Come può uno scoglio arginare il mare? Non appena chiudo la videochiamata con Plestia Alaqad, giornalista e autrice palestinese, mi viene l'istinto di premere play sul brano di Lucio Battisti "Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi". Scritta nel 1972 con Mogol, è una canzone che indaga l'esitazione di un uomo, tra incertezze e desideri, di fronte alla nascente opportunità di una nuova storia d'amore. Se nelle strofe il protagonista ricorda con amarezza i sentimenti di abbandono, provati in seguito alla fine della sua precedente relazione, il ritornello rappresenta la sua rassegnazione, l'impossibilità di ostacolare la voglia e il bisogno di connettersi ancora, di ricominciare a vivere. Come un'onda irrefrenabile che travolge, irriducibile, una costa rocciosa. Di fronte a un evento naturale di tale portata, agli umani non resta che restare immobili e lasciare fare. Abbandonarsi e ritornare ad amare; ritornare al mare.
C'è qualcosa di questo classico cantautorale che mi ricorda Gaza, che mi parla di tutta la Palestina. Il fatto che sia parte di un disco che si intitola Il mio canto libero non fa altro che dimostrare che non posso sbagliarmi. Sarà anche che con Alaqad ci soffermiamo a parlare del mare, che poi è il Mediterraneo, lo stesso che bagna la sua terra occupata ma anche l'Italia, quello che raccoglie ancora i corpi senza vita di chi migra. Parliamo poi anche del cielo, di casa, di amicizia fra ragazze, di social, identità, amore, scrittura e poesia. Sarà che di poesia pura, la stessa catartica di un verso di Battisti e Mogol, è pieno il suo primo libro, Gli occhi di Gaza. Un diario dei 45 giorni che hanno cambiato per sempre il destino del popolo palestinese.
Il libro nasce nell'ottobre del 2023, quando Alaqad era una 21enne neolaureata con il sogno di una carriera nel giornalismo. Solo due mesi più tardi, il mondo l'avrebbe conosciuta per i suoi reportage e post sui social dalla Striscia, sotto i costanti bombardamenti israeliani.
Pubblicato con il titolo originale di The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience, e già venduto in Francia, Spagna, in Cina, in Indonesia e nel mondo arabo, lo scorso 24 marzo è uscito anche in italiano per Edizioni Sonda, nella nuova collana Talee. Si tratta di un diario che racconta la realtà quotidiana dell'orrore della guerra, tra distruzione e paura, macerie, aggressioni, amputazioni, ustioni, traumi, stanchezza, fame, sete e privazione di sonno; un promemoria di tutta la violenza di un genocidio e una testimonianza urgente della forza di un popolo che continua a vivere, nonostante gli scogli. Della sua resistenza e del suo desiderio di autodeterminazione. Una lettera d'amore alla casa, demolita davanti ai suoi occhi, una poesia per il mare.
L'intervista con la giornalista palestinese Plestia Alaqad, autrice del libro Gli occhi di Gaza
Crescere con la paura del cielo
«Israele non ci divide dal resto del mondo solamente attraverso i confini, ma anche con le esperienze», mi spiega Plestia Alaqad, in collegamento su Meet dal Libano, Paese che da decenni condivide gli stessi dolori del suo e in cui lei si trova ora per frequentare un master in Media Studies. Dopo essere sopravvissuta ai primi quarantacinque giorni di aggressione, documentati con il giubbotto sulle spalle, la scritta "press" e un casco blu pesantissimo, via social e sul suo diario (quello che ora possiamo leggere anche nella traduzione di Anna Rusconi), è riuscita a salvarsi e arrivare in Australia, da alcuni parenti. Poco dopo, però, ha deciso di voler tornare un po' più vicina a casa sua, stabilendosi a Beirut, che nel testo descrive come "una ragazza audace e decisa, ma anche accogliente e calorosa; caotica, ma percorsa da un ritmo che soltanto lei capiva". Nel libro racconta questo suo viaggio e di come all'inizio non volesse essere salvata – si è sentita talmente privilegiata che durante la sua prima notte fuori da Gaza ha deciso di non farsi la doccia, rimanendo nella sua camera d'albergo in Egitto nei vestiti sporchi da giorni, sopra uno stuolo di lenzuola pulite – ma di come ora ringrazia chi ha deciso di salvarla. Durante la call, mi racconta i vari modi in cui la sua vita è stata diversa.
