Era il 2021 quando Viktor Orbán faceva approvare la famosa "legge anti-LGBTQIA+", una norma estremamente restrittiva dei diritti, che di fatto paragonava l’omosessualità alla pedofilia e vietava di trattare qualsiasi tema legato all'orientamento sessuale e alla transizione di genere in contesti pubblici e nei media, sostenendo che fosse una forma di protezione per i bambini. La legge aveva fatto molto discutere segnando definitivamente la deriva autoritaria e liberticida del governo ungherese e portando persino al divieto del Pride.
Per questo, la legge era stata impugnata dalla Commissione europea nel 2023, con il supporto del Parlamento europeo e di 15 Stati membri, ed era stato presentato un ricorso di fronte alla Corte di Giustizia. Ora, a distanza di tre anni, e poco dopo la caduta di Orbán alle ultime elezioni, è arrivata la sentenza: la Corte ha stabilito che la legge contro la comunità LGBTQ+ va contro il diritto europeo e ha ordinato all’Ungheria di abrogarla.
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La sentenza
La sentenza ha, di fatto, dato pienamente ragione al ricorso della Commissione, confermando tutte le violazioni contestate. La legge ungherese, infatti, secondo la Corte, viola la libertà di fornire e ricevere servizi, sancita sia dai trattati istitutivi dell’UE che da diverse direttive. Inoltre, nonostante i giudici abbiano riconosciuto un margine di discrezionalità agli Stati Membri nello stabilire cosa possa o meno nuocere alla salute e allo sviluppo dei minori, secondo la Corte è necessario che ci si muova sempre «nel rispetto della Carta e, in particolare, del divieto di discriminazione fondata sul sesso e sull’orientamento sessuale garantito dall’articolo 21».
La decisione quindi è chiara: la legge ungherese del 2021 viola il diritto UE, nella misura in cui esprime «una preferenza per determinate identità e orientamenti sessuali a scapito di altri, che vengono di conseguenza stigmatizzati». Non solo: la norma contravviene anche il rispetto della vita privata e familiare, la libertà di espressione e informazione e il rispetto della dignità umana, tutti tutelati dalla Carta dei diritti fondamentali UE. Nella sentenza si legge che il problema nasce da quelle disposizioni della norma di Orbán che «trattano un gruppo di persone che è parte integrante di una società pluralista come una minaccia per la società, per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale». «Il carattere stigmatizzante e offensivo della legge», dichiara la sentenza, «porta a stabilire, mantenere o rafforzare» la loro «invisibilità sociale» e lede la loro dignità.
La legge verrà abrogata?
Il neoeletto premier ungherese Péter Magyar non si è mai esposto esplicitamente sui diritti LGBT+ durante la campagna elettorale, focalizzandosi invece su lotta alla corruzione e alla crisi economica del Paese e sulla promessa di riavvicinare l'Ungheria all'Unione Europea. Dopo la vittoria, però, Magyar ha detto che la posizione sua e del suo partito sul tema è che «ciascuno può vivere con chi ama, purché non violi le leggi e non sia dannoso per gli altri». Aveva anche sostenuto la possibilità di svolgere il Pride e ora bisognerà capire se, alla luce di tutto questo, la legge anti LGBT+ del suo predecessore sarà abrogata. «C’è del lavoro da fare rapidamente», ha dichiarato Magyar, «per ristabilire, riallineare e riformare: ristabilire lo Stato di diritto, riallinearsi ai nostri valori europei condivisi e riformare per sbloccare le opportunità offerte dagli investimenti europei».













