di nascosto e, dopo la scuola, contare le ore che mi separavano dal momento in cui l’avrei rivisto, e perciò mi sorpresi quando, verso la fine dell’ultimo anno di scuola materna, mi invitò alla sua festa di compleanno.
La questione del regalo era importante: mia madre avrebbe voluto prendergli la solita scatola di matite colorate acquarellabili, ma io avevo insistito per l’action figure del Power Ranger rosso, e alla fine l’avevo spuntata. Ero emozionatissima. Qualche giorno prima della festa presi anche una decisione importante: mi sarei dichiarata. Sotto al nastro del pacchetto incastrai un bigliettino che aveva le tonalità del rosa e del fucsia, e con la grafia stentorea di chi ancora sta imparando vi scrissi: «Buon compleanno Ricardo, il vero regalo è che ti amo».
Se ricordo così bene quel biglietto di più di trent’anni fa, e come rifletteva la luce il cartoncino lucidissimo, non è certo per merito della mia memoria prodigiosa. È recen-temente ricomparso dal fondo di un cassetto durante un trasloco, come un messaggio dalla bambina che sono stata – o che volevo essere –, alla donna che sono diventata. Il Power Ranger arrivò infatti nella cesta dei regali sprovvisto di accompagnatore: la mia prima dichiarazione d’amore non venne mai consegnata. Non per una dimenticanza o un accesso improvviso di timidezza, e neanche perché mi fossi disamorata, ma per un fermissimo intervento esterno che mi impedì, così dissero, di cadere nel ridicolo.
Mia madre non era riuscita a convincermi che ci volessero due “c” in Riccardo, ma sembrava apprezzare la mia intraprendenza. Non biasimava quel mio innamoramento ma non lo prendeva sul serio come avrei voluto, sembrava anzi che la mia cotta la divertisse. «L’Arianna si è innamorata di un compagno di classe», aveva detto con un risolino a mia nonna e a mia zia quella domenica a pranzo, «gli ha anche scritto una lettera d’amore», e sulle prime io ero contenta di essere, per una volta, la protagonista del consesso femminile che si riuniva nella cucina dei nonni tutte le settimane, mentre i maschi di là guardavano il campionato.
Mia nonna però non aveva riso per niente, anzi aveva sgranato i begli occhi verdi, bistrati di mascara, e poi aveva scandito con sgomento: «una lettera d’amore?». Mi aveva detto che non stava bene, che non era proprio il caso, che le femmine che si espongono non piacciono a nessuno e nessuno le vuole, che le prendono tutte in giro e rimangono zitelle. Tutte. «Falli correre, dai retta a me», aveva concluso risoluta, «devono essere loro a cercarti». Io, che di amore e di vita non sapevo niente, ma che adoravo mia nonna perché si vedeva che piaceva a tutti, mi ero ammutolita. Non ero l’eroina coraggiosa di una grande storia d’amore, ero solo una bambina.
«Se gli do il biglietto lui mi amerà?», avevo chiesto con timore a mia madre quella sera, e lei mi aveva risposto che non lo sapeva, che nessuno poteva saperlo. Di fronte a quell’incertezza avevo allora riposto il bigliettino rosa nel cassetto della scrivania che avevo in camera, dove è rimasto per decenni.
«La bambina ferita che c’è in molte donne è una ragazzina a cui fin dalla prima infanzia è stato insegnato che doveva diventare qualcosa di diverso da sé stessa, che doveva negare i suoi veri sentimenti per attrarre e compiacere gli altri», scrive bell hooks in Tutto sull’amore (Il Saggiatore). Mia nonna aveva scoraggiato il mio entusiasmo ma non l’aveva certo fatto con cattiveria, aveva anzi agito in fin di bene. Era stata la prima a impartirmi quella lezione base di dinamiche amorose, incrollabile come un comandamento, che poi avrei trovato dappertutto, da L’età dell’innocenza di Edith Wharton a Via col vento fino a “Oro” di Mango e alle pagine di Top Girl. La domanda aumenta solo quando l’offerta scarseggia: vale per i Labubu così come per il mercato delle relazioni, dove per essere desiderate sembra che sia necessario fingere di non desiderare mai.