Dal mio pc rivolto a una finestra che si affaccia su una Lambrate in primavera, limpida e soleggiata, esce la voce di Plestia che mi racconta di come a Gaza, se alzi gli occhi per guardare il cielo – uno spazio di speranza, sogni, tramonti e albe, di romance e calma quasi per tutti –, potresti tranquillamente confonderti e credere di stare osservando una nuvola al posto di quello che, in realtà, è il fumo dopo un'esplosione. «Anche la relazione con la natura è diversa per un palestinese – mi spiega – se fissi in alto troppo a lungo poi ti spaventi. Vedi un drone e pensi: starà prendendo di mira me?». Questo lo dice dopo che le chiedo quando si è accorta, per la prima volta, di abitare un territorio occupato, e come è stato diventare grande in Palestina. Lunedì 6 novembre 2023, al giorno 31 di assedio, scriveva: "Stanotte è arrivato il freddo e con il freddo il vento. Fuori dalla finestra c'era un concerto, le folate che lottavano contro il ronzio dei droni in una cacofonia di violenza e distruzione. Il vento non ne sapeva niente dei droni, è ovvio, ma per noi palestinesi ha aggravato le cose". Il vento milanese delle settimane passate soffiava via tutt'altro.
Sull'amicizia e sulla girlhood, sui social, il femminismo e l'amore in Palestina. Cosa significa essere una ragazza a Gaza
Chi meglio di noi sa che essere una ragazza nel 2026 significa anche passare molto tempo online, tra feed, estetiche, post e commenti? Forse Plestia, con la differenza che, a causa dell'aggressione, il rapporto con il suo telefono è cambiato. E conferma: anche stare sui social è diverso a Gaza. Nel 2023, il suo lavoro e i reportage pubblicati sui social direttamente dalla Striscia – per cui è stata inserita nella lista 100 WOMEN DELLA BBC del 2024, ricevendo inoltre numerosi e prestigiosi riconoscimenti – hanno avuto risonanza internazionale. Su Instagram è passata da avere 3mila follower a quasi 4 milioni in pochissimo tempo.
I telefoni, in quel contesto, sono tutta un'altra storia. La linea non c'è quasi mai, bisogna pensare a mantenere alto il livello di batteria, perché chissà quando si riuscirà a ricaricarla; ci si ritrova non a aspettare un dm in particolare, ma principalmente a controllare su WhatsApp se la famiglia e gli amici sono ancora vivi. Nel caso in cui si è giornalista, a documentare una serie di orrori. Mentre non c'è campo, ci si chiede se chi si ama sia morto oppure no. "Ricordo la volta che avevo sedici anni e stavo curiosando su Tumblr. Avevo questa ossessione per le citazioni tipo Anche questo passerà o Ogni temporale porta un arcobaleno – riportava Alaqad al giorno 40, dopo aver sentito una bambina chiedere al papà se anche gli altri, quella notte, fossero andati a letto e si fossero svegliati l'indomani senza una mano, come era successo a lei – credete che frasi del genere valgano anche durante un genocidio, oppure funzionano solo per i problemi del Primo Mondo?". O ancora, annotava, dopo essere arrivata in Australia con la sua famiglia e essersi messa in salvo, di aver scoperto proprio da Instagram dell'uccisione della sua amica Shima per mano delle IOF: "Odio l'idea di essere ancora qui mentre lei non c'è più. Quello che mi fa soffrire è soprattutto non ricordare l'ultima volta che ci siamo parlate. Credevo che avessimo davanti tutta la vita e che potessimo vederci tutte le volte che volevamo. E siccome davo per scontato il futuro, mi limitavo a coltivare la nostra relazione reagendo alle sue storie sui social e accontentandomi di saperla viva e felice".
Di cosa significa essere amici e amiche a Gaza mi dice: «Fuori da Gaza, sai se una persona è veramente tua amica in base a quanto questa c'è per te. Tipo: viene alla tua laurea, ti chiede come stai, trova il tempo per vederti, ti tratta bene e cose così. Ma dentro la Striscia gli standard sono diversi. Giudichi le amicizie in base a se si sono preoccupate di te quando la tua casa si è allagata, se ti hanno aiutato quando sei stato sfollato». In Palestina anche l'amicizia è "soggetta a classificazioni particolari" (Giorno 2).
La vita a Gaza non è mai stata normale per via dell'occupazione e delle aggressioni frequenti. Lei ne ha alle spalle quattro, quando scrive, e "riconosce la prassi in situazioni di emergenza" (Giorno 1), ma niente è comparabile a quello che è successo dopo quest'ultima, almeno per una ragazza nata nel 2001 (Forse solo la Nakba del 1948 o la Naksa del 1967).
