Per lungo tempo, come quasi tutti, ho creduto che la cosa peggiore che si potesse fare in una coppia fosse tradire, nell’accezione più classica del termine: invaghirsi di un’altra persona, uscirci a cena, andarci a letto. È un pensiero radicato che avevo ereditato da libri, film e discorsi da bar, ma c’era anche il fatto che proprio a un tradimento io dovevo la mia prima, straziante quanto inaspettata, sofferenza d’amore. Avevo 16 anni e stavo con un ragazzo un po’ più grande; credevamo che ci saremmo appartenuti per sempre, che non avremmo avuto altre persone. Alla fine di un’estate, invece, avevo scoperto che da diversi mesi mi tradiva con una compagna di classe. Che l’aveva ospitata al mare, che facevano sesso, che a lui piaceva molto – più di quanto gli piacessi io? Forse. Alla fine di quell’estate ho scoperto che lo stomaco può rifiutare il cibo per giorni, e che comunque il corpo continua a funzionare – merito dell’adrenalina, dicono. Per la prima volta ho maneggiato la materia fantasmatica di cui è fatta la gelosia, capace di dare sostanza ai mondi più spaventosi: quelli dove noi, nella vita di chi amiamo, occupiamo solo un posto piccolissimo, laggiù, sullo sfondo. In che angolino del pensiero mi aveva relegata quando passeggiava con lei sulla battigia?

Sono stata tradita altre volte, dopo. Di alcuni l’ho scoperto in presa diretta, di altri leggendo i messaggi di nascosto (non si fa, lo so, lo so), altri ancora a distanza di anni. Uno ci si è anche sposato, con quella tipa brillante che aveva conosciuto al corso di giapponese. Ho sofferto sempre. Un po’, per quanto mi pavoneggi di non esserlo affatto, perché ero gelosa, ma soprattutto per il mondo edulcorato che mi veniva costruito intorno: un Truman Show infantilizzante da cui erano stati recisi significativi pezzi di realtà e in cui a me toccava la parte della fidanzatina ingenua, e buona, e tranquilla, mentre in realtà stavo giocando a mosca cieca. Il ruolo della vittima, d’altro canto, mi ripagava in parte del maltolto. Mi offriva il piacere della buona coscienza, di chi sta sempre dalla parte del giusto. Potevo sfruttare quella situazione per farli sentire in colpa, vendicarmi caricando sulle loro spalle tutto il peso delle mie lacrime, dei miei chili persi per strada.

Poi qualcosa è cambiato. Convivevo con il mio compagno già da alcuni anni, ci amavamo di un amore solido e accogliente, i nostri gatti erano due cuccioli buffi. Indebitandoci per i successivi trent’anni avevamo da poco comprato una bella casa della metratura giusta, nel quartiere giusto – quando all’improvviso uno sguardo esterno, un saluto, un sorriso nuovo, era arrivato nella mia vita e in poche settimane ne aveva stravolto le coordinate. Forse la vita adulta mi faceva paura, forse quell’amore era soltanto un’evasione, chissà. Non intendo lambiccarmi con questioni buone da portare sul lettino dell’analista, non serve cercare giustificazioni, tanto più che sia le paure che le evasioni vanno prese sul serio. Mi sono arrovellata per mesi su quale fosse la decisione da prendere, ho cercato con fatica di decifrare i miei sentimenti mentre vacillavo fra il bisogno di vivermi quel nuovo amore e il terrore di buttare all’aria la relazione con la mia persona preferita.

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Illustrazioni di Elio Ferrario

Sebbene avessi confessato subito la mia cotta, e potessi quindi vantarmi di essere stata sincera con lui, ero tormentata dal senso di colpa, dal mio scoprirmi così volubile, incerta: per la prima volta, dalla parte del torto c’ero io. Ero io quella che era venuta meno al patto implicito di fedeltà, io quella che sussultava tutte le volte che riceveva un messaggio, ero io a coltivare una zona di segreto, a bendare gli occhi di chi divideva la vita con me, a mettere in dubbio il nostro futuro insieme. Il mio cervello era un autodromo di recriminazioni, di voci che mi assillavano: l’urlo di Giovanna Mezzogiorno quando scopre di essere stata tradita ne L’ultimo bacio, lo sguardo disorientato del povero Tom Cruise in Eyes Wide Shut di fronte alle fantasie della moglie, e Anna Karenina, che fine fa Anna Karenina? E Madame Bovary? Io finirò uguale, perché sono stata egoista, perché ho fatto soffrire chi mi amava, perché non l’ho amato con la stessa purezza, mi dicevo.