Dopo anni di ortopedia morale e di educazione alla compiacenza, l’adagio «se tifai avanti per prima li spaventi» ci è ormai entrato sottopelle. Ci si esercita in privato– con il workout e gli undici step della beauty routine, o provando 200 volte i discorsi allo specchio, solo per riuscire a simulare un compassato disinteresse, come se l’incontro con gli altri si svolgesse sempre su un palcoscenico dove abbiamo un faro puntato addosso ma quelli in platea non li vediamo neanche, non siamo mica lì per loro. Il segreto paradossale dell’outfit perfetto: sexy ma disinvolto, il primo straccetto trovato nell’armadio.
Ai maschi si insegna a essere audaci e diretti, a osare senza curarsi troppo delle conseguenze – e il disorientamento della mascolinità lo vediamo anche dalla progressiva, sacrosanta fatica a corrispondere sempre a un immaginario così prestazionale –, alle femmine è richiesto di silenziare i propri desideri fino a non riuscire più a sentirli, che tanto l’importante è essere volute, non volere. Durante un appuntamento, qualche anno fa, ebbi un’epifania mentre mi aggiustavo il rossetto in bagno: stavo facendo di tutto per piacergli, ma non mi ero chiesta neanche per un attimo se lui piacesse a me.
Quello di mia nonna non era perciò solo un vizio di famiglia, o il capriccio di una signora abituata a sedurre gli uomini con strumenti un po’ retrò, ma un destino culturale. Il desiderio femminile ha sempre fatto paura. Storicamente giudicato più imprevedibile e capriccioso di quello maschile, si è trovato imbrigliato in un sistema patriarcale che lo ha disciplinato fino a ridurlo al silenzio.
«Donne a un telefono che non suona mai», canticchiava mia mamma, e io non capivo perché non suonasse mai quel benedetto telefono, che problemi avesse, forse era rotto? «Le donne non chiamano per prime», mi aveva spiegato lei con naturalezza. Non chiamano per prime, non scrivono per prime, aspettano tre ore prima di rispondere al WhatsApp che aspettavano da mesi, non commentano mai niente al tipo a cui pensano tutto il giorno. In compenso si sfogano con le amiche, moltiplicano le sedute dall’analista e si appuntano tutto nelle segretissime note del telefono: una pratica di autocontrollo logorante di cui non sentiamo neanche più il peso emotivo, tanta è l’abitudine.
Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso scriveva che le donne hanno imparato l’arte della dissimulazione perché è stato sempre impedito loro di agire direttamente sul mondo, e infatti stupisce ancora oggi che una donna prenda l’iniziativa o parli con franchezza, stupisce che si proponga sessualmente, stupisce perfino che cerchi un’altra donna per fare amicizia e che non aspetti semplicemente che il tempo faccia il proprio corso. Il suo spazio più autentico sembra quello dell’inazione e dell’attesa, del fatalismo: oggetto e mai soggetto di un desiderio che è meglio nascondere, nella speranza che qualcuno si dia la pena di venire a cercarlo.
Non voglio sembrare ingenua o generalizzare troppo: so bene che esistono donne capaci di esporsi, ma ho come l’impressione che farsi avanti, scrivere «mi ha fatto piacere conoscerti, vorrei rivederti», non sia mai un gesto neutro e vissuto in serenità, ma che si porti sempre dietro una vaga inquietudine, l’incertezza di chi vorrebbe prendere il comando della propria vita ma teme di non essere davvero titolata a farlo, di sembrare ridicola o troppo arrogante o poco femminile – perché forse farebbe meglio ad aspettare un gesto dall’esterno, o perché teme che una risposta un po’ distaccata sarebbe troppo penosa da sopportare.
Il maquillage emotivo del «falli correre» ha poi trovato negli smartphone la sua infrastruttura perfetta. I social non ci hanno liberato, non ci hanno permesso di superare i consigli di mia nonna, ma, al contrario, li hanno trasformati in una strategia algoritmica meticolosa e pervasiva: passiamo ore a decodificare le spunte blu e l’ultimo accessoWhatsApp, smarrendoci in labirinti ermeneutici di cui a volte perdiamo anche il senso originario, la ragione per cui ci stiamo arrovellando. Non basta evitare il telefono, c’è tutta una complessa estetica della disinvoltura da pianificare: story che suggeriscano indipendenza e feed che mostrino sempre la nostra parte più desiderabile.