Occupazione e genocidio non cambiano solo la concezione della vita e della morte (e non sempre della prima in positivo e della seconda in negativo), ma anche del rapporto con le amiche, l'esperienza della girlhood (prima dell'aggressione, nota durante gli attacchi, aveva sempre le unghie in ordine, andava a farsele fare molto più di una volta al mese). Le sue riflessioni sono acute, moderne, sincere e non scontate, non sono cliché sulla vita e sulla speranza nonostante la guerra, sono dignitose e sono Gen Z: "Io ci ho pensato e non credo che sopravvivere sia tutto. Per esempio, credo che preferirei morire piuttosto che vivere con la faccia gravemente ustionata. So che non è una frase da eroina hollywoodiana, ma ho visto coi miei occhi che razza di trauma psichico può essere ritrovarsi sfigurati. Dalla nostra faccia dipende il nostro senso d'identità, il modo in cui ci vediamo e ci raccontiamo, il modo in cui conviviamo con noi stessi. A me la mia faccia piace e mi piace il mio aspetto" (Giorno 15), oppure: "La realtà è che non possiamo cambiare il mondo, non in modo diretto: quello che possiamo fare è impedire che il mondo cambi i nostri cuori e trovare lì la via della speranza" (maggio 2024).
L'autrice ricorda in seguito di quando lei e la sua amica Dana, da giovani, durante le precedenti aggressioni, avevano paura di andare in bagno da sole. Dana andava prima, mentre lei la aspettava fuori, poi viceversa. Ma non era una cosa come la faremmo qui, del tipo: le ragazze vanno in bagno insieme al club, si aggiustano il rossetto, si mettono di nuovo il profumo e magari si raccontano se il coetaneo per cui hanno una cotta, quella sera, le ha salutate o se invece sta ballando tutto il tempo con un'altra. «Quella è una cosa di Girl culture globale – continua – ma noi in realtà andavamo insieme e ci aspettavamo perché non ci sentivamo sicure; poteva succedere, da un momento all'altro, che una di noi fosse in bagno e all'improvviso dovessimo aver bisogno di evacuare velocemente il posto a causa di una bomba, caduta a pochi passi da dove stavamo. Anche essere una ragazza a Gaza è diverso».
Essere una giovane ragazza che cresce a Gaza, secondo Plestia, significa «riconoscere il suono di una bomba prima che atterri, stringere la mano della tua migliore amica o della tua sorellina e fingere di non avere paura; sistemarsi i capelli, spalmarsi la crema solare, concentrarsi su queste cose per distrarsi e non pensare alle esplosioni tutto il tempo; apprendere delle skill che nessuno dovrebbe mai nemmeno pensare di dover conoscere, sapere distinguere i vari tipi di bomba e, quando ci si accorge che stanno arrivando, andare subito ad aprire le finestre così che non si rompano; comportarsi come se tutto questo sia normale quando niente lo è. In qualche modo, continuare a vivere aggrappandoti a te stessa».
Nelle pagine del suo diario il suo sguardo è spesso focalizzato sulle figure femminili, centrali per la sua vita. Su Shima, su Dana e su un'altra migliore amica, Yara, con cui: "Ci messaggiamo sui vestiti e lei mi manda una foto di quello che si mette, chiedendomi se mi sembra adatto. Ha un top nero molto basic, però è dall'ottobre scorso che non si prepara per uscire, quindi è un po' ansiosa [...] Più tardi giriamo un video TikTok insieme. Fare TikTok mi piace un casino e mentre siamo lì che filmiamo, mi rendo conto che è la prima volta da ottobre [...] Forse penserete che la stia mettendo giù dura, ma l'anno scorso ci sono stati dei giorni in cui ho pensato di non uscirne viva [...] Non sapevo se Yara ce l'avrebbe fatta" (Melbourne, Australia, aprile 2024).
Il suo sguardo si posa poi su sua sorella Judi, su sua madre e su teta Fatma, la nonna; sulle bambine che incontra nei campi profughi, su Hind Rajab – la bambina di 5 anni che nel gennaio 2024 è morta in un attacco dove sono stati sparati 355 proiettili – , sulla sua insegnante preferita, Rawan Al-Sorani – la ragione per cui a 12 anni ha deciso che sarebbe diventata una giornalista –, su Rupi Kaur, poetessa canadese e indiana, "sorella maggiore" e guida, su Shireen Abu Akleh, famosa giornalista palestinese che ha lavorato 25 anni per Al-Jazeera, per poi essere uccisa nel 2022 mentre faceva un servizio su un raid contro il campo rifugiati di Jenin. Sulla Palestina, che un giorno si augura libera.
