Milano, Via dei Giardini a inizio giugno: una fila di ragazze di fronte a un'edicola firmata Miu Miu chiacchiera con in mano un libro mordendo un gelato, entrambi regalati in occasione del progetto Summer Reads della maison per promuovere la letteratura femminile (i libri dell'estate sono Una donna di Sibilla Aleramo, Persuasione di Jane Austen e Quaderno proibito di Alba de Céspedes). Un altro chiosco di giornali, sempre a Milano a metà giugno, altre ragazze: si trovano all'Edicola Civic di Nolo per un evento della rivista indipendente Mulieris Magazine. Ci sono dei talk, una stand up dell'autrice e comica Giada Biaggi, si comprano libri e riviste, si parla di arte bevendo qualcosa. Ma che cos'è questa voglia di tornare in edicola? Di inventarsi nuovi modi di abitarle? Di giocare a riappropriarsi di uno spazio che sembrava perduto per trasformarlo nel nuovo ritrovo delle ragazze cool?
Forse è una moda, forse l'ultima trovata del marketing, ma le ragazze in edicola ci stanno bene. Del resto è lì che da ragazzine compravano le riviste dove sognarsi grandi ritagliando abiti e parole a misura di donna. Loro hanno continuato a tornarci, di tanto in tanto, anche quando tutti hanno smesso di comprare il giornale, per ritrovare il profumo della carta patinata il sabato mattina. E poi forse non è un caso che circa il 40% delle ormai poche edicole italiane siano imprese femminili. Si dice che stiano scomparendo, una dopo l'altra un giorno restano con la saracinesca abbassata, poi compare il cartello "Vendesi". Secondo i dati del Sindacato nazionale autonomo giornalai (Snag), oggi in Italia le edicole sono meno di 12.ooo, quindici anni fa erano quasi il quadruplo, circa 40.000.
Una volta l'informazione passava tutta per quei baracchini, in un rituale umano fatto di quotidiani sottobraccio, un Topolino da portare ai bambini, due chiacchiere con il giornalaio sulle novità del quartiere, «Buongiorno, Signora, il solito?», come al bar. Le edicole non sono mai state semplici negozi e, in qualche modo, la cultura popolare ne ha trattenuto l'essenza come memoria dell'asfalto cittadino. Per questo, forse, nel vederle destinate all'estinzione o trasformate, come capita, in negozi di souvenir, è nata una controtendenza, un desiderio quasi estetico di salvarle.
Oggi, sempre secondo i dati Snag, la diminuzione è rallentata e ci sono nuove aperture, spesso con titolari under 40, che credono in un futuro che mescoli passato e presente. Questo avviene soprattutto grazie ai sussidi e alla possibilità di variare la destinazione dei chioschi vendendo non solo giornali, ma anche biglietti dei mezzi pubblici, libri, giocattoli e persino bevande e cibo (solo in certe Regioni e solo se confezionati), consegnando pacchi e, appunto, organizzando eventi. Qualcosa si muove: durante la design Week di Milano, Gucci ha allestito un'edicola in piazza San Babila e lo stesso hanno fatto Campari e Zegna; a Sanremo Dargen D’Amico ha lanciato la sua "Edicola Dargen"; a Perugia esiste Edicola Cucina, pensata per ritrovare il binomio cibo e parole, scritte e parlate, e la pratica (anche questa al femminile, in fondo) dello scambio di ricette sui giornali di cucina.
Forse in questi tempi incerti c'è la voglia di aggrapparsi a qualcosa di tangibile come la carta stampata che immortali un istante di presente e ci assicuri che c'è stato, anche ora che è già scomparso. Forse c'è un bisogno istintivo di salvare queste propaggini di passato, con la stessa malinconia elegante di quando cammini per Venezia sapendo che un giorno verrà sommersa. Ed è qui che entrano in gioco le ragazze perché è femminile l'arte di occupare spazi che sembrano non interessare più a nessuno: puoi darti appuntamento all'edicola e, mentre aspetti le amiche, comprare dei fiori assieme al giornale, puoi sentirti un po' Jean Seberg che vende l'Herald Tribune sulla Rive Gauche, puoi comprare l'ultimo numero di Cosmopolitan e andare a leggerlo al bar, con cappuccino e brioche, una mattina di giugno.

















