«È possibile che abbiamo tutti respirato particelle provenienti da Gaza negli ultimi due o tre anni», mi dice a un certo punto Sarah Aziza mentre parliamo attraverso lo schermo, io a Milano, lei a New York. «A causa della distruzione ambientale, dei bombardamenti - che sono molte volte superiori a quelli subiti da Hiroshima, per dire - nell’aria ci sono le particelle degli edifici distrutti, degli alberi distrutti, forse anche dei corpi. Potremmo aver respirato minuscole particelle di questo genocidio». Così, è entrato a far parte dei nostri corpi, penso, in modi che nemmeno ci immaginiamo, senza che lo notassimo e ora non possiamo grattarlo via, vomitarlo, togliercelo di dosso. Sul corpo di Aziza, palestinese da parte di padre e americana da parte materna, a un certo punto è diventato impossibile ignorarlo: nel libro racconta del suo ricovero per uno stato molto grave di anoressia, durante la call mi parla anche di mal di schiena senza una causa e di emicranie fortissime e inspiegabili. Il suo libro, Corpi e confini (Gramma 2026) che ha vinto il Palestine Book Award 2025, è una lettura che ha a che fare con i sensi: gli odori dei cibi dell’infanzia, il sapore della marmellata di albicocche "mish-mish" e di quei cibi che ci obbligano ad ingerire, la vista allo specchio di un’identità che non sempre ci appartiene e il suono delle voci del passato. Ha anche a che fare con la crescita, di una bambina che conosce per la prima volta la nonna vissuta a Gaza («I ricordi del nostro intreccio, il morbido rifugio del suo grembo erano chiusi a chiave nelle mie ossa»). E di una ragazza che da quel passato si estranea mettendosi in fuga dalla sua stessa carne.

Toni Morrison ha detto «Se c'è un libro che vuoi leggere ma non è stato ancora scritto, allora devi scriverlo tu» ed è quello che ha fatto, meravigliosamente, Sarah Aziza, tornando indietro a partire dal suo corpo che stava venendo gradualmente cancellato dalla fame, come il popolo Palestinese dal genocidio. Fa un lavoro di recupero della storia familiare di chi è fuggito, ha vissuto nei campi profughi, ha sentito la mancanza del mare di Gaza e ha provato a credere ancora nel futuro. Nel farlo, cerca se stessa, ricuce le ferite dell'alienazione, si concede lo spazio per provare ciò che prova e viverne le contraddizioni. «Sono stata continuamente portata a un senso di stupore e riverenza per la bellezza e la preziosità delle storie di queste persone, della Palestina, persino della mia stessa vita», mi dice, «abbiamo fatto un lunghissimo viaggio per arrivare fin qui. Tutta la mia famiglia, io stessa e anche i fantasmi, gli antenati che ho sentito con me». Il libro è un caleidoscopio: di generi (dalla poesia, al racconto giornalistico, al memoir, ma con una sezione note degna di un testo accademico) e di frammenti di esistenza che consuonano. Il passato, l’infanzia del padre a Gaza, la nonna paterna morta a Gedda da esule, i sensi di colpa di chi vive lontano. E poi la fame autoimposta, le violenze sessuali, gli interrogativi su cosa voglia dire essere donne, la queerness, la salute mentale, la terra occupata, la Nakba, l’infinita bellezza, l’amore. Che tutto questo debba in qualche modo coesistere e intersecarsi lo sappiamo: le vediamo le nostre esistenze continuare a scorrere, mentre il mondo brucia e la violenza prende strade antiche e nuove. «Questo libro parla della lotta per riprendersi ciò che è andato perduto» mi dice Aziza, «Ma c’è un’altra domanda a cui penso molto: come, in questo momento orribile e pieno di continue perdite, è possibile vivere con pienezza, con l’abbondanza che penso ogni essere umano meriti? È diverso dire “non morirò di fame”, da dire che mangerò, che mi godrò il cibo e sentirò il mio corpo pieno». «È una domanda difficile da porsi nel contesto di un genocidio», dice, ma forse anche questa è una domanda necessaria.

Vorrei iniziare dalla dedica nel libro. In inglese dice: “For Gaza, words fail”, il che può sembrare per certi versi un paradosso. Che cosa significa per te?