«Le ragazze capiscono cosa significa essere una ragazza; – afferma – quello che amo davvero di Gaza, oltre al senso di comunità, le persone e quanto siano stretti i loro legami, è il mio gruppo di amiche. Dopo aver vissuto nei minimi dettagli quello che significa per una ragazza o una donna assistere a un genocidio, cercare di sopravvivergli, ho deciso di concentrarmi su di loro, non solo ma molto. I giornalisti uomini sono tanti rispetto alle giornaliste donne e mi sembrava giusto, da reporter, portare luce anche sull'esperienza femminile. Sentivo il dovere di trasmettere quanto è difficile trovare un bagno e di come, una volta che lo trovi e magari hai le mestruazioni, devi condividerlo con chiunque; di come gli assorbenti siano impossibili da recuperare, di come sia difficile anche solo raggiungere un angolo che non sia sovraffollato per piangere in pace. In questi momenti, specialmente le ragazze, ma le persone tutte, si univano. Mi ricordo una volta una ragazza che conoscevo poco mi ha aiutata a recuperare delle magliette, dal nulla».
Come molto spesso ci ricordano le attiviste, è la Palestina che ci insegna cosa sia davvero il femminismo, un movimento che non dovrebbe mai permettersi di abbandonare nessuna, nemmeno le donne di Gaza. Occuparsi di eliminare la violenza maschile e di genere vuol dire anche riconoscerne le geometrie, le manifestazioni inattese: "È una forma di gaslighting – scriveva al Giorno 10 di attacco la reporter – in pratica gli israeliani ti trattano come se fossi una donna isterica, mentre sono loro a essere uomini tossici, che ribaltano il tavolo e guai se osi a mettere in discussione qualcosa". E se questo tipo di mascolinità tossica ancora troppo spesso riempie le nostre vite, le storie d'amore occidentali, «Israele controlla anche quello nella Striscia di Gaza», mi risponde così Alaqad quando le chiedo com'è l'amore sotto occupazione e poi durante una pulizia etnica. Secondo lei, «i palestinesi non sono liberi di scegliere nemmeno chi amare. A volte sembra che sia lui a scegliere anche questo per noi, dividendo Gaza con i confini, separando il nord e il sud. Quando siamo stati sfollati, ad esempio, diverse coppie sono rimaste divise, impossibilitate a vedersi, costrette a rimanere separate. Le nuove connessioni che si formano esistono in maniera non distaccata, ma connessa a tutto ciò che succede; si manifestano, anzi, nonostante tutto quello che succede. Online vedo spesso commenti che si chiedono come è possibile che le donne rimangano incinta a Gaza… A parte che sono passati due anni e siamo umani (anche se tutti pensano il contrario e a noi, invece, rimane sempre il compito surreale di dimostrare diversamente), ma la domanda dovrebbe essere un'altra e ossia: perché a Gaza permettono un genocidio? La differenza dell'amore a Gaza rispetto all'amore in altri posti è che nella Striscia si manifesta trovando e donando a qualcuno del pane, aspettando anche sette, otto ore in fila, pur di portare a qualcun altro quel pezzo di pane».
Sulla scrittura e sull'identità
Come si attesta leggendo, il genocidio ha il potere di cambiare il rapporto con se stessi e le proprie passioni. Per Plestia, questo significa rivedere anche il senso della sua scrittura e del suo fare giornalismo. Su come ha iniziato a scrivere, Alaqad racconta: «Avevo solo dodici anni, mia mamma mi aveva regalato un diario viola in cui scrivevo dei miei giorni di scuola, dei miei voti, degli insegnati e degli amici. Erano davvero tempi più semplici, poi ho mantenuto quest'abitudine di raccontare le mie emozioni alle pagini di carta. Ma tutto a un certo punto è cambiato; mi sono di colpo ritrovata a scrivere di come sopravvivere». The Eyes of Gaza, infatti, è nato proprio come suo journal personale; non aveva l'intenzione di pubblicarlo, era qualcosa di molto intimo (i suoi diari di una vita, invece, quelli che conservava dall'infanzia, sono tutti sotto le macerie, chissà dove, in Palestina). «Poi mi sono resa conto che non si trattava solo del mio resoconto giornaliero, ma riguardava tutte le persone di Gaza: tutti nel mondo, pensavo, devono sapere come tiriamo avanti e cosa sta succedendo qui». Nonostante la sua madrelingua sia l'arabo, spiega di aver scritto direttamente in inglese: «Non volevo che fossero solo le persone arabe a conoscere questa storia, la mia target audience era un'altra; non potevo permettermi quel tipo di barriera linguistica. In generale, poi, a volte scrivo direttamente in inglese: è la mia seconda lingua e mi aiuta a stare meglio. Scrivere tutto quello che mi stava succedendo in arabo sarebbe stato troppo duro a livello emotivo, avrei espresso il dolore nella sua forma più pura e capito tutto, troppo intensamente. Quando ero lì non avevo tempo di fermarmi e di piangere; l'inglese era la strategia giusta per nascondermi dietro la lingua».
