Immaginiamo la scena: uno dei red carpet più attesi dell’anno, a Londra, vede sfilare le star di Hollywood, da Matt Damon a Florence Pugh. Va in scena il kolossal sul padre della bomba atomica, Oppenheimer (interpretato da Cillian Murphy). I fotografi si scatenano per una delle première europee più affollate e Robert Downey Jr. si è persino prestato a un siparietto dietro le quinte con Khaby Lame per Instagram.

Le celebrity stanno per entrare in sala a presentare il film al pubblico, ma restano fuori. Il regista Christopher Nolan, microfono alla mano, spiega agli spettatori che sta per cominciare lo sciopero degli attori dall’altra parte dell’oceano e ogni attività di promozione di un progetto è vietata dal sindacato.

Comincia così una pagina davvero nera per lo showbusiness, che non vedeva un’agitazione simile dagli anni Sessanta. Dopo due mesi di stop degli sceneggiatori, ora anche gli interpreti si fermano. Ma cosa vuol dire esattamente?
Non solo si bloccano i set, ma anche i festival, le interviste e le apparizioni di ogni genere legate al racconto di un film, di una serie o di qualsivoglia attività attoriale.

Niente più red carpet, niente più première, niente più copertine patinate.

Con un fattore-domino sorprendente e con un rapido colpo di coda, l’industria audiovisiva è in ginocchio. Cosa chiedono esattamente gli attori? Tutta una serie di tutele, non solo legate al compenso, ma i produttori si guardano bene dall’accondiscendere alle richieste.

Sembra la storia di Maria Antonietta che durante la Rivoluzione Francese ebbe un’amara risposta per chi le diceva che il popolo aveva fame e chiedeva il pane. Disse: «Date loro le brioche».

Di uscite infelici e di dichiarazioni disarmanti se ne stano susseguendo tante, perché la capacità di resistenza è limitata. Non stiamo parlando della cima dell’Olimpo di Hollywood, con Premi Oscar e imperi miliardari, ma dei precari di quartiere, che possono essere controfigure o comparse. Per non parlare di tutto l’apparato che ruota attorno: dalla moda al make-up, dall’apparato della security e degli autisti fino all’ultimo ingranaggio di un meccanismo gigante.

Dalla mezzanotte tra il 13 e il 14 luglio si sono spente le luci dei riflettori.

I set iniziano a svuotarsi: pare che gli attori de Il Gladiatore 2 e di Avatar 3 abbiano già lasciato gli studi.

Basta fare due conti: il sindacato SAG-AFTRA rappresenta oltre 160 mila artisti, che hanno votato per entrare in sciopero. La presidentessa Fran Drescher (protagonista della serie cult La tata) ha guidato la protesta contro i produttori che non intendono accettare le proposte, anzi parlano di Intelligenza Artificiale per riprodurre l’immagine dell’artista e modificarla in modo da renderla più piacevole.

Il CEO Bob Iger (Disney) ha ricevuto un’ondata di - meritata - contestazione: l’uomo che guadagna in un giorno il salario di un anno di un attore medio, ha detto di sentirsi insultato dal comportamento degli attori. La rete ha avuto la stessa reazione nei suoi confronti.

Proprio durante la promozione di Oppenheimer anche Matt Damon si è messo a fare due addizioni: «Per avere l’assicurazione sanitaria devi essere pagato almeno 26 mila dollari l’anno», una soglia che molti stentano a raggiungere senza attingere ai risparmi, perché non vengono conosciuti i diritti d’autore in modo giusto ed equo. «Qui si fanno i soldi ma devono essere redistribuiti in modo tale da prendersi cura dei lavoratori ai margini».

La situazione è attualmente instabile ed è difficile prevedere quanto durerà lo sciopero, che di fatto ha già iniziato a causare danni enormi sulle categorie più svantaggiate.