«È un paradosso, sì, e l’ho percepito per tutto il tempo in cui ho lavorato al libro: l'idea che il linguaggio sia, in definitiva, limitato. Leggere e scrivere sono tutto per me e sento di aver trovato molta guarigione e significato nel processo di scrittura del libro e nel dare voce a cose che erano state messe a tacere, sepolte o dimenticate. D’altra parte ho consegnato il libro nel dicembre 2023, pochi mesi dopo il 7 ottobre. Abbiamo assistito a più di quanto avrei mai immaginato in tutta la mia vita. Abbiamo perso così tante persone e la contraddizione si è fatta sempre più acuta. Vedi cadere bombe e gli edifici crollare e pensi: "A cosa servono le parole? Le parole possono cambiare il mondo? Le parole possono combattere un genocidio?”. So che ciò che è prezioso, ciò che è bello e ciò che è pieno di speranza trascende le mie parole, così come l'orrore e il dolore trascendono le mie parole. Quindi vedo questo libro come un'offerta, non come un risultato».

Com’è nato questo libro?

«Nel 2019, quando la mia salute fisica e mentale ha iniziato a peggiorare, sono finita in ospedale, come racconto nel libro. Ne sono uscita con un profondo senso di umiliazione e vergogna, e convinta di avere la mente a pezzi e di non meritare di pubblicare nemmeno una parola. Avevo giurato a me stessa che avrei smesso di scrivere. Circa un mese o due dopo l'inizio della pandemia, però - in quei primi giorni strani, bizzarri e terribili - è successa una cosa sorprendente, ho iniziato ad avere sogni molto vividi di mia nonna paterna, la mia sittu della Palestina. Era morta da anni, ma mi sembrava quasi che mi facesse visita. Mi svegliavo con questa fortissima sensazione che fosse nella stanza con me. E senza volerlo, qualcosa dentro di me si è mosso e ho iniziato a scrivere: sognavo e, attraverso le parole e i ricordi, tornavo a lei. Si è risvegliata in me una fame insaziabile: volevo saperne di più, volevo avvicinarmi a lei, così ho iniziato a chiedere storie a mio padre, ai miei zii, ho iniziato a fare ricerche. Per due anni è andato avanti come progetto personale, poi alcuni amici mi hanno aiutato ad ammettere che era un libro».

Nel libro il corpo è sempre presente. È stata una tua scelta quella di mettere in relazione l’anoressia e la storia della tua famiglia a Gaza? Oppure è venuto di conseguenza raccontando la tua esperienza?

«Entrambe le cose. In ospedale ci trattavano come individui con una specifica malattia mentale, come se dovessimo cambiare i nostri pensieri, mangiare, ingrassare, cambiare il nostro comportamento e risolvere tutto. Questo mi è sempre sembrato un approccio semplicistico e troppo occidentale. Però in quel momento mi sentivo profondamente distrutta, umiliata, provavo molta vergogna e pensavo: "Chi sono io per dire che c'è dell'altro in questa storia? Chi sono io per dire ‘lasciatemi approfondire e parlare di come questo potrebbe derivare da qualcosa che è accaduto nelle generazioni precedenti’?”. Mi sembrava anche di non avere diritto a crollare in quel modo, ad andare in pezzi: mio padre e mia nonna hanno vissuto le guerre, io sono quella che ha avuto una vita facile, un lieto fine, un'istruzione e la sicurezza.

Però credo che, senza volerlo, stessi partecipando a questa pericolosa idea coloniale di separare gli individui e le generazioni, di non permettere al presente di fare i conti con la storia. Credo che queste cose si siano infine incontrate nel mezzo e mi sono convinta sempre di più che c'è una dimensione politica e storica in ciò che ho vissuto e la potevo raccontare. Anche se non mi piace necessariamente condividere dettagli personali con il mondo».

In questo senso pensi che il tuo libro aiuti a mostrare come il dolore, l’ansia, o l’angoscia abbiano un valore politico, che in un certo senso ci lega a una storia più ampia? Come dire: per com’è il mondo in cui viviamo, ci sono motivi per stare male che forse vanno oltre il nostro controllo.

«Io spero davvero che sia un tassello di un cambiamento più ampio. Non voglio dire che non sia una questione individuale o che sia solo una questione sociale, perché ci sono tante persone nella mia famiglia che non soffrono di anoressia e ci sono tantissime persone con l'anoressia che hanno storie estremamente diverse dalla mia. Ho cercato di offrire una storia semplificata e poi di aprire delle falle, di introdurre un altro modo di spiegare l'anoressia e dire che c’è anche dell’altro e poi dell’altro ancora. Nel mio caso, sono profondamente convinta che sia una cosa molto sociale, politica, transgenerazionale che si manifesta nel mio corpo in questo modo».