Nella parola «tradimento» risiede un valore negativo che è impossibile da aggirare. Il linguaggio plasma il mondo che abitiamo e non esiste una sola voce del dizionario che sappia accogliere l’esperienza umanissima di invaghirsi di un’altra persona senza implicitamente giudicarla immorale, e condannarla. Quella parola, tradimento, mi ronzava in testa tutto il giorno, ero sul banco degli imputati e fra la giuria c’era anche la ragazzina che ero stata, e mi pareva impossibile liberarmi dall’angoscia di essere tutta sbagliata. Non avevo nulla da rimproverare al mio compagno, il problema ero io, che ero capricciosa e volevo tutto, il pane e le rose, e tutto avrei perso, e sarebbe stato giusto. Mi sono ossessionata così tanto che, a forza di ripeterla, la parola «tradimento» ha perso ogni significato. All’improvviso, puf, sparita, non voleva dire più niente, non aveva un referente nella realtà.

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Illustrazioni di Elio Ferrario

Mi ero presa una cotta, ma non l’avevo deciso. Era capitato, come capita sempre l’amore: ti cade in testa. Era un rapporto nuovo, elettrizzante, per certi versi, una persona che mi incuriosiva e mi faceva ridere, con cui volevo passare del tempo, e a un tratto non riuscivo a vederci più niente di male – al contrario, era una delle fortune della vita: chi ero, io, per negarmelo? E a quale titolo avrei potuto negare al mio compagno una tale gioia, qualora fosse successo a lui? Non esiste una formula magica che garantisca la longevità di una storia d’amore, ma censurare i propri desideri è di certo il modo migliore per renderli ancora più allettanti. Al contrario, forse è saggio riconoscere che è possibile perdere la testa per qualcuno di nuovo e, allo stesso tempo, rimanere profondamente ancorati a quella persona che per noi è “casa”. Nelle amicizie funziona così, perché per l’amore dovrebbe essere diverso?

«È possibile perdere la testa per qualcuno e rimanere ancorati a chi per noi è “casa”»

C’è voluto un po’ di coraggio, per dire al mio compagno che volevo continuare a stare con lui, ma a condizione che le regole del nostro rapporto cambiassero. Perché avevo scoperto di essere anche io una a cui poteva succedere, di amare più di una persona nello stesso momento, e perché non volevo che il nostro amore fosse una palestra di rinunce e diete restrittive. Volevo il pane e le rose per entrambi.

Eravamo a cena in un buon ristorante in fondo al Naviglio Pavese quando gliene parlai per la prima volta, e lui sulle prime rimase un po’ sconcertato, non se l’aspettava. Tentai di spiegarmi raccontandogli di quando, da ragazzina, avevo riempito camera mia di fotografie di personaggi famosi, ma erano tutti attori e cantanti di seconda mano. Mi piacevano, ma più che altro piacevano ai miei genitori, o bisognava venerarli per essere giudicati cool e sofisticati. Io in camera avrei voluto le Spice Girls, e invece ogni mattina mi svegliavo circondata dagli sguardi malinconici dei Radiohead, dalla sigaretta di Humphrey Bogart, dai fotogrammi dei film di Kubrick – per una volta, gli dissi, volevo essere io a dettarle, le regole. Non volevo più che la mia vita fosse regolata da assoluti che arrivavano da chissà dove, stabiliti da chissà chi. Volevo essere io, insieme a lui, a decidere che forma avrebbe avuto la nostra vita.

Lui non reagì bene, mi sembrava poco convinto, molto impaurito, e quella sera andammo a letto senza dirci una parola. Non rimpiangevo di avergli parlato, ero sicura di quel che gli avevo detto, ma temevo che l’indomani l’avrei trovato sulla porta con le valigie in mano, pronto a lasciarmi. Invece, quando ho aperto gli occhi, l’ho trovato davanti all’armadio che armeggiava con lo scotch e una cartolina delle Spice Girls recuperata chissà dove. Non avevamo ancora grandi risposte, non sapevamo come avremmo gestito gli altri, la vita che ci sarebbe venuta incontro, i messaggi, i letti altrui, non sapevamo neanche se ci sarebbero stati, o se sarebbero rimasti solo un’ipotesi della fantasia. Lo avremmo scoperto a poco a poco, e non sarebbe stato sempre facile, ma sono passati tanti anni e tutte le volte che torno a casa, e vedo le Spice Girls che mi guardano dall’armadio, so che non vorrei essere in nessun altro posto.