Mentre in Ungheria si parla della nuova era post Orbán e della possibilità che venga abrogata la legge del 2021 "anti LGBT+" che vietava di trattare in pubblico qualsiasi tema legato all'orientamento sessuale e alla transizione di genere, in Bielorussia le cose procedono in direzione opposta. Lo scorso 2 aprile, infatti, è stata approvata una nuova legge voluta dal regime di Aljaksandr Lukashenko che assomiglia a quella ungherese e, sopratutto, alla "legge anti-gay" promulgata da Vladimir Putin nel 2013 e rafforzata nel 2022.
Il parlamento bielorusso ha approvato il disegno di legge che prevede l'introduzione di pene detentive e sanzioni per le persone che «promuovono le cause LGBTQ+». Si parla infatti di «propaganda di relazioni omosessuali, ideologia gender, rifiuto di avere figli e pedofilia».
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La nuova legge
La Bielorussia, governata in modo autoritario dal 1994, ha depenalizzato l'omosessualità nello stesso anno, ma non ha mai riconosciuto i matrimoni omosessuali e non tutela i diritti delle persone LGBTQIA+. Negli anni, inoltre, il Paese è stato ripetutamente sanzionato dai Paesi occidentali per la scarsa tutela dei diritti umani, oltre che per aver permesso a Mosca di utilizzare il suo territorio per invadere l'Ucraina nel 2022. Ed è proprio questa vicinanza alla Russia che pesa anche sull'approvazione della nuova legge.
La legge è passata prima al vaglio della Camera bassa, e poi all'inizio di aprile a quello della Camera alta, per poi ottenere la firma del presidente Aljaksandr Lukashenko, prima dell'entrata in vigore. La norma rende la «propaganda di relazioni omosessuali, l'ideologia gender, il rifiuto di avere figli e la pedofilia» punibili con multe, lavori socialmente utili e 15 giorni di arresto. La situazione della comunità LGBT+ peggiorerà dunque ulteriormente, nonostante gli attivisti denunciassero da tempo un clima teso, discriminazioni e abusi di potere. «Le persone LGBTQ+ affrontavano già pestaggi, arresti, persecuzioni e derisioni anche prima dell'approvazione della legge», ha dichiarato infatti Alisa Sarmant, responsabile di TG House, un gruppo bielorusso che difende i diritti delle persone trans, «ma ora le forze dell'ordine hanno ricevuto basi legali per la repressione».
Le conseguenze
La nuova legge preoccupa gli attivisti, le associazioni e la comunità internazionale. Le stesse Nazioni Unite hanno definito la legge un passo indietro nella tutela dei diritti che «istituzionalizzerà la discriminazione e aumenterà significativamente il rischio di repressione». L'approccio non è nuovo: si basa su un collegamento infondato e pretestuoso tra espressione della propria identità sessuale e reati come la pedofilia, sfrutta la tutela dell'infanzia per demonizzare e criminalizzare l'esistenza di determinate persone. «Questa legge rappresenta una pericolosa escalation», dichiarano gli esperti delle Nazioni Unite, «Equipara la legittima difesa dei diritti umani a un illecito amministrativo e rischia di legittimare ulteriormente la persecuzione contro gruppi già emarginati e contro coloro che difendono i loro diritti».
Come sottolinea l'ONU, però, la legge non riguarda solo le persone LGBTQIA+: anche i diritti delle donne e la loro salute riproduttiva sono sotto attacco. Il testo, infatti, parla di «non procreazione volontaria» e gli esperti spiegano che «La legge potrebbe avere un effetto dissuasivo sulle donne che si battono per i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, sugli educatori, sugli operatori sanitari e sulla società civile». «Gli individui potrebbero subire sanzioni semplicemente per aver espresso la propria identità o per aver fornito informazioni essenziali per la salute, la dignità e l'uguaglianza», le persone trans, inoltre, rischiano di non riuscire ad accedere ai farmaci e le donne bielorusse potrebbero trovare più difficoltà ad abortire, nonostante attualmente nel Paese l'IVG sia legale fino alla dodicesima settimana.












