L'amicizia femminile è un rapporto complesso. A volte più di una relazione romantica, a volte più di un legame familiare. Non sempre le sue interpretazioni cinematografiche ne riescono a restituire stratificazioni e venature, gioie e dolori. In questi giorni al cinema, però, Mother Mary ce la fa.
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Mother Mary racconta un tipo di amicizia femminile che il cinema mostra raramente
Si tratta di uno dei progetti del 2026 volto a consacrare in eterno la carriera di Anne Hathaway, impegnata contemporaneamente e in modi del tutto diversi ne Il diavolo veste Prada 2, in The Odyssey di Christopher Nolan e con Matt Damon, in Verity con Dakota Johnson. Melodramma gotico-musicale e thriller psicologico, un po' ghost-story un po' pièce teatrale, la pellicola di David Lowery indaga la connessione viscerale tra l'icona del pop Mother Mary, interpretata da Hathaway, questa volta senza i suoi sorrisi a trentadue denti da romcom, e la sua stilista Sam Anselm, una talentuosissima, uncanny ed esoterica Michaela Coel, che sanciva il suo estro nel 2020 scrivendo, interpretando e dirigendo la miniserie I May Destroy You. Le due si sono allontanate da anni, ma si ritrovano quando Mother Mary, in piena crisi personale e artistica, si prepara a un grande ritorno sulle scene dopo un incidente sul palco. Incapace di trovare un abito che rappresenti ciò che sente, raggiunge Sam nella campagna inglese e le chiede di creare per lei un vestito in soli tre giorni. Mentre osserviamo un confronto che si scioglie in una struggente e impetuosa riconciliazione, a rendere ancora più interessante e in hype il progetto, compaiono sullo schermo diversi volti di it-girl note. Da quello di Kaia Gerber a quello di FKA Twigs (che ha contribuito anche alla colonna sonora, scritta e prodotta principalmente da Jack Antonoff e Charli XCX).
La trama di Mother Mary, il nuovo film al cinema con Anne Hathaway e Michaela Coel
Il cuore del film è il rapporto tra la popstar e la stilista: quanto trauma contengano le loro esperienze, quanto ancora si appartengano. Sam non è stata soltanto una collaboratrice, ma la persona che ha conosciuto Mary ancora prima che diventasse un'icona, che ha contribuito alla sua fase artistica più vulnerabile e autentica, nella creazione di un'identità che non era solo della star, ma anche di chi l'ha vestita. Di tutti quei tessuti arrangiati e cuciti – che sembrano avere una voce, trasformarsi in personaggi con agency a tutti gli effetti – di ogni stoffa texturizzata applicata, di ogni cartamodello disegnato, di forbice, ago e filo utilizzati: la delicatezza con cui sono rappresentati i drappi e gli strascichi è sopraffina. Mother Mary è sia Mary che Sam; ma a un certo punto, Mother Mary sente il bisogno di essere solo Mary. Da lì la delusione di Sam per essere stata fatta fuori, il sentimento di tradimento per il suo lavoro non riconosciuto, il culmine con il taglio di ogni ponte, il record di anni senza aver mai ascoltato consapevolmente, la musica dell'amica. Se Mary ha disposizione una base da cui ripartire per definirsi singolarmente, Sam si ritrova derubata di tutto e deve ripartire da zero.
Quando Mary torna da lei, anni dopo, sembra farlo non tanto per l'abito in sé, ma per ritrovare quella parte di lei che ha sacrificato nell'impresa di diventare una leggenda. Quello che sembra un semplice incarico professionale diventa in realtà un confronto doloroso e intimo. Le due donne riaprono ferite rimaste sospese per anni: la lealtà interrotta, il successo costruito insieme ma attribuito a una sola, la sensazione che la fama abbia divorato per sempre la loro amicizia.
Mother Mary indaga la complessità dell'amicizia femminile
La loro dinamica ricorda molte amicizie femminili totalizzanti: relazioni in cui confini tra affetto, dipendenza, rivalità, desiderio e risentimento si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Non è un rapporto semplice né rassicurante. È una forma di amore creativo e spirituale, ma anche una ferita aperta. Secondo la critica uno dei motivi più interessanti del film è l'idea del "creative marriage", il matrimonio artistico, in cui Mary è il volto visibile del successo, ma Sam è l'architetta dell'immagine che il mondo ha imparato ad adorare.
Quando la loro alleanza si spezza, Mary continua a brillare, ma perde il contatto con la propria verità. In questo senso, il film suggerisce che alcune amicizie sono così fondative da diventare parte della nostra identità. Quando finiscono, non perdiamo soltanto una persona: perdiamo anche una versione di noi stessi. È normale faccia più male: la loro connessione è raccontata con un'intensità emotiva e fisica che molti spettatori hanno letto come profondamente queer, o quantomeno come una relazione affettiva che trascende le categorie tradizionali.
Perché alcune relazioni ci cambiano anche quando finiscono
Sarebbe idilliaco coltivare esclusivamente connessioni sane, non tossiche – ed è importante saperle riconoscere, allontanarsene quando annullanti –, ma forse non sarebbe del tutto realistico. I rapporti di amicizia, anche quelli più ambigui e dolorosi, sono talvolta quelli che ci formano: mano nella mano con una persona per cui sacrificheremmo la nostra stessa vita, si attraversa la crescita inventandosi insieme, costruendosi un'identità condivisa. Può capitare di dover guarire una dipendenza affettiva: può succedere di non parlarsi mai più, di riconciliarsi o ancora di ritagliarsi degli spazi e prendere alcune misure, anche solo temporanee, per convivere al meglio in una relazione tanto dura quanto bella.
Non è vero che i rapporti unhealthy sono solo brutti, altrimenti non ci staremmo così dentro. Non è vero che a renderli cosi malsani è solo una delle due parti, nonostante la necessità sociale di distinguere il bianco dal nero, i buoni dai cattivi, semplificando i contorni, limitandone le possibilità. Ognuna di noi ha urgenze e errori: riscrivere equilibri fra ragazze che si vogliono tanto bene è possibile: non è sempre utile, non è sempre sbagliato.