Temevi che venisse preso come un libro sui disturbi alimentari?

«Sì, era una mia preoccupazione e, mentre cercavo un editore e un agente, mi è stato confermato che c'era interesse per quel tipo di libri. Il problema è che molti memoir sull'anoressia o sui disturbi alimentari nascondono delle insidie ​​che volevo evitare. Alcuni sono molto sensazionalistici, con tanti dettagli e questo è pericoloso perché le persone che soffrono attivamente di disturbi alimentari possono prenderli come delle guide. Per questo ho cercato di evitare di essere troppo specifica, di dare solo una sorta di contesto medico, per far capire quanto fosse grave la situazione. Quando ho inserito dei dettagli - ad esempio quando racconto che nascondo un pezzo di bagel a colazione per non doverlo mangiare - l’ho fatto con difficoltà e perché pensavo che potesse essere liberatorio e normalizzante per chi sente di non poter chiedere aiuto perché il suo disturbo alimentare magari gli sembra strano, folle e vergognoso. Per il resto volevo trovare un editore e un agente che, dopo aver letto l'estratto del libro, mi dicessero "Questo è un libro su tua nonna, sulla sua storia, sulla sua eredità e la sua terra”. Le persone che hanno colto questa visione sono quelle con cui ho scelto di lavorare».

Parlaci di tua nonna, che è una figura centrale dall’inizio alla fine del libro.

«Sono partita dalla consapevolezza che l'ultima volta che le sono stata veramente vicina ero molto piccola, ero una bambina, e quindi tutti i miei ricordi erano legati alla prospettiva di una bambina, o al massimo di un’adolescente, che guarda la nonna e la vede come se fosse una persona anziana, proveniente da un'altra epoca, quasi leggendaria. Mi era stata presentata come questa donna analfabeta, che aveva sofferto molto, ma con pochi dettagli. Succede, a volte, quando guardiamo i nonni o le persone anziane: vengono da un'epoca diversa, ci amano, preparano pasti deliziosi e sentiamo sempre le stesse cinque storie felici su di loro. Io di mia nonna non sapevo cosa avesse sofferto davvero, non la conoscevo da donna a donna.

Credo che tutto questo progetto sia stato: fermare la mia vita e pensare a mia nonna per tre o quattro anni. È un privilegio permettersi di farlo, non puoi passare quattro anni a studiare e scrivere se stai scappando dalle bombe. Infatti penso sempre che è incredibile che le persone a Gaza continuino a scrivere poesie».

Che cos’hai trovato in questa ricerca?

«Ho trovato parti di me nella sua resilienza e anche nel suo non voler essere considerata una vittima. A lungo ho pensato che, visto che vivo negli Stati Uniti e ho questi privilegi, non poteva mai essermi successo niente brutto. E poi ho realizzato cose come la violenza sessuale, come l'alienazione, la discriminazione razziale, essere un’esule, assistere alla violenza durante l'occupazione della propria patria. Anche mia nonna ha cercato di mettere da parte la sua storia e spingere mio ​​padre verso un futuro positivo, e anche lei si è spezzata. Ho capito quanto fosse forte e quanto fosse tenera. Ho scoperto il posto specifico dove si trovava quando le si è rotto il ginocchio, dopo sette anni passati a portare in braccio i suoi figli piccoli a Gaza, a prendersi cura di loro e a scappare. Per questo, quando l’ho conosciuta io, zoppicava. E ho capito come ogni piccola vittoria per lei contava, come il fatto di aver tenuto in vita quattro dei suoi cinque figli. Sua figlia, invece, è morta, ed è sepolta a Gaza, un’altra bambina che avrebbe dovuto vivere. Grazie a mia nonna oggi so che quando scelgo di essere forte e di andare avanti, non è perché non sono ferita. È perché sto imparando a convivere con le ferite, ma scelgo di continuare e a chiedere aiuto».

Hai costruito una sorta di archivio, di memorie, ma anche di emozioni. È stato un processo difficile quello di ricostruire la storia della tua famiglia?

