Su TikTok si raccontano le cose più imbarazzanti fatte per amore. «Qual è la cosa più pazza che hai fatto quando avevi una cotta per qualcuno?» chiedono i TikToker. Il Pov è chiaro e si prosegue con le storie più assurde. Non si contano i chilometri fatti e i voli presi per presentarsi a sorpresa alla porta del lui o della lei in questione (con esiti incerti e disparati), per non parlare degli appostamenti per creare incontri "casuali" al supermercato e degli espedienti digitali per farsi notare sui social o ottenere il numero con nonchalance. C'è poi tutto il capitolo degli interessi comuni: c'è chi si finge esperto di cinema, chi compra tutto il merchandising della squadra di calcio del cuore della propria crush, chi si iscrive a corsi di cucina o di francese, il tutto per passare qualche ora insieme, sperando che scatti la scintilla. Qualcuno sceglie di ignorare determinate posizioni politiche (red flag!), qualcun altro per amore supera le proprie paure per cani, gatti o altri animali. C'è chi inizia a fumare e chi smette, chi prenota una vacanza insieme dopo una settimana, chi decide di mollare tutto e trasferirsi in un altro Paese.
Quando siamo innamorati diventiamo cringe, fuori luogo, fastidiosi, monotematici, egoisti, immaturi. Secondo la psicologa e psicoterapeuta Stefania Romanelli, però, queste reazioni non sono casuali. Per quanto non ci sembrino del tutto ragionevoli, hanno un senso rispetto al momento che stiamo vivendo. «Riflettono», spiega, «il modo in cui ci orientiamo quando qualcosa inizia a diventare importante, ma non è ancora definito: una fase in cui siamo più sensibili, più esposti e, allo stesso tempo, più attenti a capire se è possibile avvicinarsi davvero».
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Che cosa succede quando ci innamoriamo?
«Quando abbiamo una cotta, nel cervello si attiva un vero e proprio “cocktail” di processi. Da un lato, si attiva il sistema della ricompensa: aumentano neurotrasmettitori come dopamina e norepinefrina, associati a sensazioni di energia, euforia e focalizzazione sull’altra persona. Alcuni studi suggeriscono anche una modulazione della serotonina nelle fasi iniziali dell’innamoramento, che può contribuire alla presenza di pensieri ricorrenti e a una maggiore sensibilità emotiva al rifiuto.
Un altro aspetto interessante riguarda la corteccia prefrontale, coinvolta nei processi di valutazione e nel giudizio critico. Durante le fasi iniziali dell’innamoramento, alcune ricerche mostrano una riduzione della sua attività: questo può contribuire a una temporanea sospensione del giudizio, rendendoci più inclini a idealizzare l’altra persona e meno attenti agli aspetti potenzialmente critici.
Accanto a questi aspetti, è utile considerare anche una dimensione più ampia. Noi esseri umani siamo biologicamente orientati alla relazione: il cervello non si limita a farci provare piacere, ma ci orienta verso l’altro. Per questo, quando qualcuno inizia a catturare il nostro interesse, non si tratta solo di “piacere”: è l’inizio di un processo in cui quella persona diventa progressivamente più rilevante per noi ed è sostenuta fisiologicamente. Non si tratta ancora di un legame, ma dell’ingresso in uno spazio in cui un legame può formarsi».
Ci sono dei comportamenti “tipici” o delle emozioni ricorrenti quando siamo vicini a qualcuno che ci piace?
«Sì e hanno una logica molto precisa. Quando qualcuno ci piace, spesso iniziamo a pensarci più del solito. La mente torna lì, a quella persona e piccoli dettagli (un messaggio, uno sguardo, una risposta) acquistano un peso che in altri momenti non avrebbero. Anche sul piano emotivo succede qualcosa di particolare. Da una parte c’è entusiasmo, energia, il piacere dell’incontro. Dall’altra può emergere una certa vulnerabilità: dubbi, incertezza, a volte anche un filo di ansia, soprattutto quando non sappiamo bene cosa prova l’altro.
È un’esperienza fatta di movimento continuo, in cui convivono slancio e cautela. Come se qualcosa dentro dicesse: “Mi interessa ma non so ancora cosa succederà.” Questa oscillazione non è casuale. Nelle fasi iniziali di una conoscenza non ci sono ancora punti fermi e, proprio per questo, diventiamo più attenti e sensibili ai segnali dell’altro. Osserviamo di più, interpretiamo di più, cerchiamo di capire se c’è spazio per avvicinarci, se c’è una risposta, se quella possibilità può prendere forma. Anche i comportamenti si muovono in questa direzione. Possiamo cercare più contatto, desiderare di essere visti, di lasciare una buona impressione. In questa fase le persone tendono a presentare una versione selezionata di sé, enfatizzando gli aspetti che percepiscono come più desiderabili: è parte normale delle prime fasi della conoscenza».
Perché finiamo a fare cose stupide o imbarazzanti per piacere all’altra persona?
«Anche se non ci sembra, anche questi comportamenti hanno un senso. Quando qualcuno ci piace, il nostro sistema emotivo è particolarmente attivo: l’interesse è alto, il desiderio di avvicinarsi anche, e allo stesso tempo c’è incertezza. Questo crea una condizione in cui siamo più esposti e più reattivi. A livello neurobiologico, come abbiamo visto, si attivano i circuiti della ricompensa, che ci spingono verso l’altro, mentre alcune aree coinvolte nella valutazione e nel controllo, come la corteccia prefrontale, possono ridurre la loro attività. Questo non significa “perdere il controllo”, ma che, in quei momenti siamo meno filtrati, meno cauti, più orientati all’azione che alla valutazione. È anche per questo che possiamo: dire cose più impulsive, esporci più del solito, fare cose meno pensate».
Ci possono essere dei rischi in questa fase?
«Potrebbe accadere, anche se è importante di nuovo sottolineare come molte di queste reazioni, nelle fasi iniziali, sono fisiologiche. Quando qualcuno ci piace, è normale essere coinvolti e una certa idealizzazione, il desiderio di piacere, la tendenza a cercare l’altro, fanno parte dell’avvicinamento.
Allo stesso tempo, però, alcuni aspetti possono diventare delicati già da subito. Per esempio, l’idealizzazione iniziale, ovvero il vedere soprattutto ciò che ci piace dell’altro, è comune. Quando porta a ignorare segnali di incompatibilità o aspetti che non ci fanno stare bene, può diventare un primo punto critico, anche nelle fasi molto precoci. Un altro elemento riguarda l’esposizione emotiva. Aprirsi è naturale quando qualcuno ci interessa, ma se questo avviene molto rapidamente, senza che ci sia ancora una base di sicurezza o reciprocità, può aumentare il rischio di sentirsi feriti o sbilanciati nella relazione.
Ci sono poi dinamiche che possono emergere fin dall’inizio, ma diventare più problematiche nel tempo. È il caso dell’iperadattamento. All’inizio può esserci una certa flessibilità: ci si avvicina, si cerca un terreno comune, si presta attenzione all’altro. Ma quando questo diventa un continuo modificare sé stessi, cambiare gusti, opinioni, comportamenti per piacere, fino a mettere in secondo piano ciò che si è davvero, allora non si tratta più di adattamento, ma di perdita di contatto con sé. In questi casi, il rischio non riguarda tanto l’intensità dell’innamoramento, ma il modo in cui si sta costruendo la relazione. Ed ecco la cosa importante nell’innamoramento e più in generale nell’amore: non tanto l’esperienza di provare emozioni intense, ma riuscire a restare in contatto con sé stessi anche mentre ci si avvicina all’altro».












