Almeno un concerto di Beyoncé, nella vita, lo si deve vedere. È una frase che ho sentito ripetere molte volte da amici e colleghi e quando ho avuto la fortuna di volare a Parigi con Levi's per partecipare all'ultima tappa europea del suo tour Cow Boy Carter, ho capito perché. Non è solo una questione vocale – l'abilità canora della pop star statunitense si distingue senza dubbio per caratteristiche uniche nel panorama musicale degli ultimi decenni e, dal vivo, non disattende l'aspettativa. Non si tratta neanche solo della spettacolarità della performance, che pure, fra giochi scenografici e un corpo di ballo illuminato dalla danzatrice più amata sui social – nonché figlia tredicenne di Beyoncé e Jay-Z, Blue Ivy Carter – resta, in ogni minuto delle oltre tre di show, una delle più indimenticabili cui uno stadio abbia mai assistito.
Ciò che rende davvero il concerto dell'artista d'origine texane un'esibizione senza precedenti è il simbolo che rappresenta: attraverso uno show che diviene atto politico, al contempo poetico e pop, Beyoncé ha abbracciato le sue radici, la sua famiglia – on stage è stata raggiunta dal marito con cui non esibiva da 7 anni e da entrambe le figlie – la sua community. Ha celebrato il potere femminile che non ha più bisogno di chiedere il permesso per fare ciò è suo diritto. E trova sul palco il suo spazio sacro.
In effetti con Cowboy Carter, non è solo un album e un tour, ma un gesto di riscrittura culturale. Con questo progetto, Beyoncé ha riscritto l’immaginario americano che da sempre esclude la nerezza dalla sua iconografia più radicata: quella del western, della frontiera, della terra e delle radici. Il country, genere musicale storicamente dominato da voci bianche, è riletto attraverso il filtro dell’eredità texana che Beyoncé conosce in profondità perché in quell'humus è nata e poi scelto di restare.
Il tour, specchio visivo e politico dell'operazione, è un affondo in quella storia: una narrazione stratificata che parla di emarginazione, orgoglio, memoria e riscatto. È in questo contesto che si inserisce la collaborazione dell'aetista con Levi’s, marchio che più di ogni altro ha contribuito a costruire l’estetica del sogno americano. Nella capsule collection in edizione limitata, il logo viene reinterpretato con una doppia “i”, richiamando il titolo dell’omonimo brano dell’album. Le t-shirt, disponibili nei modelli Sporty Ringer Tee e Graphic Tee in Black and White o White and Red, uniscono l’essenza heritage del denim Levi’s con lo sguardo contemporaneo e identitario di Beyoncé. Il risultato è un cortocircuito visivo e culturale: un ponte tra archivio e futuro, tra storia e reinvenzione. Non a caso, allo Stade de France, l’uniforme non scritta era chiara: cappello da cowboy e un capo in denim.
Alla fine dello show, senza accorgermene, mi sono ritrovata a ballare "Love on Top" con uno sconosciuto. Quella notte, sotto il cielo di Parigi, siamo stati tutti un po’ più liberi.