«Davvero dura. Mi sentivo come quando apri una finestra e fai entrare l'aria nella stanza, ma a volte quell'aria era gelida. Ci sono stati momenti davvero spaventosi, ma ogni parte di quell'esperienza era aria. La finestra era come se si fosse aperta nel mio corpo e forse per questo ho avuto degli strani problemi di salute. Ho smesso di camminare proprio mentre stavo cercando di capire e studiare la Nakba e l'esperienza di mia nonna con la Nakba. Avevo dei dolori strani alla schiena, non riuscivo a camminare e i medici non capivano. Poi ho scoperto che mia nonna aveva avuto esperienze simili e che può succedere quando un dolore o un trauma sono così forti che la mente non ha gli strumenti per elaborarlo. In certi momenti ho dovuto fermarmi e rallentare, smettere di fare ricerca e di scrivere. Questo vale anche per gli altri, come mio padre ad esempio: ho dovuto stare molto attenta a cosa gli chiedevo e ai ritmi con cui gli chiedevo di ricordare le cose. Mi sentivo molto responsabile, ma alla fine sono molto onorata di dire che mio padre è rimasto profondamente commosso dal libro e mi ha detto che sente che sua madre può riposare in pace perché la sua storia è stata custodita, riportata alla luce e raccontata. Quindi spero che almeno una piccola parte di tutto questo sia vera».

Senti ancora che quello che succede a Gaza ha un impatto viscerale sul tuo corpo?

«Ogni elemento di questo genocidio era già presente, ma operava a un livello più silenzioso e meno visibile. Ora i sistemi si sono rivelati in una misura tale da alterare il modo in cui comprendiamo noi stessi e il mondo in cui viviamo. Quindi, non solo io, ma credo che tutti noi, molti di noi, siamo cambiati, anche chi non ci pensa sempre. Credo che stia succedendo qualcosa anche alla Terra. Vedo la storia della Palestina e la storia della distruzione climatica strettamente collegate. Credo che i nostri corpi percepiscano il pericolo del momento in cui ci troviamo, in un modo profondo, forse inconscio. Per quanto riguarda la mia esperienza, è stato davvero difficile prendermi cura di me stessa e del mio recupero mentre vedevo i miei parenti a Gaza dimagrire a vista d'occhio. Mi dicevano "Abbiamo ricevuto quattro pomodori e una melanzana per tutta la famiglia questa settimana”. Come avrei dovuto fare a nutrirmi in quel momento? Provavo tanta vergogna. Ho avuto sicuramente una ricaduta in molti disturbi fisici. Avevo delle emicranie molto forti, pensavano avessi avuto un ictus, ma non riuscivano a trovare niente. È stato straziante, ma quello che ho vissuto io non è paragonabile a ciò che stanno vivendo le persone in Palestina.

Oggi tento ancora - con molto aiuto e non sempre con il massimo successo - di prendermi cura di me stessa. Cerco di ricordarmi che questo corpo è anche il corpo di mia nonna, è la mia terra e sono i miei parenti a Gaza, come se proteggere e mantenere vivo questo corpo fosse anche un'offerta per stare accanto ai palestinesi che sono vivi e ricordare che è l'agenda sionista che mira a distruggere i nostri corpi e ucciderci».

Sei riuscita a rimanere in contatto con i tuoi familiari a Gaza?

«Purtroppo abbiamo perso molte persone, oltre 200 parenti della mia famiglia, del mio villaggio, sono stati uccisi, per quanto ne sappiamo. Ci sono stati momenti in cui abbiamo perso i contatti perché hanno interrotto internet o bloccato il segnale dei cellulari, ma in generale, per fortuna, riesco ancora a contattare alcuni di loro. Ieri ho mandato un messaggio a una mia cugina e oggi mi ha risposto. Ho perso dei parenti anche dopo il cosiddetto cessate il fuoco. Hanno fatto esplodere un'auto con dentro un mio parente, uccidendo un'intera famiglia. La gente continua a morire, moltissime persone non hanno ricevuto le cure mediche di cui avevano bisogno per anni, o soffrono di malnutrizione, e di infezioni. È ancora orribile, e un orrore diverso è il fatto che si sentano dimenticati. Siamo contenti che le uccisioni si siano un po' calmate, ma il modo in cui Gaza e la Palestina stanno venendo estromesse dal discorso spaventa molto loro e spaventa anche me».

Su Instagram, quando hai vinto il Palestine Book Award hai scritto una frase molto bella: “Continuerò a lavorare per piegare il mio linguaggio a questa musica dissonante, per creare note che non si armonizzino con questo mondo brutale ma costituiscano una melodia resistente”. Anche nel libro il suono torna spesso, pensi che il suono possa diventare una forma di resistenza?