Quello che fa un genocidio alla scrittura è strano. Plestia confessa che è difficile volere bene a qualcosa che hai scritto, se quello di cui hai scritto (e non tanto come), ha a che fare con le cose di cui si è trovata a scrivere lei. Nel testo, ammette – "Una volta ero una perfezionista; se scrivevo una parola sbagliata sul diario strappavo la pagina e ricominciavo", ma ora "la giacca nera che indosso da 19 giorni non è neanche mia" (Giorno 24). Quali storie dovrebbe raccontare, inoltre? "Non so bene a chi pensare: chi merita di più il mio dolore?" (Giorno 30), o ancora: "La verità è che devo scegliere quali storie vale la pena raccontare, come se fossi una specie di disgustoso giudice delle sofferenze umane. Ecco un altro livello di trauma con cui i giornalisti devono fare i conti", ma anche: "Nessuno adesso ha più voglia di parlare" (Giorno 41). «Il diario era un riflesso della mia vita, e in quel momento i miei amici stavano venendo ammazzati, la mia pelle si stava irritando, la mia casa veniva presa di mira. La scrittura cambia, così come anche la percezione sulla tua professione, se c'entra con questa. Ho sempre pensato al giornalismo come a una professione nobile, ma con tutti quelli che sono stati uccisi da noi, mi sembrava sempre più simile a un crimine. Ho avuto l'impressione che non esistesse un comitato internazionale di giornalismo che proteggesse i giornalisti palestinesi o che facesse qualcosa per loro. Così ho iniziato a farmi tante domande».
Domande che suonavano all'incirca così: "Non me la sento né di lavorare, né di vloggare o di fare interviste. Non ne posso più del giornalismo e mentre aspetto di morire metto in dubbio tutte le decisioni prese fin qui", al Giorno 7, o come un "Chi sono io?", a maggio 2024. Riconoscersi, fare i conti con la frammentazione della propria identità, con la sua complessità irriducibile, è infatti un altro tema che affronta sulle pagine di carta: "Se mi chiedono qual è il mio film preferito, dico Noi siamo infinito. Ma questo valeva un sacco di tempo fa. L'ultima volta che l'ho visto avevo diciassette anni e non ero ancora passata attraverso un genocidio [...] A parte una giornalista palestinese sfollata e da cui il mondo si aspetta che impersonifichi la vittima perfetta, chi sono io davvero?" (Dopo Gaza, maggio 2024). «Una versione di me – commenta – esisteva prima di tutto questo. Dico sempre che era quella un po' naive, non pensava avrebbero mai consentito a una situazione simile di verificarsi. La versione di me dell'aggressione ha poi capito che la legge internazionale non si applica nel caso del popolo palestinese, ma c'è anche una versione di me post-Gaza, mentre vivo lontana da lei: mi rendo conto che subisco ancora limitazioni per via del mio passaporto, sono trattata ancora molto diversamente. Però mi piace pensare che per ogni versione che esiste di me, esisteranno altrettante versioni di Gaza».
Plestia è stata e sarà tantissime cose, Daytime Plestia, Nightime Plestia, Plestia a Gaza, Plestia fuori da Gaza, ma mai si è sentita e ma vorrà sentirsi un'eroina: «Fa parte del processo di disumanizzazione dei palestinesi, farli passare per supereroi. Siamo esseri umani come tutti gli altri, vogliamo essere visti come tali. Non siamo nati per morire. Non abbiamo scelto questa vita». Per questo per lei non è accettabile un'identità definita dal concetto di vittime: «Ovviamente ci stanno occupando da decenni e tutto, ma mi piace pensare ai palestinesi come a persone nonostante l'occupazione, nonostante quel tutto. Quando ci riducono a vittime, chi ci osserva non ci sta veramente vedendo, sta oscurando la nostra umanità. Anche se questa è evidentemente lì, perché stiamo vivendo e resistendo. Non ci puoi chiamare vittime se non ti chiedi perché ci stanno rendendo tali. Quando lo fanno, operano un'altra forma di cancellazione. Non voglio che a definirci sia questo, voglio, e senza romanticizzare nulla, che lo faccia il modo in cui scegliamo di proseguire. Non voglio che veniamo ridotti a coloro che subiscono un danno, senza nemmeno considerare che c'è una differenza tra subire un danno ed essere definiti da esso».
