Dicono che il secondo disco sia sempre il più difficile, ma Laila Al Habash, quando parliamo di questo mito, risponde ridendo: «Dobbiamo vedere come andrà con il terzo». Il 24 ottobre, la cantautrice romana d'adozione milanese (e per metà palestinese) pubblica il suo nuovo progetto discografico, Tempo. Qui Laila Al Habash canta in italiano, inglese e arabo ed esplora le dimensioni del suo rapporto con il tempo: l'ipervelocità, l'ansia, il passato che ritorna, un presente frenetico su cui non riesce (quasi) mai a concentrarsi. Le domande rimangono aperte, in questo album in cui Laila gioca con le parole e la musica, lasciando la sua impronta divertita e divertente, prendendosi sul serio, ma rimanendo pur sempre soffice, come dimostrano i tre singoli che hanno anticipato il disco: "Tuareg", "Fumantina" e "Sahbi".
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Tempo è il secondo disco nella carriera dell’artista, che ha pubblicato l'Ep Moquette (2021), l'album Mystic Motel (2021) e l'Ep Long Story Short (2024). Quando ci eravamo incontrate per Cosmopolitan lo scorso anno, Laila stava già masticando i suoi pensieri sul tempo, di cui avevamo parlato, proprio come aveva fatto lei lasciando un messaggio semi segreto in Long Story Short. Negli ultimi secondi dell'Ep, mi svela Laila prima di cominciare la nostra intervista, pronuncia una frase in arabo che letteralmente si traduce in: «Tranquilla, c'è tempo». Una sorta di filo rosso, di richiamo che lega due capitoli di una storia. La sua lotta, comprensione e pace contro il tempo.
Al tema del tempo ti eri avvicinata con il tuo precedente Ep, Long Story Short, mentre qui lo esplori ancora più a fondo: qual è stato il processo?
«Ti confesso che Long Story Short, nella mia testa, era assolutamente propedeutico per arrivare a questo disco. Quindi in Long Story Short cercavo di raccontare una cosa grande in poco tempo. In questo album, al contrario, parlo di tante cose molto piccole, sensazioni che durano poco, ma di cui parlo molto ampiamente. Per scrivere questo disco ho dovuto farmi tante domande sul tempo e su come io ci vivo dentro. Tempo mi ha fatto scoprire sicuramente che stavo molto poco, sto molto poco, nel presente, perché mi trovo in un continuo rimbalzare la palla tra passato e futuro. Ripenso al passato e, allo stesso tempo, cerco sempre di anticipare il futuro, di arrivare preparata in questo futuro che in realtà non esiste, perché non c'è nessun futuro da "sbloccare". Questa strana linea temporale mi faceva stare male, vivere costantemente tra ansie o rimorsi. Con Tempo mi sono fatta delle domande, che nel disco rimangono aperte.»
Per la produzione di Tempo con chi hai collaborato e a che sonorità vi siete ispirati?
«Ho lavorato tanto con Pietro Paroletti, Niccolò Contessa, Emanuele Triglia, Rocco Giovannoni. A livello sonoro, forse per la prima volta, ho inserito dei riferimenti musicali alle mie origini da parte di padre, che è palestinese. Così, in "Sogni 86", a cui ho lavorato con Emanuele, c'è un campionamento della dabke, musica e danza popolare palestinese. Nei vari brani ho scelto di farlo sempre in questa maniera molto sottile, delicata, senza fare una cosa esplicita, che magari era anche un po' fuori contesto per me e per il mio progetto, però ci ho tenuto. In Tempo c'è un omaggio anche alla casa in cui sono cresciuta, piena di tappeti. E infatti sulla copertina dell'album ci sono io, circondata dai tappeti, con quella sensazione di morbidezza e di ampiezza, di cose semplici ma piene, com'è per la musica del disco.»
Qual è il momento più "fuori dal tempo" dell'album?