«Il suono è fondamentale per me. Questo libro non sarebbe stato possibile senza la musica. Scrivevo in tutti questi registri e voci diverse, provando strutture diverse, e non riuscivo a trovare quella giusta. Ci è voluto un po' di tempo, volevo che il libro suonasse bene, che si adattasse al battito del cuore dell'esperienza che stavo cercando di trasmettere, ovvero il passaggio da un'esistenza molto fragile, debole e sbiadita a un'esistenza più forte, con un suo ritmo, che non era un ritmo uniforme, rigido e disciplinato, ma fluido. A un certo punto ho trovato il ritmo: sai che la scala musicale mediorientale è diversa? Anche se suoniamo lo stesso strumento, le dita si muovono in modo diversa. Mi sono detta: "Ecco come suono", “ecco come si sente la storia, come scorre come un fiume". Mi è sembrato che mi venisse dettata una musica, e mi lasciavo semplicemente trasportare, senza cercare di creare una scena visiva o di esprimere un concetto sulla pagina. Tutto mi arrivava attraverso le orecchie, anche quando ero in silenzio da sola in quella stanza. Il suono è molto fisico, la musica ha un modo suo per coinvolgere tutto il corpo. Quando sentiamo qualcosa, anche se la maggior parte delle volte non ci pensiamo, si verificano delle piccole vibrazioni nelle nostre cellule e c'è qualcosa nel modo in cui volevo che questo libro fosse viscerale che aveva senso passasse attraverso il suono».

Uno dei capitoli del libro si intitola Remember/Invoke. Che significato ha la parola araba ذكر di cui parli?

«È la radice di ricordare, ma anche di invocare. I Sufi, ad esempio, ripetono il nome di Allah - Allah, Allah, Allah, Allah - a volte con un certo movimento, in modo molto mistico, in uno stato di profonda invocazione. C'erano diverse altre parole arabe che avevo pensato potessero essere usate per i capitoli, ma ho sentito che questa era una chiave. Il libro parla in modo molto evidente di memoria: sono i miei ricordi, i ricordi della mia famiglia, la memoria collettiva. Si tratta di tornare indietro nella storia, negli archivi e di riportare alla luce cose dimenticate. Ma poi c'è quel momento in cui riconosci che c'è qualcosa di speciale nel dire: "Sono palestinese”. È straziante, è spaventoso, ma è anche prezioso. Pronunciare e invocare il nome della Palestina è stato come pronunciare il mio nome per la prima volta. Per questo la storia del figlio di Gassan Kanafani, che è una delle figure politiche palestinesi più importanti degli ultimi 100 anni, mi ha commosso tanto. Lui chiede a sua madre, che è danese, "Mamma, sono palestinese?". E lei risponde solo "Sì". Suo figlio è semplicemente palestinese senza mezze misure. L'amore, l'identità e l'appartenenza non possono essere frazioni. Non sto dicendo di avere la stessa esperienza di chi vive in Palestina, sono palestinese-americana non lo nascondo, ma il mio essere palestinese non equivale a una metà di me stessa».

Tu hai visitato la Palestina più volte. Com’è stato?

«Ci sono stata cinque o sei volte. La visita più significativa è stata la prima, con tutta la mia famiglia. Ho provato una vitalità che non credevo possibile. Sembra un cliché, ma è reale: c'è una sorta di connessione che il mio corpo ha con quella terra, una sorta di vividezza, la sensazione che i suoni fossero esattamente quelli della mia colazione quando avevo sei anni. Ma allora quello era solo un momento specifico della mia giornata, mentre in sottofondo c’era la CNN o i suoni dei miei vicini bianchi. Invece lì c’era un mondo intero che suonava come i miei parenti più stretti e il cibo delle occasioni speciali era ovunque. Mi è servito per capire me stessa come palestinese, la gioia e il dolore che ne deriva. E poi l'altro momento significativo è stato quando ho potuto trascorrere circa due mesi in Cisgiordania durante l'università. Mi ha spinta a chiedermi: come sarebbe avere una Palestina ordinaria? Ciò che ci viene rubato dall'occupazione è la possibilità di avere una vita normale, di essere palestinesi e non essere qualcosa di polarizzante, di così carico di significati. La mia immaginazione si è espansa e ho potuto vedere che l'occupazione era sempre presente, ma ho anche potuto intravedere la possibilità che questo diventi un luogo come un altro, dove essere persone normali, che sognano una vita ordinaria».