Questo controllo, però, lo sappiamo, è un’illusione. Mentre monitoriamo i movimenti altrui dietro lo schermo, convinte che sottrarsi sia una forma di potere, restiamo congelate in quella che Simone de Beauvoir chiamava «immanenza», ovvero la condizione di sottomissione e passività a cui la donna è stata storicamente relegata.
Come tutte le altre prassi, però, anche l’abitudine a nascondersi, a riflettere il desiderio altrui senza mai esprimere il proprio, diventa performativa: non è solo il carattere a definire il comportamento, ma è spesso anche il contrario. «Fake it until you make it», si dice, ma se quello che metto in scena è un personaggio che gioca sempre di rimessa, che domanda agli altri la misura del proprio valore ed è sempre lì lì per spezzarsi, come potrò non sentirmi fragilissima e in balia dei capricci altrui? Sono sempre anche quello che faccio, e che racconto di me stessa.
«Come si fa a diventare più cool, a spegnere i propri sentimenti e fregarsene di tutto?», hanno domandato recentemente a Jemima Kirke, l’indimenticabile Jessa di Girls. «Di solito si crede che essere cool voglia dire essere superiori alle cose, fregarsene», ha risposto lei, «ma secondo me in realtà è solo una questione di onestà: essere cool vuol dire scegliere dimostrare qualcosa di te che la gente troverà inaccettabile, mentre lo sforzo visibile di nascondere una parte di sé stessi è totalmente uncool».
Su questa scia, in opposizione alla reticenza sarebbe bene recuperare il concetto greco di parresia, ripreso anche da Foucault nel suo ultimo corso al Collège de France nel 1984, poi raccolto e pubblicato con il titolo Il coraggio della verità. Questa parola non indica solo una postura etica orientata a una generica sincerità, ma la pratica radicale di dire il vero su sé stessi, trasformando il pensiero – e quindi i desideri –, in un’azione che ci manifesta come soggetti al mondo, e soprattutto che apre la possibilità di una relazione autentica con gli altri.
Uscire allo scoperto per dire la propria verità è certamente un piccolo atto di coraggio, e se è vero che in parte ci espone e ci rende vulnerabili, è altresì vero che rappresenta l’unico modo che abbiamo per definirci come individui d’azione, per avere una presa su quello che ci accade e sui legami che creiamo – non più simulacri di un copione già noto e ormai stanco, ma capaci di restituirci finalmente un’esistenza che ci assomiglia, misurata sul peso reale dei nostri bisogni e non sul vuoto a perdere delle nostre reticenze.
Chiunque abbia ricevuto un messaggio inaspettato, o un’e-mail affettuosa non prevista, sa quale sia il potere di queste piccole dichiarazioni sul colore che può assumere una giornata, o, in alcuni casi, sul corso di una vita. Perché dovremmo solo riceverli, quei messaggi, e mai inviarli? Come possiamo aspettarci che gli altri realizzino i nostri desideri, se noi per prime non siamo in grado di esprimerli con chiarezza?
La legge capitalistica del mercato non è da giudicarsi assoluta e invariabile: un’alternativa c’è sempre, anche se tutti faranno in modo di farci credere il contrario, e a volte quell’alternativa possiamo essere proprio noi. Il desiderio, la curiosità, non sono beni di lusso da centellinare. Non si esauriscono e anzi, si alimentano e rinforzano a vicenda, basta offrirgli un terreno fertile su cui crescere, uno spazio in cui mettere radici.
Siamo al mondo per giocare e sbucciarci le ginocchia, non per rinchiuderci dentro una teca di cristallo, e se poi il Riccardo di turno non dovesse rispondere, pazienza. Vorrà dire che avremo nutrito un po’ la sua autostima, gli avremo concesso un po’ di magia, gli avremo fatto un regalo. E, concedendoci la libertà di mostrarci per quello che siamo, lo avremo fatto anche a noi.














