«Ma è vero che i Paesi del Nord Europa hanno più parità di genere, ma anche più femminicidi?». In questi giorni potreste aver sentito spesso questa domanda declinata anche in altre varianti a sottintendere che, forse allora, non è vero che serve il cambiamento culturale di cui parlano le attiviste femministe e le operatrici dei centri antiviolenza. È quindi utile fare chiarezza su un fenomeno che, in effetti, si presta a essere strumentalizzato. Esistono degli studi che riportano un elevato numero di femminicidi nei Paesi scandinavi che, allo stesso tempo, sono sempre in testa al Global Gender Gap Index del World Economic Forum. Si chiama "paradosso nordico".

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Nel 2012 un sondaggio condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali ha mostrato per la prima volta che i Paesi nordici, nonostante i loro punteggi più alti in termini di uguaglianza di genere, presentavano livelli di violenza di genere fisica e sessuale tra i più alti segnalati nell’UE. Questi dati sembrano confermati da analisi più recenti come una ricerca norvegese di quest'anno dove il 23% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito violenza sessuale prima dei 13 anni, il 22% di aver subito violenze gravi dopo i 18 anni e il 17% di aver subito violenze da parte del partner convivente. Alla base di questo fenomeno, ancora troppo poco studiato e pieno di incognite, ci sono attualmente diverse ipotesi. Come sostengono gli autori del paper The Association Between Gender Inequality and Sexual Violence in the U.S. «Esiste una relazione complessa tra la violenza contro le donne e l’uguaglianza di genere».

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Consapevolezza

«Il motivo per cui in Svezia abbiamo un elevato tasso di violenza domestica è perché c’è un’alta consapevolezza», spiega il professor Lucas Gottzen, ricercatore all’Università di Linköping, in Svezia. Una delle ipotesi avanzate per spiegare il paradosso nordico è infatti che le donne nei Paesi dove c'è maggiore parità di genere siano più consapevoli e non sottostimino la violenza, ma la prendano sul serio riconoscendola. Proprio perché si parla maggiormente di violenza di genere, ci sarebbe quindi una minore tendenza a normalizzare certi comportamenti e a identificare gli episodi violenti della propria vita. Sappiamo, infatti, che spesso per le donne è molto complesso anche solo realizzare e accettare di aver vissuto una violenza per via dello stigma e del victim blaming.

Fiducia

"Laddove la violenza è vista come una preoccupazione pubblica, potrebbe essere più facile per le donne parlare apertamente della loro esperienza", spiegano gli autori dello studio Undoing the ‘Nordic Paradox’: Factors affecting rates of disclosed violence against women across the EU e questa potrebbe essere un'altra spiegazione. Le donne dei Paesi nordici sarebbero più propense a parlare apertamente di violenza perché vivono in una società dove la tematica viene trattata con maggiore sensibilità. Del resto abbiamo visto qualcosa di simile in questi giorni quando le chiamate al numero antiviolenza 1522 sono aumentate molto proprio perché, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, si è parlato molto del problema. Non sono aumentati i casi, sono aumentate le persone che hanno scelto di parlarne.

Reazione

Queste due teorie, tuttavia, non sono condivise da tutti gli esperti. C'è, infatti, come riporta Il Post, chi sostiene che le risposte vadano cercate altrove, come Enrique Gracia, professore di psicologia sociale all’Università di Valencia e Juan Merlo, docente di epidemiologia sociale all’Università di Lund autori di uno studio pubblicato nel novembre del 2017 sulla rivista Social Science & Medicine. Secondo loro, i livelli di denunce vere e proprie alle autorità nei Paesi nordici rimangono bassi e dunque ipotizzano che si tratti piuttosto di un effetto contraccolpo. Il fatto che le donne nei Paesi Scandinavi partecipino maggiormente alla vita pubblica, abbiano più spazio e più diritti potrebbe mettere in discussione i ruoli di genere tradizionali in modo più netto scatenando una reazione violenta in chi si trova a perdere parte del proprio privilegio e a mettere in dubbio la propria posizione dominante. Più donne che lavorano, ad esempio, significa più donne esposte al rischio di incontrare uomini che non accettano la loro emancipazione, ma questo non è certo un valido motivo per rimanere chiuse in casa.

Cultura

C'è, infine, un'altra questione: chi l'ha detto che a leggi più avanzate corrisponda anche un reale cambio culturale? La violenza sessuale è reato, ma non per questo smettiamo di sentire battute oggettivanti o di subire molestie. I movimenti femministi parlano proprio di questo quando chiedono un cambiamento culturale: non solo leggi, dunque, ma istruzione, educazione sessuale e affettiva, percorsi di formazioni che vadano ad agire non sui divieti e le norme ma sugli stereotipi di genere ancora radicati. Di questo approccio fanno parte, poi, anche le richieste di dati più chiari, aggiornati e accessibili che risultano fondamentali anche nel continuare a studiare lo stesso paradosso nordico.