Ci abbiamo messo un po' per realizzare che Punto 1, non si trattava di una fake news (magari), Punto 2, era l'ennesima prova che il sessismo cresce come l'erba infestante, Punto 3 era il caso di capirci qualcosa di più. Stiamo parlando del questionario proposto in Lombardia dalla Asst Rhodense ai pazienti guariti dal Covid-19, un perfetto esempio di come gli stereotipi di genere siano ancora parte integrante della nostra società. Non è la prima volta che un ospedale diffonde un modulo senza accorgersi di "errori" di questo tipo e, se in passato a farne le spese era stata la comunità LGBT+, stavolta il risultato è decisamente sessista. Già, perché nel modulo incriminato alcune sezioni di domande erano riservate specificamente alle donne. Provate a indovinare quali? Ovviamente Preparazione del cibo (*solo per le donne), Governo della casa (*solo per donne), Biancheria (*solo per donne). Ecco qui: dobbiamo aggiungere altro?
A far scatenare la polemica è stato un post su Facebook di Luca Paladini, portavoce dei Sentinelli di Milano che ha pubblicato esterrefatto la foto del modulo che si è trovato davanti. "La direttrice generale dell’Asst Rhodense spiega l’errore parlando di traduzione sbagliata", ha poi aggiunto, "Vabbè... ma la cosa importante è che si scusa e ha disposto il ritiro del questionario seduta stante. Nessuno riceverà più da compilare questo schifo. Sono felice". In effetti la direttrice generale dell’Asst Rhodense, Ida Ramponi, ha fatto sapere all'ANSA di essere “molto dispiaciuta per quanto accaduto". "Il documento di indagine, che tra l’altro abbiamo immediatamente ritirato, altro non è che un modulo internazionale tradotto in modo sbagliato", ha spiegato, "In questo momento stiamo operando una revisione della modulistica e contemporaneamente è stato attivato un audit interno per verificare come sia stato possibile commettere questo errore di cui mi scuso".
Certo, veder scritto così, nero su bianco, che alcune attività (ovviamente quelle di cura) sono considerate "da donna" lascia sconcertati: "Preparare e servire i pasti", "Fare il bucato", "Governare la casa", si dà per scontato che gli uomini non si dedichino minimamente a queste mansioni e infatti i pazienti maschi possono saltare a piè pari le domande. Ma se l'idea che un questionario del genere sia stato distribuito in un ospedale fa rabbrividire, quello che lascia l'amaro in bocca è pensare che la realtà - specie per alcune fasce d'età - non è poi tanto diversa da quella descritta dal modulo. I nostri nonni difficilmente si dedicano alla cura della casa e del resto i dati in questo senso parlano chiaro. Sulle donne, secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, ricade il 74% dell'attività di cura al punto che in Italia 21% delle donne in età lavorativa dichiara di non cercare attivamente un’occupazione perché troppo impegnate nel lavoro di cura non retribuito. Insomma, il problema è come cambiare le cose nel concreto, ma perché ciò avvenga - oltre a misure strutturali a sostegno del lavoro femminile - serve un'evoluzione culturale. E questa passa anche attraverso i questionari negli ospedali, traduzioni corrette (e non sessiste) dei moduli pubblici e una certa attenzione a non dare per scontato che cose del genere non facciano la differenza.