Sulla casa, sul mare e sulla poesia
Come può uno scoglio arginare il mare? Mi ritrovo a pensarci anche adesso, mentre finisco di scrivere questa intervista. Nelle pagine del diario, alle descrizioni di come si vive in un posto occupato, durante un'aggressione e durante un genocidio, di come ci si procaccia da mangiare in questi casi e di come ci si faccia la doccia, di come si dorma e di come si lavori, di come si faccia il mestiere del giornalista o del medico, di cosa succeda in ospedale, sotto le bombe, quando arrivano persone senza arti, durante un incendio o le intemperie; di come si vivano le amicizie e i legami famigliari, di come si guardino sempre in faccia le persone come se fosse l'ultima volta ogni volta per abitudine, Plestia Alaqad ci affianca le poesie.
In Cos'è Casa? l'autrice si interroga sulle versioni di che cosa pensasse fosse casa sua, crescendo. Da bambina, scrive, pensava fossero i muri, poi le persone, poi Gaza. Negli anni ha dovuto modificare queste sue concezioni: i primi sono stati bombardati, le seconde sono state uccise, la terza è stata rasa al suolo. "Le case possono essere rase al suolo? Uccise? Bombardate?", riflette nel testo. La risposta è negativa. Alla domanda su cosa sia, quindi, casa sua e su dove possa trovarla si risponde, concludendo: "Casa è il mare/Vasto e paziente,/con le sue onde senza pensieri./Nessuna bomba può farlo a pezzi,/Nessuna forza può ucciderlo,/Nessuna distruzione ridurlo". Neanche gli scogli di Israele, allora, possono arginare i palestinesi (le loro case e il loro mare), che, costretti ad abbandonarle e a fuggire, ne conservano per sempre le chiavi. «Non ho mai visto niente di simile al rapporto che hanno i palestinesi con la propria terra e la propria casa. Non è solo un palazzo da ricostruire, sono i nostri ricordi, la nostra dignità».
Quando le dico che questi suoi versi mi sembrano uno strumento narrativo per riappropriarsi di casa sua, una strategia per affrontare chi ha il potere di decidere cosa sia casa per gli altri, annientandoli, almeno attraverso la poesia, mi risponde che, in realtà, a Gaza è controllato anche il mare. «Ogni volta che penso a casa, penso al mare, perché è l'unico posto che non possono bombardare, che niente può distruggere. Quando la terra diventa inabitabile e cammini per i quartieri senza riuscire più a riconoscerli, se guardi il mare, questo ti da un senso di direzione. Ma sfortunatamente ci sono dei limiti anche per il mare, su quanto sia permesso allontanarsi a nuoto, su quanto lontano i pescatori possano spingersi con le loro barche». Ma non era che uno scoglio non poteva arginare il mare? Cosa può esistere di così assurdo che vuole addirittura stravolgere le leggi della natura, esercitare un potere su di lei? Fare arginare il mare a uno scoglio? Forse la violenza di un genocidio? «A Gaza, quando l'acqua a disposizione era diventata limitata, le persone hanno iniziato a lavarsi nel mare, a farci il bucato. Vedi, noi palestinesi torniamo sempre al mare, lo continueremo a fare», conclude Plestia, mentre ancora si chiede, come al 45esimo giorno, lasciandola: "Avrai nostalgia di me, Gaza?/ Il mare noterà la mia assenza?". Ma il suo diario si chiude con altre due domande, che sono anche due poesie, a cui rispondere è ancora meno immediato: Come fai a sapere che la guerra è finita?, Come ti riprendi da un Genocidio? Pensiamo velocemente a qualcosa di simile alla ricostruzione di Gaza e al diritto al ritorno, a qualcosa che abbia a che fare con la giustizia e con la responsabilità che viene riconosciuta, con un piano preciso e accettabile di quello che succederà. Qualcosa che possa essere infinito e mai ridotto, come un'onda, un canto libero.