«Probabilmente è "Desiderio", perché non ha una struttura tradizionale, cioè non ha strofa, bridge, ritornello, e non è neanche stato pensato come un singolo. Ha senso all'interno dell'album, ascoltato insieme alle altre tracce. Era la prima volta che esploravo il concetto del desiderio, non nei confronti di una persona, ma proprio come esperienza, come qualcosa che ci rende umani. Ciò che mi affascina del desiderio è che esiste solo finché non hai qualcosa, solo finché rimane insoddisfatto. Desiderare ci fa sentire vivi, ma è una sensazione fugace. Il desiderio vive di fame, brucia e non muore mai, al contrario di noi. Questo pezzo mi ha richiesto una certa dose di coraggio, anche per le parole che ho scelto di usare.»
A proposito di coraggio, "Timido", è un brano in cui esci dalla tua comfort zone musicale e arriva fino in Brasile: come ti ha ispirata questo Paese?
«Non avevo mai cantato su un beat del genere e ho cercato di tenere un tono elegante. "Timido" nasce dal fatto che, quando sono andata in Brasile in tour nel 2023, sono impazzita, mi è piaciuto talmente tanto che ho iniziato a studiare portoghese, prendere lezioni, cioè ero proprio fissa e lo sono tuttora. Stare in Brasile mi ha fatto rendere conto di come se tu cambi posto riesci anche a vedere dei lati di te che non conoscevi, che emergono a contatto di altre persone e altre culture. Parlo del modo di vivere il corpo, l'incontro con lo sconosciuto: stare con persone brasiliane mi ha veramente illuminata e mi ha fatto sentire timida, impacciata, una cosa che in Italia non mi capita mai. Questa differenza di percezione mi ha aiutata tantissimo a rimettere le cose in prospettiva. Tempo è stato un disco che mi ha messa molto a contatto con quello che è la vergogna, la vergogna che senti nei tuoi confronti quando fai qualcosa di molto tuo, di molto nuovo, che non hai mai fatto. Questo disco mi ha messo molte volte in imbarazzo, in maniera positiva.»
Come hai giocato con gli stilemi della canzone italiana e con gli stereotipi in "Mi servi"?
«In realtà è una canzone che ho scritto con molta leggerezza, perché volevo scrivere una canzone divertente, che parlasse di un sentimento bello, di un sentimento solare, senza drammi, un amore felice. A un certo punto mi esce questa frase dell'"uomo vero" e insieme a Pietro, in studio, ci siamo messi a parlare di quanto fosse strana questa definizione, l'inconsistenza della distinzione tra uomini veri e non. Io in realtà volevo solo citare "Come ti vorrei" di Iva Zanicchi. E quindi alla fine ho deciso di mantenere quella frase, di farlo ugualmente, per due motivi principali. Il primo è che sono molto affezionata alla musica degli Anni '60/'70, la trovo così naif e allo stesso tempo coraggiosa. Il secondo è che, guardando alla trap ad esempio, gli uomini parlano di se stessi in modo ancora molto simile, mostrandosi forti e tutti d'un pezzo. Delle donne invece, tutti parlano spesso in un solo modo: sono belle. E quindi mi sono detta: perché allora non posso fare lo stesso gioco e usare una frase fatta? Qual è il problema?»
Come sarà Tempo nella sua dimensione live?
«Devo ancora pensarci, ma sicuramente ci sarà la band e sarà anche più grande se ci riesco. Ci saranno anche momenti in cui suonerò io, cosa che di solito non faccio. In ogni caso voglio divertirmi e riuscire a trasmettere l'energia al pubblico. Voglio che il mio live diventi un aneddoto.»
Un anno fa ti avevo chiesto quanto "tempo" ci vuole per sentirsi "riusciti" nella musica, oggi cosa mi risponderesti?
«Facciamo così, domandamelo tra quattro anni (ride, ndr). Non so, io tendo a non avere una grandissima percezione di me: se sono grande, se sono piccola. Sicuramente so che in questo momento ci sono un po' più di occhi puntati su di me, ma allo stesso tempo penso che mi sto vivendo bene questa uscita del temibile secondo disco, ed è quello che più conta per me in questo momento.»















