La giornalista Cecilia Sala è tornata in Italia l'8 gennaio dopo 21 giorni di prigionia nel carcere di Evin in Iran, dove è stata detenuta senza un motivo specifico. Lo ha raccontato lei stessa nella prima puntata di Stories, il podcast di cui è mente e voce da due anni per Chora Media, intervistata da Mario Calabresi: «Non mi è stato spiegato perché sono finita in una cella di isolamento nel carcere di Evin», ha raccontato la reporter ventinovenne con un tono intenso, colmo di commozione, all'indomani del suo ritorno in Italia. Quello che sa bene, invece, è quanto volesse tornare in Iran, terra che ha raccontato nei suoi editoriali per Il Foglio e nel suo podcast in diverse occasioni. Non è un caso che tra i suoi unici pensieri felici, in quella cella in cui è stata rinchiusa per tre settimane senza un perché, ci sia stata la stand up comedian iraniana Zeinab Musavi, l'ultima persona che è riuscita a intervistare Cecilia prima del suo arresto.
«Pensare a lei mi è stato di grande aiuto. Anche lei era finita in una prigione di isolamento, ma anche là era riuscita a ridere. Un pensiero che mi ha aiutato a superare i primi giorni». Ma come si superano, in effetti, i giorni in una cella in cui esisti solo tu, ci sono solo i tuoi pensieri, in cui non rimane che contarsi le dita per passare il tempo o «leggere gli ingredienti del pane che erano l’unica cosa scritta in inglese»?
L'unica risposta possibile che trapela tra le righe delle parole commosse di Sala è una: non si vive, si sopravvive. Nella speranza di tornare a casa, nel ricordo di chi ti aspetta e di chi è fuori, nella consapevolezza che potrebbe durare un'eternità. Ha sognato, così ha raccontato a Mario Calabresi nei 32 minuti di conversazione sulla sua esperienza, di poter leggere un libro, ovvero «la storia di qualcun altro, una che non fosse la mia in cui immergermi». Ha chiesto e poi ottenuto dopo molti giorni di prigionia, il Corano in inglese; senza occhiali da vista, senza penna per appuntare i suoi pensieri, senza cuscino o materasso, Sala ha trascorso la sua prigionia per terra, impossibilitata a dormire.
La giornalista ha raccontato di aver collegato subito il suo arresto con quello, avvenuto in Italia il 16 dicembre, del dell'iraniano Mohammed Abedini Najafabadi, accusato dagli Stati Uniti di fabbricare armi belliche per il suo Paese. «Ho pensato che potesse esserci l’intenzione di usarmi. E pensato che sarebbe stato uno scambio molto difficile. Se non fosse stato arrestato forse sarei tornata a casa». Il giorno in cui le hanno detto che poteva tornare a casa, Cecilia Sala all'inizio quasi non ci ha creduto. Poi, quando ha capito che era vero, ha avuto un pensiero per la sua compagna di cella, Farzaneh, che è rimarrà a Evin chissà ancora per quanto tempo. Cecilia Sala ha aperto e chiuso la sua intervista con parole d'affetto per l'Iran, il Paese in cui più di tutti voleva tornare per ritrovare le persone «a cui è più affezionata». A pensarci ora, libera, al sicuro, di nuovo pronta a fare il suo lavoro, sa che potrebbe non rivederlo mai più.











